lunedì 11 gennaio 2016

Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom?


Oggi vi do il buongiorno così. Per quanto possa essere un buon giorno.
Per chi non lo sapesse, è morto David Bowie. Questa notte la sua fiamma si è spenta, dopo 18 mesi di lotta contro il cancro.

Come ho già imparato da un mio post precedente su argomenti simili, orde di commentatori selvaggi saranno già in attesa dietro ogni angolo di Facebook e del web per dire che è assurdo ricordare un artista solo quando muore, che solo dopo la sua morte tanti si dicono suoi fan eccetera, eccetera. Che facciano pure. Per citare Antonio Amurri, "l'unico metodo infallibile per conoscere il prossimo è giudicarlo dalle apparenze".
Per me, come chi mi conosce da una vita sa molto bene, David Bowie rappresentava - e continua a rappresentare - una parte fondamentale della mia vita e della mia adolescenza. Da "Space oddity" a "Ziggy Stardust" all'intramontabile film "Labyrinth - Dove tutto è possibile", il Duca Bianco mi ha fatto sognare, piangere, riflettere sulla mia vita e su quanto mi sentissi sola, proprio come "la ragazza dai capelli grigio topo" che vaga per la città tra le macerie del suo sogno infranto di "Life on Mars".

David, o Re dei Goblin, ovunque tu sia, sappi che, mentre voli via, lasci dietro di te non solo l'esuvia di un corpo che non poteva contenere la tua grandezza, ma anche tanti volti, giovani e meno giovani, rigati dalle lacrime. Ti guardiamo mentre torni sul tuo pianeta, brillando un'ultima volta; e la tua luce si riflette su di noi, sui nostri occhi umidi, rendendoci, ancora una volta, insieme a te, polvere di stelle.
Buon viaggio a vederci.


domenica 10 gennaio 2016

Per il ciclo recensioni librose: "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza" di Luis Sepùlveda

Quest'oggi vi parlo di "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza", ennesimo libro di Sepùlveda in cui i protagonisti sono gli animali, antropomorfizzati e/o portatori di qualità particolari che altri animali (compresi noi Homines Sapiens Sapiens) possono apprendere.

Parto col dire che condivido in pieno il pensiero dell'autore: gli animali hanno davvero molto da insegnare agli esseri umani, non solo la fedeltà dal cane o il sapersi godere la vita da un gatto, bensì tutta una serie di valori e prospettive mentali che aiuterebbero il genere umano ad affrontare molto meglio la vita di tutti i giorni, con le sue difficoltà e i suoi momenti di sconforto, ma anche con i momenti allegri, da condividere con i nostri simili.
Il genere è quello della fiaba, o favola, da sempre una delle mie forme letterarie preferite. Per di più, si tratta di fiabe non solo per ragazzi e bambini, ma anche per adulti, con più livelli di lettura a seconda del grado di conoscenza di se stessi. Però...

Vi avviso: sto per diventare odiosa. Sapevatelo.
E' che, come chiacchieravamo ieri io e il mio fan Alessandro, questi libricini di Sepùlveda mi hanno iniziata a stancare. Cioè, prima la gabbianella e il gatto che le insegnò a volare, e fin qui ok, storia bellissima, un classico senza tempo seguito da una postfazione a dir poco struggente, e va bene.
Poi, una fan mi ha segnalato la presenza della storia su un gatto e un topo che diventa suo amico; e fin qui, ok, ci sto ancora.
Poi c'è questo, con una lumaca che vuole sapere perché le lumache sono lente. Vaaaa bene.
Ma da poco è uscita anche la storia di un cane che insegna a un bambino la fedeltà e, come vi dissi ieri, giuro che se qualcuno osa regalarmelo per il mio imminente compleanno (yeeeh! 31 gennaio! Viva me!), do di matto. So di esprimere un'opinione forte che in molti non condivideranno, ma, come si suol dire, me ne farò una ragione e supererò il trauma. Perché a me, pur con tutti i miei limiti, sembra che Sepùlveda, autore di alcuni fra i più notevoli romanzi della nostra epoca, si sia perso in uno zoo e non riesca più a trovare la chiave per uscirne. Mi sbaglierò, ma si ha l'idea di un autore che, dopo aver scritto tanto ed essere rimasto a corto di idee, abbia individuato un filone ricco e di facile estrazione, che non fa che richiamare alla mente il suo storico successo con la gabbianella e il gatto, e si sia adagiato su quello.

Vi spiego un po' la trama: c'è una lumaca che vive con altre lumache in un prato, quello che loro chiamano Paese dei Denti di Leone. Tutte le altre amano la loro vita semplice, fatta di ritmi tranquilli, lenti e piccole abitudini quotidiane, come quella di mangiare tutte insieme quando cala la sera, ma la protagonista no. Lei vuole sapere perché le lumache sono lente e perché non si danno nomi fra di loro. Inutile dire che viene vista come una stramboide (ma va?), perciò si mette in viaggio per dimostrare che non necessita di stabilizzatori dell'umore.

Incontra una tartaruga, parlano un po', poi vede che gli esseri umani stanno asfaltando il prato e vuole avvisare le altre lumache, perciò torna indietro e nel frattempo avvisa le altre creature del prato, complice la sua lentezza, che le permette (eh! Avete capito quanto è importante essere lenti, adesso?) di non superarle senza neanche vederle. Le lumache non le credono fino a quando, salendo su una pianta (perdendo così 8934897651 minuti preziosi del loro e del mio tempo, in cui si muovono "molto, molto lentamente", una frase usata una ventina di volte per tutto il libro), non si convincono e quindi inizia l'esodo verso un nuovo Paese dei Denti di Leone. Succedono cose, muoiono valanghe di lumache, 'na tragedia, poi arrivano in un certo posto, si addormentano, poi si risvegliano in primavera e... fine.

Finisce così, davvero. Non vi svelo proprio tutto, vi ho tenuti nascosti alcuni "colpi di scena", se così vogliamo chiamarli, ma è tutto qui.

Lo stile è davvero molto lineare, senza nessun tipo di virtuosismo letterario. Non viene fatto uso di una particolare capacità descrittiva e i dialoghi sono tipici delle fiabe per bambini, con pensieri semplici e molto spogli.
Il libricino in sé è anche carino, ha un suo perché, le pagine scorrono molto velocemente e si legge in un paio d'ore senza problemi. Lo consiglio spassionatamente ai bambini, ma è adatto anche a un tipo di persone che non ha mai sondato più di tanto la propria interiorità e che, quindi, è più facilmente permeabile di fronte a storie semplici come questa, con una morale chiara e precisa.
Personalmente, avrei sperato di trovare degli insegnamenti non così evidenti ed espliciti; non amo che mi si imbocchi. In più, la morale del libro l'ho trovata un po' scontata. Nulla che non legga ogni mese su Riza, insomma.

Piccola premessa: da qui in avanti potrebbe esserci qualche spoiler. Dicevo: non sono riuscita a individuare in Ribelle - così si farà chiamare la nostra prode lumachina - né nella storia in generale un buon veicolo per il messaggio finale: ossia, che la capacità di far fiorire il nuovo Paese del Dente di Leone lo avevano sempre avuto le lumache dentro di loro. Ho capito cosa voleva dire Sepùlveda (il concetto che siamo noi i portatori del germe del nostro futuro, del nostro destino, siamo noi a decidere quando farlo germogliare eccetera), ma non ho trovato che questo fosse il modo più adatto per dirlo. Un conto sarebbe stato cercare di convincermi che noi tutti cerchiamo la felicità quando essa è già dentro di noi; un conto è dire che queste povere lumache, che avevano obiettivamente necessità di cibo per sopravvivere, in realtà avevano sempre avuto dentro di loro il Paese del Dente di Leone. Queste stavano a morì de fame prima sull'asfalto, poi nel tubo per l'acqua, poi nel bosco, poi spiaccicate in varie posizioni acrobatiche... insomma, il Paese che tanto cercavano non era dentro di loro, hanno dovuto aspettare un'intera stagione in letargo affinché la natura lo facesse germogliare, queste avevano davvero fame e freddo! Se poi anche il letargo vuole essere una sorta di metafora dei momenti bui della vita che in realtà alla fine ci portano a cogliere i frutti più succosi, allora è un altro conto... probabilmente quello è un livello di lettura che io non sono riuscita a cogliere troppo bene.

Ma no, non lo rileggerò per coglierlo. Mi spiace.


In definitiva, il libro è come un'architettura su strati dove vari livelli di lettura si sedimentano uno sull'altro: sta a noi decidere quale affrontare per primo, oppure se cercare d'individuarli tutti insieme. Quanto a me, nessuno di questi strati mi ha entusiasmata; forse rimarrei più soddisfatta dalla lettura di "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico" oppure da "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà", ma non so se deciderò di leggerli.
Voi, tanto per non sbagliare, non regalatemeli.
Mi senti, mamma? Papà? Se state leggendo il mio blog, non vi azzardate. Grazie.

Bene, ora partite pure con gli insulti, me li aspetto :3

sabato 9 gennaio 2016

Per il ciclo recensioni librose: "I segreti della mente non ansiosa" di Armando De Vicentiis

Ebbene, come alcuni di voi sapranno, in genere non amo leggere saggi né di autoaiuto, né di altro tipo. Fanno eccezioni i saggi di Virginia Woolf, ma del resto i suoi, più che saggi, sono per me dei piccoli racconti, perle di una collana che manda bagliori nel sole di una Londra anni '20, tutta luci e rose sui davanzali e fumo acre delle industrie a piena regime.
Ciò che mi ha spinta ad acquistare "I segreti della mente non ansiosa" del Dr. De Vicentiis è stato il fatto che, da un annetto a questo parte, sono preda di attacchi di ipocondria misti ad ansia ben poco simpatici con i quali cerco di ragionare con vari mezzi. Siano essi un bastoncino d'incenso bruciato per favorire la meditazione o chiacchierarne con chi di competenza, nessuno per ora mi ha aiutata concretamente a uscirne. Per carità, oggi sono molto più forte di un anno fa, ma sarei comunque felice se quella voce maledetta, fredda e sottile, non si facesse più sentire.

Così, sfogliando qua e là qualche manuale, ho deciso di dare una possibilità a questo libro, del quale ho letto ottime recensioni. Ma sapete come sono le recensioni online: per uno che realmente ha letto il libro e ha un numero adeguato di neuroni per sapere cosa sta scrivendo, altri nove magari non hanno letto altri libri in tutta la loro vita, o non hanno un gusto letterario di alcun genere. Vi sembro presuntuosa? E pazienza, la sarò.
Cionondimeno, mi sono dovuta ricredere non solo sui saggi, ma anche sui suddetti recensori. Sì, perché questo libro, diversamente da tutto ciò che avevo provato prima, mi ha aiutata. Sul serio. Con poche pagine, in pochi e semplici concetti, mi ha fornito ulteriori strumenti per combattere l'ansia e, soprattutto, per capire che ciò che io amplifico e vivo come una catastrofe imminente, i non ansiosi affrontano in maniera del tutto diversa. Tutto sta a un semplice concetto: giocare o non giocare la partita a ping pong che ci propone il cervello.
Ma andiamo con ordine.

Il saggio, breve e scritto con un linguaggio semplice e immediato, è strutturato su un alternarsi di capitoli imperniati su due metafore: quella della partita a ping pong e quella del PC. In pratica, De Vicentiis ipotizza che tutti noi, ansiosi e non ansiosi, siamo come computer: conosciamo un numero limitato di possibili risposte a un problema e, ogniqualvolta tale problema ci si presenta, decidiamo di aprire la cartella di riferimento e clicchiamo sul file apposito.
Il dramma sorge quando ci rendiamo conto che, per i più svariati motivi, il file che siamo soliti usare per rispondere a un certo quesito non funziona più. E' qui che si verifica la differenza fra un ansioso e un non ansioso: il primo continuerà ossessivamente a rispondere con quel file, agitandosi sempre di più perché non riuscirà a farlo funzionare (ma prima funzionava! E perché ora no? Perché? Cosa ho fatto di male? Perché ce l'hanno tutti con me? Ora ci riprovo... no, niente! Oh Dio! Perché? Perché?), mentre il non ansioso metterà il file in quarantena e cercherà di rispondere in qualche altra maniera. Giusto?
Sbagliato.
Il non ansioso non cercherà risposte altrove. Il non ansioso, semplicemente, deciderà di non rispondere e di non farsene un problema. E questo sarà già un nuovo file funzionante, o prototipo di risposta, che potrà essere lanciato contro situazioni simili da quel momento in avanti. Con questo De Vicentiis non vuole dire che il non ansioso è un agnostico che non si pone problemi, anzi: ripete più volte che l'ansioso e il non ansioso percepiscono gli stessi sintomi e hanno le stesse paure, solo che il primo ne rimane vittima, mentre il secondo le affronta in maniera distaccata.
Su questa idea si dipana il libro, un capitolo dopo l'altro, come se fossero file disfunzionali da esaminare uno dopo l'altro con un ipotetico antivirus. Ci sono file per tutti i gusti: "sto per morire", oppure "tutti mi giudicano", ma anche molti altri. Ciascuno è un pensiero che genera ansia e che l'individuo ansioso affronta nella maniera sbagliata, e questo perché?
Per rispondervi vi faccio un esempio tratto dal libro.

Poniamo che un individuo si faccia ossessivamente una domanda: e se facessi del male a qualcuno? Se fossi gay? Se non amassi i miei figli? Sono solo esempi di pensieri che vengono a chiunque prima o poi nella vita, domande che il cervello vi pone perché è nella sua natura. La maggior parte delle persone sa che sono domande innocenti e le tratta come tali, sorridendoci su, facendo spallucce e scartandole. Ed è giusto così, perché il cervello, ve lo assicuro, produce tanta, ma tanta di quella spazzatura da potercene riempire l'iperuranio.
Allora chi è l'ansioso? Perché lui si lascia irretire dal terrore di fronte a questi quesiti?
L'ansioso è colui, secondo De Vicentiis, che è portatore di un file disfunzionale (o credenza irrazionale) di base, ossia: certe cose non devono succedere. In una mente del genere, non appena una domanda inappropriata appare, la trappola scatta all'istante: se non si devono fare certi pensieri e se certe cose non dovrebbero mai accadere, allora io sono una persona orribile, un mostro che potrebbe davvero non amare i suoi figli, fare del male a qualcuno o non desiderare il/la suo/a partner. E' una prospettiva terribile, un vuoto di orrore che si spalanca per inghiottire l'individuo ansioso.

Ed è qui che arriviamo all'esempio della partita di ping pong, che personalmente ho trovato illuminante: immaginatela insieme a me, disegnate nella vostra mente la scena, col cervello dall'altra parte del tavolo, in scarpette di tela bianca e calzoncini, una racchetta in mano e una pallina. Sta alzando il braccio. Sta per lanciare.
E se fossi gay? (battuta)
Ma no, non è possibile, ho sempre amato le donne! (rilancio)
E se provassi con un uomo e scoprissi che ti piace? (contrattacco)
Ma no, non vorrei mai provarci! Perché sto pensando a queste cose? E poi, come dovrei fare a capire se mi piace un uomo? Mi metto a guardarlo? (rilancio)
Eh, no, così stai pensando da omosessuale. Allora vedi che è vero? (attacco)
Ma no, non è possibile, io amo mia moglie! (controbattuta)
E la partita potrà continuare in eterno, perché la vera vittoria per il cervello è farvi giocare. Nel momento in cui iniziate quella partita, non potete vincere.
E il non ansioso?
De Vicentiis fa anche questo esempio:
E se fossi gay? (battuta)
Boh, chissà, non lo saprò mai! (game over)

Capite? Game over.
Perché il trucco non è cercare in tutti i modi di vincere quella partita tentando disperatamente di trovare qualcosa di definitivo che possa mettere a tacere quella voce, una voce che si farà sempre più irrazionale, isterica e potente mano a mano che il gioco prosegue.
La vera vittoria contro l'ansia è non giocare.

E davvero, mi ha illuminata. Per la sua semplicità, forse eccessiva talvolta, ma che ho apprezzato e sono certa apprezzeranno anche i suoi futuri lettori. Interessante il breve compendio finale, una sorta di saggio nel saggio, che ha come tematica gli autoinganni.
Compratelo. Se siete ansiosi per i motivi più disparati, come me, non potete lasciarvelo scappare.

P.S.: l'esempio che ho usato è lo stesso del libro e in alcun modo riflette le mie opinioni personali sull'omosessualità. Che sono, peraltro, del tutto a favore di qualunque diritto, dal riconoscimento, al matrimonio, alle adozioni. Che poi, che diavolo vuol dire, "diritti"? Perché, noi abbiamo il diritto a ingravidare femmine della nostra specie? Che è, un diritto, perpetrare il proprio makeup genetico, sposarsi? O semplicemente un piacere per suggellare un amore sincero, e anche un atto utilitaristico del tutto legittimo per ottenere il riconoscimento di basilari diritti legali? Boh. Ma comunque, questo non è l'argomento del mio post, perciò concludo qui e vi auguro una serata... senza ansie! ;)

Gocce d'inchiostro #6: Giunti, Feltrinelli, Amazon e i libri introvabili


Buongiorno e buon sabato! :3
Ho appena finito di fare un giro di telefonate fra ventordici librerie e:

1. Ho scoperto che alla Feltrinelli della mia città non hanno una mazza. Cioè, non l'ho scoperto, è stata più che altro una conferma di quanto già sospettavo. Ogni volta che ci vado o che gli telefono non c'è mai verso che abbiano ciò che chiedo. Ora, capisco che non possano tenere troppa roba per timore dell'invenduto e che quindi debbano necessariamente penalizzare la letteratura di nicchia, ma questa volta i libri che ho chiesto sono ciò che di più attuale possa esserci, data l'imminente uscita al cinema dei relativi film: "La quinta onda" di Yancey e "Revenant" di Punke, per non parlare di "La casa per i bambini speciali di Miss Peregrine" di Riggs, anche questo secondo loro disponibile solo su ordinazione, peraltro con tempistiche epocali. Tipo un paio di settimane.
Riuscirò mai a usare la mia gift card natalizia? Chissà.
Comunque, "La quinta onda" è in ristampa e dovrebbe arrivargli il 19 gennaio, perciò attenderò quel momento per sfruttare il mio buono.
La cosa che mi ha più infastidita è che non ho fatto nemmeno in tempo a dirgli il quarto titolo che cercavo che la ragazza mi ha stoppata dicendomi: ah, no, se è un libro di psicologia allora non lo abbiamo sicuramente. Belin, penso io, ma un reparto di psicologia ce l'hanno... perché non posso almeno tentare? Ma comunque, passiamo al punto 2.

2. Ho poi telefonato alla Giunti e, per fortuna, mi ha dato una gioia: dato che ho 72 punti sulla Giunticard, ho deciso che utilizzerò gli sconti per acquistare "Revenant" di Punke, che per la Feltrinelli era in ristampa mentre alla Giunti magicamente ne hanno tre copie in negozio e "La dissociazione traumatica" di Suzanne Boon, librone molto oneroso ma interessantissimo e scritto in maniera scorrevole. Mi sarà molto utile per la documentazione relativa al mio secondo romanzo, e non solo. Anche lì, alla Giunti questo libro me lo fanno arrivare giovedì insieme a quello di Riggs, pertanto ho deciso di lasciar perdere Amazon e Feltrinelli e fare così. Happiness! *_*

3. Al momento sto leggendo "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza" di Sepulveda, un po' una fiaba per tutte le età, con più livelli di lettura a seconda della generazione. Mh. Sì, sì, carino. Però... e va bene, lo dico.
Sto maturando un'idiosincrasia verso Sepulveda.
Prima la gabbianella e il gatto che le insegnò a volare, e va bene. Bellissimo, un classico imperdibile, e ok.
Poi, 'sta lumaca che impara la lentezza. E va bene, posso ancora apprezzarlo.

Poi vengo a sapere che di recente è uscito "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà" e giuro che se qualcuno osa regalarmelo, do di matto. Per carità, saranno anche libricini carini, mabbasta. Lo so che ha scritto libri che rimarranno nella storia della letteratura, alcuni li ho anche letti e molto apprezzati, ma per l'amor del cielo, qualcuno gli dia le chiavi per uscire dallo zoo dove si è perso.

4. Nel frattempo, sto valutando se iniziare "Annientamento" di Vandermeer, "Revenant" di Punke (che prenderò domani) o magari qualcosa di completamente diverso, che però non ho ancora identificato. Mumble. Si accettano consigli.

venerdì 8 gennaio 2016

Gocce d'inchiostro #5: perplessità librose

Mentre supplico che il moment act e lo zerinol sortiscano il loro magico effetto, vi ripropongo il mio ultimo post sul blog. Inoltre:

1. Ho finito di leggere "I segreti della mente non ansiosa" del dr. De Vicentiis e ne sono rimasta estasiata. In genere non leggo libri o saggi di autoaiuto, ma dato che da un anno circa devo fare i conti con una fastidiosa forma di ipocondria e che l'ansia fa parte della mia vita da sempre, ho deciso di iniziare il 2016 impostandolo come un vero anno di rinascita: basta ansia, basta ipocondria, più palestra, più dieta, meno ore di lavoro, più tempo di qualità dedicato al mio sogno di pubblicare i miei romanzi... e, ovviamente, più libri.
Presto scriverò la mia recensione di questo saggio, invero molto breve, simpatico e di semplice comprensione. In poche pagine mi ha già fornito molti solidi strumenti per affrontare le mie paure e, per ora, sto riuscendo a mantenermi tranquilla egregiamente.

2. Questa sera ho una mezza intenzione di iniziare "Annientamento" di Jeff Vandermeer, che ho vinto nel giveaway di Paper Moon. Non so se cimentarmi con questa trilogia, avendo ancora da leggere tanti altri libri... vedrò un po'.

3. Grazie all'articolo che ho condiviso l'altro ieri sulla mia pagina Facebook sui film previsti per il 2016 tratti dai libri, ho scovato tre ragazzacci di carta con cui vorrei flirtare al più presto: "La quinta onda" di Yancey, "Revenant" di Punke e "La casa per bambini speciali di Miss Peregrine" di Riggs. Che ne pensate?




mercoledì 6 gennaio 2016

Gocce d'inchiostro #4: chick lit, ipocondria e le strade delle montagne

Ri-buonday! *_*
Fra poco devo prepararmi perché più tardi vado a vedere al cinema Il piccolo principe (spero che la trasposizione cinematografica renda giustizia a questo magnifico libro), ma intanto vi narro di un acquisto a cui non ho saputo resistere!

Per spezzare un po' la sequenza di letture impegnate, mi sono regalata "Io non sono ipocondriaca" di Giusella De Maria, libro assai simpatico e divertente, molto leggero, la classica lettura che fa un po' da riempitivo fra un libro impegnativo e un altro. Il libro in sé mi ha intrigata per l'argomento di cui si parla: come noterete dal titolo, l'ipocondria, uno dei miei talloni d'Achille. O da un chilo, per citare Lilli e il vagabondo.
Comunque sia, la scrittura è molto veloce e moderna, tipica della chick lit, da Bridget Jones a Il diavolo veste Prada a I love shopping, a molti altri. La differenza è che qui si parla, anche se in maniera leggera e volontariamente ridanciana, di una piaga che affligge la vita di molte persone: la paura, cioè, di avere un morbo terribile che ci ucciderà lentamente, facendoci soffrire o sfigurandoci, togliendoci la capacità di controllo sul nostro corpo e i nostri movimenti. La patologia è esacerbata dalla convinzione di essere gli unici depositari della verità, verità del tutto arbitraria che viene costruita e sedimentata con migliaia di ricerche dei sintomi su Internet e delle relative malattie (sempre le più catastrofiche, ovviamente); verità che i medici sembrano non capire, sintomi che forse alla visita sono sfuggiti, o che la radiografia non ha colto, e così via. Se non si riesce a tranciare questo meccanismo di dipendenza mentale dall'errata ed esagerata interpretazione di sintomi banali che provano tutti, si rischia addirittura di rimanerne schiavi per tutta la vita, magari curandosi con psicofarmaci sempre più nocivi, facendo così realizzare la nostra catastrofica profezia.
In realtà ho preso anche un altro libro sull'argomento, che sto leggendo con gran godimento, un breve saggio di De Vicentiis, illustre medico, dal titolo "I segreti della mente non ansiosa". Ve ne parlerò quanto prima sul blog.
L'altro libro, "Le strade delle montagne" di Mary Austen, mi è stato suggerito dalla mia migliore amica Maura. Trattasi di un brevissimo testo descrittivo sui panorami dell'entroterra americano, uno dei miei preferiti in assoluto. Ancora non ho iniziato a leggerlo, ma essendo un libricino molto breve conto di farvi sapere come mi è sembrato quanto prima. ^_*

martedì 5 gennaio 2016

Gironzolando per la città: sogni, librerie indipendenti e l'amore per i libri


Sì, sono ancora viva.
So che ormai stavate organizzando le battute di caccia con i cani alsaziani per venirmi a cercare, ma invero sono sempre stata qui, con mille idee a frullarmi per la testa. Cioè, qui; se per qui intendete al lavoro, dispersa fra mille impegni o ai fornelli a cucinare per trentordici persone in occasione delle feste, allora sì, ero qui. Sappiate che, anche mentre mi destreggiavo fra la ricetta di una vellutata di patate e broccoli e una corsa al supermercato per comprare un ingrediente mancante, ho sempre pensato a voi. E al blog, a come innovarlo, a come renderlo sempre più interessante e sfizioso per ogni genere di appetiti.

Disegno di proprietà della sua scandalosamente
brava autrice, C. Cassandra
Un paio d'idee mi sono venute in mente, ma per ora non ve ne parlerò. Se c'è una cosa sulla quale tutti gli artisti concordano, è questa: se avete un'idea, non spifferatela in giro. Non tanto per il timore che vi venga sottratta, bensì per il fatto che le idee sono germogli teneri, vulnerabili, e vanno protette. Da cosa? Ma da tutto: dalle critiche, dai consigli e perfino dagli apprezzamenti. Tutto può far vacillare un'idea, finché non è ben radicata nella volontà. E' per questo che, come ho imparato dal grande maestro Stephen King, quando mi ritrovo a gironzolare per il paese in cerca d'ispirazione e un'idea mi folgora, in genere cerco di lasciarla da parte per un po'. Se dopo qualche giorno è ancora lì, e non mi sembra affatto malvagia, allora la appunto sul taccuino e la lascio stare ancora per un po'. Se è davvero una buona idea, inizierà a fiorire da sé.

Ma andiamo a quanto di più solido e concreto esista: libri! Acquisti! Librerie! Yeeeeeh! \*_*/
Ehm.
Nelle ultime settimane, complici la tredicesima e i fumi dell'alcol post festeggiamenti natalizi (?), mi sono ritrovata in spedizione punitiva a Sarzana, una cittadina vicino a casa mia. Era sera, faceva un freddo del diavolo e la copisteria non voleva farmi le fotocopie di "Adorata creatura" di Vita Sackeville-West e Virginia Woolf in un tempo ragionevole. Ormai avevo pagato mezz'ora di biglietto del parcheggio, perciò mi sono ritrovata a bighellonare per i viottoli del borgo, accompagnata dal rumore leggero dei miei passi. Le luci delle luminarie. Il vapore del mio respiro. Non so esattamente a che punto mi sono accorta di starmi dirigendo verso la mia libreria preferita, L'altro luogo; so solo che, quando sono arrivata davanti alla porta e l'ho trovata buia e chiusa, con la luna che illuminava crudelmente gli scatoloni abbandonati all'interno, mi sono sentita perduta.
Non può essere, mi dicevo. Non può aver chiuso.
Poi, noto un cartello: CI SIAMO SPOSTATI IN VIA XXX. Cioè, c'era un nome al posto delle x, è per privacy che non la scrivo. Faccio bene? Faccio male? Who knows?
Comunque sia, mi sono ricordata che la libraia, Anna, mi aveva avvisata che stava pensando di trasferirsi più in giù lungo la via. E così sono partita alla ricerca della nuova sede, sentendomi per metà esploratrice e per metà peccatrice. Sì, perché col freddo che faceva, dopo pochi metri avevo già tirato giù fra me e me mezzo pantheon.
Ma!, a un certo punto, quando ormai avevo perso le speranze, essendo la via quasi finita, noto sulla destra un'insegna: Il quarto piano/L'altro luogo.
EVVIVA! L'HO TROVATA!

Sono entrata e... meraviglia delle meraviglie! Qual giubilo! Gioiagaudio!
La libreria è più bella che mai, più grande, più fornita, più tutto *_* ha anche un sacco di oggettini a tema libroso di fattura artigianale, e borse di tela, e gioiellini... e libri, libri, LIBRI!
Ah, che sodisfasiòn!
Ho iniziato a vagare e da quel momento in poi mi sono resa conto che stava verificandosi un'equazione familiare: più passavano i minuti, più vedevo libri che avrei comprato. Direte: beh, è chiaro. Non così tanto: potrei passare un'ora in una libreria appartenente a una grossa catena, come Giunti, Mondadori o Feltrinelli e non trovare niente che mi solletichi. Tale equazione trova il suo compimento solo quando vago per una libreria indipendente, una di quelle dove non c'è un marchio apposto sull'insegna. In questi luoghi, rimasti nelle città di vetro e acciaio un po' come antri stregoneschi, dove i librai assomigliano ad esoterici alchimisti, non si trovano i soliti titoli: qui c'è ciò che sarebbe difficile scovare altrove, e poi libri di case editrici indipendenti, Iperborea, Sur, Tunué, Del Vecchio, L'orma, Zona 42 e mille altre; libri grandi e piccoli, spessi e sottili, con copertine ruvide, lisce, fatte addirittura di pelo; libri tattili, libri profumati di carta vera e inchiostro vero; libri piccini, appena più grandi di una carta d'identità, oppure tomi polverosi che richiamano davvero i volumi di un qualche stregone. Qui ci sono tutti i formati che desiderate: da quelli classici ai libri stretti e lunghi, quasi alieni, di Iperborea, che si reggono bene con una sola mano; e per ciascuno di questi libri potrete scoprire un nuovo autore, uno stile di scrittura e di layout che non immaginavate possibili; oppure potrete scoprire lati nascosti di scrittori famosissimi, autori di classici che non pensavate avessero scritto altro che quel celeberrimo titolo che ogni anno la vostra professoressa tentava di rifilarvi alle scuole medie. Scoprirete racconti, pensieri, poesie ignote; citazioni, amori, assassini, fantasmi e astronavi, donne che siedono su uno scoglio a guardare il mare, con una penna in mano e un pezzo di carta stretto tra le dita; qui troverete ciò che non è di moda, saggi e assaggi di una letteratura la cui esistenza non potete, se non avete mai passato un'ora in questi luoghi, nemmeno immaginare.

Sei proprio innamorata dei libri, dice mia madre sbirciando da sopra la mia spalla.
Credo che abbia ragione. Anche se non sono nessuno e il mio blog è solo una piccola isola nel vasto oceano della scrittura; anche se in pochi ascoltano questa sciocca visionaria che ogni tanto scrive e ogni tanto ama ciò che scrive; anche se tutto ciò è vero, sì, io continuo a pensare che un'ora passata a parlare con i miei lettori o in libreria sia un'ora che valga la pena vivere.

Tornando a noi, persi nell'odore dolce della polvere de L'altro luogo, sappiate che ho comprato alcuni libri. Non potevo fare altrimenti, perché quelle storie mi chiamavano dagli scaffali e queste mie orecchie sono state fatte per udire solo quel tipo di pianto.
Ecco una panoramica di ciò che ho preso:


Mmmmao <3

Parto con una delle mie scrittrici preferite, Virginia Woolf: di lei posso dire che ho apprezzato un paio di romanzi, soprattutto "Mrs. Dalloway", ma la preferisco come saggista, con tutto che non amo i saggi. Lei ha il potere di renderli simili a un piccolo romanzo, a un viaggio nella brughiera fianco a fianco con lei. Così, questa volta mi sono accaparrata "Leggere, scrivere, recensire", che non conoscevo. La libraia mi ha detto che questo saggio è andato a ruba: ne aveva prese due copie il giorno prima e in due giorni le aveva vendute entrambe.

Perciò: cara/o ragazza/o che hai acquistato l'altra copia, sappi che io sono qui, che esisto e ti penso. Forse potremmo diventare amiche, se mai ci incontrassimo; ed è bello pensare che qualcuno, dall'altra parte della città, è fatto come te, ama ciò che ami tu. E' come quando passano la tua canzone alla radio: è vero, potresti ascoltarla quando vuoi dal tuo PC, ma non è la stessa cosa. Se la senti alla radio è come se qualcuno abbia deciso di trasmetterla per te, per mandarti un messaggio, ovunque tu sia: sono qui, non posso parlare con te ma ti sto pensando e sei sempre nel mio cuore.
Non ho ancora letto molto di questo saggio, solo le prime righe, ma devo dire che mi sta già piacendo moltissimo.
Molto bello, perlomeno come stile di scrittura, anche "La leggenda del santo bevitore" di Joseph Roth, Adelphi, che non avevo mai calcolato. Non so perché, ma quando l'ho udito piangere sullo scaffale non ho potuto fare a meno di allungare una manina per coccolarlo, sfogliandolo. Ho scoperto, al suo interno, una piccola sorpresa: una pagina fotocopiata del manoscritto originale. Un'eco dal passato, un po' come quella canzone alla radio. Ho sorriso. Ho letto qualche riga. Mi è piaciuto. L'ho adottato.
Ultimo ma non ultimo, "Appello allo Yeti" della Szymborska: non è la prima raccolta di poesie che leggo di Wisława, ma nessuna mi aveva colpita tanto quanto questa. Ancora non ho letto tutti i componimenti, ma vi lascio uno stralcio di quello che mi ha portata a comprare il libro:


Così.
Con semplicità. Con empatia e... non so, una sorta di fresca dolcezza.

Bene, ora che abbiamo finito vi dico...
Come?
Il pacchettino, dite? Quello al centro della foto con i tre libri?
Volete sapere che cos'è, eh?
Diavolo, non vi facevo così attenti.
E va bene. Ve lo dico.

Come vi avevo accennato qui, a breve dovrei ricevere una telefonata dalla celebre agente letteraria Laura Lepri (ansia; felicità; incredulità) per incontrarci e parlare del mio primo romanzo; così, da qualche settimana sto cercando di capire cosa farò quando mi chiamerà, come si svolgerà l'incontro, e anche cosa indosserò. Voi direte: beh, l'importante non è l'abito, ma ciò che dirai. Vero. Ma per una volta voglio cedere a un po' di civetteria.

Forse non ve l'ho detto, ma anni fa acquistai una parure in un negozio di bigiotteria di qualità. Sempre a Sarzana, ora che ci penso. Era una parure per la quale spesi un pochino, ma quando la acquistai mi voltai verso Maura, la mia migliore amica, e le dissi: questa è la parure che indosserò il giorno in cui presenterò il mio manoscritto al mio editore.
Ero molto giovane e molto sciocca, ma ero pura. E ci credevo.
Sono trascorsi anni da quel giorno e, fino a quando, il 5 ottobre 2015, non mi sono recata a Milano in occasione della premiazione per noi finalisti del Premio Letterario Nazionale Neri Pozza (se volete sapere com'è andata la mia avventura, qui potete leggerla), non l'ho mai indossata. Anzi, solo una volta: quando andai in posta per inviare alla Neri Pozza il manoscritto. E ha portato bene. D'accordo, poteva andare ancora meglio, ma è stato, per citare le parole molto lusinghiere che la giornalista e scrittrice Battocletti mi rivolse quella sera, "un esordio pazzesco". Non ci ho creduto per mesi, mortificandomi; ora inizio, mestamente, a pensarlo anch'io.

Perciò, anche questa volta voglio seguire le mie sensazioni. Non so quanti di voi abbiano visto "Il diavolo veste Prada", ma se avete presente la scena finale, in cui Andy va a lavorare come giornalista per la rivista che ama, indossa un paio di stivaletti marrone scuro e una borsa dello stesso colore. Perciò... li ho comprati. Non in libreria, certo; lì ho acquistato solo il contenuto del pacchettino, un paio di orecchini a forma di libro, sempre sul marrone. Li ho sentiti miei, e... ho dovuto comprarli. Magari sono solo sciocchezze, ma spero con tutto il cuore che mi porteranno fortuna. Incrociate le dita per me! :-)