venerdì 22 giugno 2018

Cose che possono succedere quando si entra in libreria

L'altro giorno ero depressa. Cioè, non è che la ero solo l'altro giorno, io sono tipo Stuart di The big bang theory, ma l'altro giorno marcava male. Molto male. Sarei riuscita comunque a cavarmela (e il mio portafoglio mi avrebbe ringraziata) se avessi avuto della cioccolata in casa, ma era finita. Pure il gelato era finito. Neanche un cornetto, mi avevano lasciato. Bastardi.
Dunque, non ho potuto far altro che uscire. Se sono giù di morale, non c'è niente di meglio di una capatina in libreria per tirarmi su. Cioè, anche un vichingo biondo con gli occhi blu che s'innamori perdutamente di me e mi voglia sposare non è che sarebbe da buttare, eh, ma data la mia condizione sola-come-un'oliva-in-fondo-a-un-Martini ho dovuto accontentarmi della libreria.
Salto temporale: sto camminando per la città con la mia borsetta di libri che mi sbatte contro la coscia. Il cuore mi batte forte. Dietro di me, l'insegna della libreria che si allontana. Sì, li ho pagati, 'sti libri, non è che il cuore mi batte forte per quello. Sono semplicemente felice per i titoli che ho trovato, alcuni dei quali così particolari che non vedo l'ora di arrivare a casa per sfogliarli. Intanto che aspetto che passi il bus, mi siedo sotto la pensilina coi libri in grembo, maledico il caldo, m'infilo le cuffie nelle orecchie, maledico di nuovo il caldo e mi metto comoda a scrivere questo post.


Eccoli qui. Non sono belli? Eh? Eh?
Dio, quanto mi servirebbe un vichingo.
Anyway, ecco i titoli che ho acquistato. Sono un po' felice *-*


1) "Cento racconti" di Ray Bradbury (Mondadori)

Aaaaaaaaaaaah! Sì, era tipo un urletto da tredicenne al concerto della sua boy band preferita. Questo è uno di quei libri che si trovavano nella mia wishlist da secoli e che, complice il prezzo, non ero mai riuscita ad acquistare. Grazie al cielo, di recente la Mondadori si è sintonizzata sulle mie suppliche telepatiche e ha rieditato questo tomo, in cui è possibile trovare racconti tratti dalle più celebri raccolte di fantascienza firmate Bradbury: "L'uomo illustrato", "Cronache marziane", "Paese d'ottobre", "Il popolo dell'autunno" e altre. Alcuni li conoscevo già, ma altri sono del tutto nuovi per me e non vedo l'ora di iniziare a leggerli. Anche se, a essere sincera, per ora preferisco lasciarli ancora un po' lì, al sicuro sul mio comodino. E' l'unico modo che ho per fingere che il vecchio Ray sia ancora vivo, e per immaginare che stia ancora cantando, dal suo letto sotterraneo dove giace con la bocca piena di terra.


2) "Il matrimonio dei fiammiferi" di Jonathan Carroll (Fazi)

Questa è stata una scoperta che ho fatto chiedendo consiglio direttamente alla libraia. Peraltro, una gran libraia, nel senso che molto spesso (non a causa loro) nelle librerie di catena si assiste a una spersonalizzazione dei commessi, ridotti a venditori e promotori di titoli imposti dall'alto; ed è un peccato, perché sono convinta che parecchi di loro avrebbero voglia, e anche bisogno, di recuperare un rapporto intimo con gli acquirenti, consigliandogli e chiacchierando con loro di trame, stili di scrittura, gusti personali. Sì, lo so che sto tratteggiando una sorta di Paese delle Meraviglie, ma chiamandomi Alice non è che possiate aspettarvi altro, eh. Voglio dire, anche voi. E poi, nelle librerie indipendenti questo rapporto esiste già: non quello, freddo e calcolatore, tra venditori/promoter e potenziali acquirenti, bensì il dialogo stimolante che si instaura fra libraio e lettore.
Chiusa questa piccola parentesi, e tornando al libro in questione, vi narro due parole sulla trama. Miranda Romanac è una giovane donna di successo che vive a Manhattan. A trent'anni comincia il tempo dei primi bilanci: si sente sola e persa, sensazione che cresce dopo una riunione con i vecchi compagni del liceo ("L'orrore! L'ORRORE!", ndr), occasione di una sconvolgente scoperta. Quando incontra l'irresistibile Hugh Oakley, Miranda capisce finalmente che è arrivata per lei la possibilità di essere felice. Il loro è un amore folle, che spinge Hugh a lasciare la sua famiglia. Insieme decidono di trasferirsi in una casa di campagna sulle rive del fiume Hudson, ma proprio quando il sogno di una perfetta convivenza sembra potersi realizzare, e Miranda varca la porta della nuova casa, la speranza di una vita felice svanisce improvvisamente. E' perseguitata da visioni sconvolgenti e terribili, fantasmi di altri tempi e altri luoghi, ricordi rimossi di un passato molto doloroso. Sarà solo l'inizio dell'odissea della protagonista, perché altri avvenimenti sono in agguato.
Beh, beh. Non l'ho ancora letto, a parte qualche riga per sincerarmi dello stile di scrittura, ma dalla quarta di copertina sembra parecchio interessante. Proprio lo stile è ciò che mi ha spinta all'acquisto: il motivo per cui avevo chiesto consiglio alla libraia era che cercavo qualcosa che somigliasse a Vlautin nello stile, scarno, prosaico, semplice ed emotivo. Devo dire che in quello ho notato delle somiglianze, perciò non aspetto altro che di leggerlo.


3) "La Terra morente" di Jack Vance (Fanucci)

E va beh, qui c'è poco da dire. Jack è Jack. Punto. Dalla sua penna sono uscite alcune delle più interessanti saghe di fantascienza, come il "Ciclo di Tschai" e il "Ciclo della Terra morente", appunto, di cui quello che vedete in foto è il primo di una quadrilogia. Non che si tratti del mio autore di fantascienza preferito, ma una caratteristica peculiare di Vance, che manca a molti altri, secondo il mio parere, è la capacità di delineare con poche, secche parole complesse società aliene, il più delle volte tanto assurde proprio perché intimamente umane, come se Vance le avesse descritte con l'intento di rovesciare la lente d'ingrandimento e mostrarci per vie traverse la nostra società e la nostra natura.
Anche qui, due parole sulla trama: il primo capitolo del ciclo "La Terra morente" è ambientato in un futuro remoto in cui il crepuscolo della Terra ormai giunta alla sua fine pervade ogni cosa, anche la mente degli uomini, condizionandone emozioni e sentimenti. In una realtà cupa e corrosa dal tempo, la popolazione umana si riduce ogni giorno sempre di più, sopravvivendo in strutture un tempo lussuose e ora decadenti. Strane figure ormai indistinguibili si muovono come zombie: avventurieri e stregoni, esseri umani e non umani, mostri grotteschi terreni e soprannaturali. La scienza è stata sostituita da un miscuglio di magia e tecnologia, con regole, formule e leggi tutte nuove. Il passato è un ricordo tenebroso che pochi cercano di riscoprire, occupati a vivere un tempo che scorre lento ma inesorabile.


4) "The enemy" di Charlie Higson (DeA)

Ok, lo ammetto: di Higson non conoscevo assolutamente nulla. Mai letto né sentito, il che mi ha portata a questa felice scoperta: in un angolino polveroso della libreria, che cercava di fare lo gnorri tra due grossi tomi, ho reperito questo titolo risalente al 2009. Strano che mi fosse sfuggito per tutto questo tempo, ma sono stata comunque ben felice di strapparlo alla sua indolente sonnolenza sullo scaffale e aggiungerlo alla pila dei suoi fratellini adottivi. A parte la copertina molto figa, per quanto essenziale, non solo lo stile di scrittura è buono, scorrevole e puntuale, ma anche la trama sembra interessante: è trascorso un anno da quando l'epidemia ha fatto scomparire gli adulti dalla faccia del mondo. Londra è solo lo spettro della città di un tempo. Per le strade vagano bande di ragazzini che tentano di arrivare vivi alla fine di ogni giornata, evitando i Grandi, corpi putrescenti alla ricerca di carne umana. La lotta è dura, cruda, selvaggia. Arran sa che presto le mura del supermercato non basteranno più a proteggere lui e i suoi compagni. La speranza di un luogo sicuro lo spinge a mettersi in marcia. Ma il cammino attraverso la capitale è lungo e pieno di nemici pronti ad attaccare.
Beh, cosa c'è di più classico? Un po' "Il signore delle mosche", un po' "28 giorni dopo", un po' "The last days", film spagnolo molto ma molto carino e originale dei fratelli Pastor, un po' "La ragazza che sapeva troppo", film (dal titolo tradotto in modo atroce; l'originale è "The girl with all the gifts", ndr) firmato Netflix, un po' serie (sempre Netflix) ispirata a "The mist", questo libro mi trasmette ottime vibrazioni. Per ora ho letto solo la prima pagina per decidere se acquistarlo o meno, ma devo dire che già da lì si nota l'originalità con cui Higson ha introdotto la storia, affidando le prime righe a un punto di vista insolito. Bello bello.


5) "Mary e il fiore della strega" di Mary Stewart (Rizzoli)

E dopo tutta 'sta ansia terribile, finiamo in scioltezza con un titolo privo (stranamente e anche un filino inquietantemente) di zombie, ansia, roba di paura, insomma, una cosetta leggera, tipo sorbetto fra uno stinco al forno e un profiterole, per intenderci. Almeno, l'idea temporanea che mi sono fatta di questo libro, non avendolo ancora letto, è questa. Mary Smith non si è mai annoiata così tanto in vita sua. I genitori l'hanno spedita a passare le vacanze in campagna, a casa della prozia Charlotte, dove non accade mai niente di divertente. Un giorno più noioso degli altri, Mary si mette a seguire un gattino nero, si inoltra nel bosco e trova un fiore viola mai visto prima, così bello da sembrare magico. La bambina non ci mette molto a scoprire che le basta sfregare i petali del fiore su un manico di scopa per prendere il volo (cioè, io penso ci avrei messo tipo un milione di anni, voglio dire, quante diamine di probabilità c'erano?, ndr); da quel momento per Mary la vacanza in campagna si trasforma in un'avventura da brividi, che la porterà in una misteriosa scuola di stregoneria, tra lezioni di incantesimi, laboratori di magia e segreti molto pericolosi.
Sì, va beh, ok, ci sarà pure qualche mistero, ma parliamo comunque di un libro per bambini e giovani adolescenti, quindi non penso si tratterà di nulla di mortale... forse. In realtà, spero un po' di sì. In ogni caso, mortali o no, i segreti promessi dalla trama mi inspirano un sacco, almeno quanto la bellissima copertina e gli inserti interni, che fanno somigliare il libro a una piccola opera d'arte in tessuto. Per non parlare del fatto che proprio in questi giorni (naturalmente, dove sto io non lo trasmettono, ma ehi, è questo il bello di vivere in un paesino disperso nella brughiera) è nelle sale il film omonimo, di Hiromasa Yonebayashi, che già da un po' non vedo l'ora di gustarmi *_* spero esca presto in DVD, ma intanto mi godrò l'incanto di queste pagine.



Bene, ora mi sento un po' meglio. Ho dei nuovi libri da leggere, la voglia di leggerli e il caldo mefitico mi ammazzerebbe se provassi a uscire, quindi ho anche l'occasione per tumularmi viva in casa, circondata dai ventilatori e da impacchi di ghiaccio, a leggere. Se solo sapessi decidermi da quale partire... consigli? ;)


- Alice

mercoledì 20 giugno 2018

Berserkr - Alessio Del Debbio


Titolo: Berserkr
Autore: Alessio Del Debbio
Genere: Urban fantasy
Editore: Dark Zone

C’è una cosa che dovete sapere sul mio conto ed è che tengo a vedere un pezzetto di me in chiunque io incontri. Forse è per questo se sabato, essendo venuta a conoscenza dello stand di Alessio Del Debbio a Nicola di Luni (SP), mi sono prodigata per raggiungere la fiera medievale di Mikauria, trascinando la paziente Alice con me. Perché in Alessio, che non conoscevo e non posso dire di conoscere adesso, vedevo un po’ di me. Forse per il fatto che siamo entrambi delle stesse zone, oppure per il fatto che non appena ho cercato qualche informazione sul suo libro sono rimasta abbagliata per la somiglianza di alcuni dettagli con il mio. Nulla di esagerato, eh, giusto qualche nome e qualche particolare sull’ambientazione. Così mi sono detta che avrei dovuto dargli una possibilità, che avrei preso quel bus infernale che si inerpicava su per le colline di Luni, togliendomi il fiato a ogni curva, e avrei comprato il suo libro. E volete saperla una cosa? Ho fatto bene.

L’impressione che ho avuto di Alessio è sicuramente positiva. Si è dimostrato gentile fin da subito. Ha raccontato ad Alice e me qualcosa in merito ai suoi libri, ma senza vantarsi. L’ha fatto con umiltà e affetto sincero verso le sue storie. Credo sia questo ad avermi colpita: la genuinità, che poi è quella che ho ritrovato tra le sue pagine. Uno stile di scrittura pulito, che ti porta a proseguire la lettura tranquillamente e a finire il libro in breve tempo.

La storia è ambientata nella Berlino del terzo millennio. Non una Berlino come la conosciamo noi, ma una divisa in sette zone in seguito alle vicende della Guerra Calda (quanto ho apprezzato questo riferimento!) che hanno visto assegnare ogni zona a ciascuna delle antiche stirpi, quali umani, mannari, vampiri, streghe e coboldi, una specie di “folletti” logorroici. In questo clima di equilibrio precario, Ulrik Von Schreiber, membro della Divisione incaricata di mantenere la pace e impedire sconfinamenti e scontri tra le stirpi, deve indagare su alcuni misteriosi omicidi provocati da creature sovrannaturali ancora sconosciute, nella speranza di riuscire a placarle prima che il delicato equilibrio venga distrutto. Ma Ulrik non è soltanto un cacciatore della Divisione, incarna lo Spirito Protettore della città, l’Orso di Berlino, che non attende altro che liberare la propria furia.

o-ok, scusa.
La storia, già di per sé interessante per chi ama l’urban fantasy, viene caratterizzata dalla presenza di personaggi a tutto tondo e qui direi che Alessio ha fatto un ottimo lavoro!
Partiamo da Ulrik. Lui non è il classico protagonista - eroe. Pur incarnando lo spirito dell’Orso, si dimostra un uomo normale. Anche lui cade. Anche lui sbaglia. Anche lui è stempiato! È un eterno indeciso, tanto che nel suo letto entrano sia donne che uomini. E dio, sì! Finalmente un protagonista bisessuale! Insomma, sicuramente qualcosa di diverso dal solito, che mi è piaciuto molto, così come mi sono piaciute le comparse “peccaminose” che puntualmente finivano vittima delle creature sconosciute.
Una nota di merito devo farla anche per la conclusione dei vari capitoli. Avvincenti, spingono a girare pagina ogni volta e a leggere qualche altra riga. Ben fatto!

Ora veniamo ai lati dolenti. No, non sono molti, tranquilli. Solo due.
Una cosa che mi ha un po’ confusa è stato il salto temporale in cui si raccontava una parte del passato di Ulrik. Personalmente, avrei precisato sin da subito che si trattava di un ricordo, magari mettendo “tot anni prima” sotto al titolo del capitolo.
Un’altra cosa che mi ha fatto storcere il naso è che dopo un inizio avvincente, il ritmo è andato un po’ calando verso la fine. Ecco, forse ho trovato troppi dialoghi in una parte dove non avrebbero dovuto essercene, dove, anzi, il ritmo avrebbe dovuto essere ancora più veloce, essendo giunti al climax della storia. Ma questo non ne pregiudica comunque la lettura.

In conclusione, il libro mi è piaciuto. Credo che Alessio abbia voluto evidenziare una problematica molto attuale, che è quella della libertà. La libertà di poter scegliere. La libertà di poter essere se stessi in una società ostile, dove tutti si somigliano. Dove se sei diverso allora sei sbagliato. E sì, la libertà di potersi lasciare andare e tirar fuori, talvolta, anche la parte peggiore di sé.

Se siete amanti dell’urban fantasy, non perdetevelo. Io, di mio, proverò a scavare dentro la mia anima e a tirarne fuori l’orso che ci si nasconde dentro. Perché forse non tutti saremo i Protettori di Berlino, ma possiamo essere i protettori di noi stessi.


- Francesca

lunedì 18 giugno 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori europei

Ed eccoci arrivati a una nuova puntata della rubrica "Nel salotto dello scrittore" :)
Questa volta parleremo di alcuni dei più celebri autori europei, da Kafka a Frank, a Hesse, a Cervantes, passando per Musil, Mann e Goethe. Se siete curiosi di leggere come e dove vivevano gli scrittori francesi e inglesi, vi ricordiamo che ne abbiamo parlato rispettivamente qui per i francesi, mentre quiqui e qui ci siamo dedicati agli autori anglosassoni. Abbiamo parlato anche dei nostri connazionali in questo post, seguito da quest'altro.
Bene, dopo questa carrellata di ricordi meravigliosi, allacciatevi le cinture: si parte!


Franz Kafka


A Praga, al numero 22 del famoso e pittoresco Vicolo d'Oro (o strada degli Alchimisti), è possibile visitare la casa del grande scrittore Franz Kafka: oggi l'abitazione, una piccola chicca azzurra tra le tante facciate colorate a tinte vivaci del Vicolo, è diventata un negozio di souvenir, oggetti e libri relativi all'autore. Kafka visse qui negli ultimi mesi del 1916 insieme alla sorella Ottla, beneficiando della tranquillità del posto (rispetto alla rumorosissima residenza precedente, “Al luccio d’oro”) per scrivere molte delle sue opere come "Il cacciatore Gracco", "In galleria", "Un medico condotto", "Il messaggio dell’imperatore" e "Il cruccio del padre di famiglia".

Curiosità: il Vicolo d’Oro, durante il regno di Rodolfo II, nel XVI secolo, ospitava 24 arcieri del regno con le proprie famiglie. Durante il secolo successivo vi si trasferirono gli orafi, motivo per cui la via prese il suo aureo nome. Secondo la leggenda, però, ai tempi di Rodolfo II in questa misteriosa via abitavano gli alchimisti, che cercavano la ricetta per l‘elisir di lunga vita e la formula per trasformare metalli comuni in oro. Da qui il fascino che questo vicolo possiede tuttora. Qui inoltre abitò anche lo scrittore premio Nobel Jaroslav Seifert.


Anna Frank





Nel centro di Amsterdam, Paesi Bassi, si trova la casa in cui Anna Frank scrisse il suo famoso diario durante la seconda guerra mondiale. Anna Frank nacque nel 1929 a Francoforte sul Meno, in Germania. Nel 1933, il partito Nazista antisemita guidato da Hitler salì al potere. La vita di Anna venne allora sempre più limitata dalle leggi razziali contro gli ebrei, leggi che la portarono a dover scrivere il suo diario, al quale affidò i suoi dubbi, il suo coraggio e le sue paure di giovane ragazza, durante i due anni (1942-1944) trascorsi in un nascondiglio segreto la cui entrata era protetta - per ironia - proprio da una libreria. Nel mese di Agosto del 1944 il nascondiglio venne scoperto: sia la famiglia di Anna, sia quella dei Van Daan, con cui i Frank condividevano il nascondiglio, vennero arrestate e deportate. Anna venne condotta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove morì nel Marzo del 1945. L'unico a salvarsi dell'intero nucleo famigliare fu solo il padre, Otto, che si adoperò per far pubblicare il diario della figlia.
Il diario originale è in mostra nell'esposizione permanente allestita nella casa-museo di Anna Frank.

Curiosità: nella stanza di Anna le pareti sono ricoperte di foto di attrici famose collezionate dalla ragazza. 


Miguel de Cervantes



La casa che diede i natali allo scrittore si trova a Madrid, in Calle Mayor. Si tratta di una tipica dimora madrilena del sedicesimo secolo in cui è possibile visitare un museo che ricostruisce la vita ai tempi del “Don Chisciotte”. Il piano terra era quello dove si svolgeva la vita quotidiana della famiglia e si divideva in stanza del cucito, cucina, sala da pranzo, salotto delle dame e lo studio del chirurgo, la professione che esercitava il padre di Cervantes. Il piano superiore era destinato a saloni e a camere da letto. Attualmente ospita un'importante collezione di mobili, ceramiche, incisioni e quadri dell'epoca, oltre a un importante fondo bibliografico.

Curiosità: davanti ai cancelli della casa vi è una panchina con le statue di Sancho Panza e Don Chisciotte intenti a parlare. Una foto è d'obbligo!


Johann Wolfgang von Goethe






Uno degli scrittori e pensatori europei più grandi e versatili dell'età moderna, Johann Wolfgang von Goethe ha influenzato profondamente lo sviluppo del romanticismo letterario. Fu indiscutibilmente una delle figure più grandi della cultura tedesca, compenetrando le sue opere di considerazioni sulla letteratura, la scienza, la musica e la filosofia. I suoi poemi e i suoi romanzi anticipano le caratteristiche del movimento Sturm und Drang; il suo ultimo lavoro culmina nel "Faust", una superba sintesi di filosofia e arte.
Goethe nacque "al dodicesimo rintocco delle campane", come narrò lui stesso, del 28 agosto 1749 e visse a Francoforte fino all'adolescenza. Arrivato a Weimar nel 1775, mostrò subito interesse per una casa in vendita con terreno nella parte est del fiume Ilm. La casa, risalente al sedicesimo secolo, era assai probabilmente abitata da vignaioli. Il giardino si trovava in condizioni disastrose, per cui lo scrittore si impegnò molto nel suo rinnovamento, per realizzare il quale si ispirò ai giardini inglesi. La casa era però piccola e modesta e, a lungo andare, inadeguata alla carica e alla posizione sociale del suo proprietario e inadatta a ospitare la sua grande biblioteca e le sue collezioni. Per questo nel 1782 Goethe si trasferì in città, nella grande casa nel Frauenplan, dove sarebbe morto esattamente cinquant'anni dopo. La casa-giardino restò tuttavia il suo luogo preferito per soggiornare: pur essendosi trasferito in città, continuò a tornare regolarmente nella sua vecchia casa. La sua ultima visita ebbe luogo il 20 febbraio 1832.

Curiosità: nella casa-giardino Goethe scrisse alcune delle sue principali opere: parti della sua "Ifigenia in Tauride", l'"Egmont" e il "Torquato Tasso". Tra le poesie più famose nate qui ricordiamo "An den Mond", "Rastlose Liebe" e "Jägers Abendlied". "Götz von Berlichingen", la prima parte del "Faust" e "I dolori del giovane Werther" vennero invece composti nella sua residenza natale.


Hermann Hesse



Hermann Hesse nacque il 2 Luglio 1877 e visse a Calw (Germania) la maggior parte della sua giovinezza.
E' lo scrittore di lingua tedesca maggiormente letto in tutto il mondo: le sue opere sono state tradotte in 60 lingue e sono pubblicate in oltre 100 milioni di esemplari. Egli giunse a Montagnola (Svizzera) nel 1919 all’età di 42 anni e si stabilì in un modesto appartamento nella Casa Camuzzi. Dopo un periodo di crisi, qui egli ricominciò a scrivere e scoprì nella pittura una fonte di pace e tranquilla serenità. Qui nacquero le opere "L’ultima estate di Klingsor", "Siddharta", "Narciso e Boccadoro", "Il lupo della steppa", poesie e racconti come pure diversi acquerelli. Dopo il trasloco nella Casa Rossa nel 1931 vennero pubblicati "Ore nell'orto" e la sua più grande opera senile, "Il gioco delle perle di vetro", per la quale egli nel 1946 fu insignito del premio Nobel.

Curiosità: nella Casa Camuzzi, oggi adibita a museo, è possibile ritrovare molte delle opere originali possedute dallo scrittore e diversi suoi effetti personali, come la sua macchina da scrivere, l'ombrello, il cappello, gli occhiali. Non solo: è anche possibile ristorarsi nel vicino Caffè Letterario "Boccadoro", ammirando dall'alto il magnifico Lago di Lugano, e poi rivolgere un estremo saluto davanti alla tomba in cui Hesse riposa nel vicino cimitero.


Robert Musil


Lo scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942), celebre soprattutto per "L'uomo senza qualità" e "I turbamenti del giovane Toerless", è stato uno degli scrittori più importanti di questo secolo. La caratteristica delle opere di Musil è la sua ironia, la precisione di un matematico (quale egli era), i punti di vista sempre diversi, l'influenza dell'età moderna e della tecnica sull'uomo di oggi. Un uso coscienzioso della lingua per esprimere i suoi pensieri (nei suoi diari si è definito Monsieur le Vivisecteur) è abbinato a una conoscenza enciclopedica della cultura.
La sua casa-museo a Klagenfurt contiene le mostre permanenti non solo di Robert Musil, ma anche di Christine Lavant e Ingeborg Bachmann. Nell'esibizione è possibile ammirare foto, lettere, vestiti, valigie, testimonianze e foto di amici di Musil, quali Franz Kafka e Thomas Mann.

Curiosità: all'interno della casa troverete la prima edizione de "L'uomo senza qualità" e la camera da letto originale di Christine Levant, poetessa carinziana.


Thomas Mann


L'autore, celebre per alcuni dei più conosciuti scritti della storia della letteratura, come "I Buddenbrook", "La montagna incantata" e "Morte a Venezia", per citarne alcuni, visse dal 1841 al 1891 nella dimora di famiglia Buddenbrookhaus (Lubecca), alla quale lui stesso diede il nome, ambientando proprio tra le sue mura gran parte del suo romanzo. Romanzo che gli valse il premio Nobel nel 1929.
L'edificio, caratterizzato da una facciata bianca in stile rococò, venne adibito negli anni venti a libreria, inaugurata nel 1922 alla presenza di Thomas Mann. La libreria cessò la propria attività nel 1933, con l'avvento del nazismo. Purtroppo, nel corso della seconda guerra mondiale la casa fu distrutta dai bombardamenti (lo stesso Thomas Mann si fece ritrarre 11 anni dopo assieme alla moglie in una fotografia fatta davanti a quel che rimaneva dell'edificio), ma nel 1993 venne acquistata dalla città di Lubecca che, nel 2000, vi stabilì un museo dedicato alla famiglia Mann. Il museo, suddiviso su 5 piani, illustra, attraverso foto, film, la vita di Heinrich e Thomas Mann e dei loro discendenti (Erika, Klaus, Golo, Michael, Elisabeth e Monika).

Curiosità: il museo è strutturato in ordine cronologico e suddiviso in sei sezioni: si parte dalle origini della famiglia Mann (nella sezione Herkunt, "Origini") per arrivare infine alle tracce lasciate ai posteri dalla stessa (nella sezione Spuren, "Tracce"). Le altre sezioni sono intitolate: "Partenza" (Abbruch; sezione che traccia la partenza da Lubecca dei fratelli Mann), "Percorsi di vita" (Lebenswege), "Sofferenza per la Germania" (Leiden an Deutschland) e "Addii" (Abschiede).


Spero che il viaggio sia stato di vostro gradimento e che, come ogni volta, vi abbia condotti in terre e fantasie lontane. La prossima volta esploreremo luoghi ancora più distanti da noi, aspri e selvaggi... ma non voglio rivelarvi di più. Almeno per ora.
Alla prossima puntata :)


- Alice

domenica 17 giugno 2018

Per il ciclo recensioni librose: Le streghe di Atripalda di T. Lorenzo


Ci sono libri che ci arrivano per scelta: andiamo in libreria con il preciso intento di acquistare un nuovo amico di carta, spulciamo quelli sugli scaffali, e alla fine ne compriamo uno (o più di uno) e ce lo portiamo a casa, nascosto dentro la falda del cappotto, proprio sopra il cuore.
Ma non sempre va così. Ci sono storie che giungono a noi nei modi più disparati, per vie traverse e poco battute, suggerimenti, richieste, consigli.
E' il caso di "Le streghe di Atripalda" di Teodoro Lorenzo (2017, Collana Arcadinoè, Bradipo Libri Editore), una raccolta di racconti che forse non avrei avuto l'occasione di leggere, se non fosse stato l'Autore a chiedermi un parere diretto. Lì per lì, non vi nascondo che, aprendo il pdf e scoprendo che si trattava di racconti sportivi, ho rischiato di farmi venire un colpo: per quanto io non sia il prototipo della ragazza che non sopporta il calcio e gli altri sport, non è esattamente un'area di mio interesse... o in cui riesca particolarmente. O che capisca. Tipo, il fuorigioco. Lo so, ho detto che non sono quel prototipo di donna, ma che diamine, il tizio che ha inventato la regola del fuorigioco doveva stare male forte. Oppure il baseball. Prima base, seconda base. Strike. Altra roba di cui non ricordo il nome. Cioè, perché? Perché?
Alla fine, comunque, mi sono messa il cuore in pace e mi sono ripromessa di leggerli, questi racconti. Perché dovevo, perché era giusto che lo facessi - ma, soprattutto, perché le sorprese possono nascondersi ovunque, anche nei posticini più angusti e insospettabili; e poi, adoro leggere storie, e qui ce n'erano ben quattordici. Sono una dannata golosa. Sono una peccatrice.

E per fortuna, perché questa raccolta ha sì come denominatore comune quello dello sport, ma non parla solo di questo. Anzi, lo sport sembra quasi essere un pretesto, o meglio, un veicolo per trasmettere emozioni e speranze che ci accomunano tutti: amore, vendetta, ingiustizia, desiderio di rivalsa, passione, ambizione di raggiungere un obiettivo, fatica, onestà, fede, lealtà. Tutti gli sport presentati (dal ciclismo al pugilato, dal calcio all'hockey, alla pallavolo, al tiro con l'arco, e molti altri) sono descritti in modo avvincente e, soprattutto, con grande perizia, come se l'Autore, che non conosco personalmente, avesse non solo fatto delle ricerche in merito, ma li avesse anche esercitati tutti, e per anni, succhiando da ciascuno la linfa con la quale, poi, scrivere questa raccolta. Che non è esente da difetti, ma prima di passare a quelli vorrei spendere due parole sui suoi numerosi lati positivi.

Ambientazione: è forte, intensa, vivida, è come se trasudasse da ogni racconto. Avete presente l'odore di fatica, polvere e scarpe delle palestre? Beh, io l'ho sentito di nuovo, leggendo questo libro, e mi è piaciuto. Ma non solo. Leggendo questi racconti non si può fare a meno di sentirsi parte di quei paesini di provincia dove il circolino sportivo è il cuore pulsante di tutte le attività, le curiosità e le ambizioni del paese. Il circolo sportivo e/o la palestra diventa metafora di fucina di vita, in cui i giovani possono venire ancora forgiati nello spirito, oltre che nel corpo, e trovare figure paterne 
sostitutive, nuovi amici, le prime competizioni, alleati, ma soprattutto se stessi.

Personaggi: sono ben delineati, alcuni molto forti, come Ivo del Fuoco, protagonista di uno dei racconti che ho più apprezzato; il loro DNA è fuso con quello dello sport, ma non in maniera forzata o fastidiosa; le loro storie sono naturali, autogenerate. Sono le vostre storie, e anche le mie, perché in ciascuna disciplina sportiva, e in ciascun racconto, si nasconde un messaggio importante, un insegnamento che i personaggi applicheranno non solo per vincere le competizioni, ma anche per risolvere, o almeno capire, i loro problemi. Lo sport diventa un rifugio, un luogo in cui stare in silenzio e piangere, come il protagonista di "Un ring in Paradiso", che si nasconde, dopo ogni incontro di pugilato, negli spogliatoi a soffrire per il dolore dei colpi ricevuti, ma anche per quello emotivo per il fatto che la moglie lo tradisce con qualcuno di meno introverso di lui. Personaggi a tutto tondo, quindi, che sì vivono attraverso lo sport, ma lo piegano anche alle loro esigenze, talvolta abbandonandolo, altre ponendo addirittura fine alla propria vita attraverso di esso, in un prisma variegato di situazioni e finali che alzano il livello dell'intera raccolta.

Anima: ce n'è parecchia, e ogni racconto contribuisce a disegnare quella mappa collettiva di memorie, emozioni, ricordi cui ho accennato qualche riga fa. Si parla di edifici scolastici da cui sono passati tutti i ragazzi del paese, diventando uomini; si parla di circoli sportivi, officine meccaniche, bar sport, piazze, vie, palestre, campi da pallavolo, fiumi, e ogni vittoria, ogni lotta dei personaggi risveglia nel lettore una sorta di antica memoria ancestrale, qualcosa che ha a che vedere con l'infanzia, con il gelato preso al bar dopo un pomeriggio a lezione di judo, con il borsone da palestra appeso alla spalla che ti sbatte contro la coscia mentre cammini verso casa, il sole a scottarti la testa, ma col sorriso sulle labbra per le belle parole che ti ha rivolto l'allenatore.

Nomi: diciamo che questo è sia un punto a favore che a sfavore, secondo il mio parere, ma immagino vada a gusti. Provo a spiegarvi cosa intendo. E' vero che io non sono un'appassionata di letteratura contemporanea italiana, ma qui i nomi dei vari personaggi suonano decisamente... "vecchia Italia": Aquilino, Dorina, Edilio, Vittorino, Vladimiro, e potrei continuare. Se da un lato questi nomi contribuiscono, insieme a quelli degli sconosciuti paesi che fanno da sfondo ad alcune delle vicende (non me ne vogliano gli abitanti; anche io abito in un paesino di provincia che sfido chiunque non sia della zona a conoscere) - come Arcinazzo, Atripalda, San Severino - a ricreare quell'atmosfera delle piccole comunità rimaste ferme nel tempo a qualche decennio fa, dall'altro rischiano di risultare pruriginosi e allontanare chi, come me, preferisce di gran lunga la letteratura estera e/o generi più dinamici e al cardiopalma. Ripeto: gusti.

In ultimo, menziono un paio di elementi che io, personalmente, ho trovato da migliorare. Nonostante la qualità dei racconti sia buona e diventi decisamente ottima da metà in poi, i primi li ho trovati un po' verbosi, infarciti di pagine in cui il medesimo concetto viene ripetuto parecchie volte, pur essendo poco utile ai fini della trama. Il che è un peccato, perché le storie sono tutte talmente interessanti che la voglia di andare avanti e scoprire cosa accade ti porta a saltare a piè pari interi paragrafi superflui, che in revisione io avrei tagliato o condensato in poche righe. Gusto personale, naturalmente.
Lo stesso processo di miglioramento progressivo ed esponenziale l'ho individuato anche nell'ortografia e nella punteggiatura: se all'inizio qualche refuso ed errorino si trova ("gli" al posto di "le", passato remoto al posto del trapassato prossimo quando un personaggio parla di un episodio passato della sua vita), mano a mano questi scompaiono, lasciando un testo pulito, di ottima fattura e molto emozionante. In più di un'occasione ("Lettera a Maria", "Ghiaccio e Fuoco", "Un ring in Paradiso") mi sono ritrovata con la lacrimuccia, per dire, tanta era la commozione che, nello spazio di poche pagine, queste storie sono state in grado di risvegliare dentro di me.

In definitiva, il mio giudizio è senz'altro positivo, specialmente da metà in poi. "Le streghe di Atripalda" è uno di quei rari libri che, pur con qualche imperfezione, si mette totalmente al servizio della comunità, della memoria collettiva, dell'umanità, dell'italianità, della provincialità, dell'anima, dei ricordi, della gentilezza, dei piccoli gesti, il tutto con grande umiltà. Un'umiltà che ho riscontrato anche nell'Autore, al quale faccio i miei complimenti e i miei migliori auguri di proseguire con la sua carriera di scrittore. Sempre di Teodoro Lorenzo, fra l'altro, potete trovare anche un'altra raccolta di racconti (sempre quattordici, sempre sportivi): "Saluti da Buenos Aires", anche questo edita da Bradipo Libri Editore. Quanto a me, ho già voglia di leggerla.


- Alice

lunedì 11 giugno 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori francesi + 1

Buonasera a tutti!
Eccoci giunti a una nuova puntata della rubrica "Nel salotto dello scrittore", questa volta ambientata interamente in Francia. Da La Fontaine a Hugo, da Cocteau a Dumas, esploreremo le meraviglie nascoste e le dimore di autori immortali. Piccolo spoiler: uno di loro non è proprio francese, né scriveva dentro casa. Pronti per scoprire chi è? Via!

Jean de La Fontaine




La casa in cui Jean de la Fontaine è nato risale al Rinascimento e si trova a Château-Thierry, nella regione della Piccardia, nella valle della Marna, ai piedi di colline tappezzate di vigneti e di un antico castello. Questo luogo è stato trasformato in un museo già nel 1876 e, oggi, ricostruisce l'universo poetico dello scrittore attraverso le sue collezioni e una speciale atmosfera: suggestivi cortili, vecchi pozzi, perfino la mastodontica porta Saint-Jean e il giardino che conduce al castello sono una testimonianza magica della vita del poeta, il quale, purtroppo, riuscì a vivere qui solo fino al 1676, anno in cui fu obbligato a vendere la proprietà a causa dei debiti di famiglia. Il museo mette in mostra una selezione importante e preziosa delle pubblicazioni di La Fontaine così come oggetti, mobilio, sculture, illustrazioni, incisioni e pitture di artisti quali Oudry, Fragonard, Vleughels, Decamps, Lhermitte e Chagall... per non accennare alle miniature cinesi, giapponesi, indiane e persiane che illustrano il talento e la particolarità di questo famoso scrittore.

Curiosità: da aprile fino a Ognissanti, sulla spianata del castello si tengono spettacoli di rapaci in volo libero: le aquile di Château-Thierry. Inoltre, ogni anno, a maggio, la città ospita il festival Jean de La Fontaine, un evento culturale e artistico dedicato alla musica, al teatro e alla danza.


Victor Hugo




Poeta, scrittore, drammaturgo, critico, giornalista, storico... senza dubbio, Victor Hugo è uno dei più grandi letterati francesi. Aveva soltanto 30 anni quando si trasferì nella costosa residenza di Parigi, l'hotel di Rohan-Guéménée, nella splendida Place des Vosges. Il motivo per il quale Hugo a quell'età poté già permettersi una dimora così esosa era che il romanzo “Notre Dame de Paris” gli aveva reso una fortuna. Nella casa è possibile ammirare non solo le penne che usò per scrivere la maggior parte delle sue più grandi tragedie e la maggior parte de "I Miserabili", ma anche una ricostruzione della sua stanza da letto, il busto di Rodin e lo scaffale dei quattro poeti, con i calamai di Alexandre Dumas, Georges Sand, Lamartine e, naturalmente, Victor Hugo.

Curiosità: tanti i pezzi pregiati dell’esposizione, su tutti lo scrittoio, che Hugo si fece costruire per scrivere in piedi negli ultimi anni di produzione.

François-René de Chateaubriand




Niente può definire Chateaubriand, poeta e geniale e nostalgico viaggiatore, meglio de "La Vallée aux Loups", il grazioso eremo dove egli visse dal 1807 al 1817, a Châtenay-Malabry, e dove ospitò illustri scrittori, politici, pittori, musicisti e varie celebrità. Le piante che circondano la casa (il catalpa, il cipresso calvo, il cedro e gli alberi di quercia) sono stati piantate parzialmente dallo stesso Chateaubriand, il quale era un provetto giardiniere. Il giardino è semplicemente incredibile e fa immergere il visitatore in un'atmosfera senza tempo, nel silenzio e nella pace. Lo studio del poeta, organizzato all'interno della famosa torretta Velléda, i libri, l'ingresso della casa, sostenuto solennemente da due colonne di marmo bianche, immergono l'ospite in un'atmosfera di trionfante romanticismo. Mobili, oggetti inestimabili, ornamenti, tendaggi e ricordi preziosi ricordano la vita del grande scrittore e il suo destino.

Curiosità: immortali opere quali "Itinéraire de Paris à Jérusalem", "Les Aventures du dernier Abencérage", "Martyrs", "Moïse" e l'inizio di "Mémoires d'outre-tombe" sono stati scritti proprio nella torretta Velléda.

Honoré de Balzac



Delle molte case in cui visse lo scrittore, solo una è rimasta intatta: si tratta della Maison de Balzac, a Parigi, oggi sede del museo di Honoré de Balzac (1799 - 1850), uno dei più grandi scrittori francesi.
Balzac è maggiormente conosciuto per la sua "La Comédie Humaine", una raccolta di storie, molte delle quali ambientate a Parigi. 
E' in questa dimora - che egli aveva affittato a nome della sua governante, per evitare le attenzioni dei creditori - che Balzac scrisse alcuni dei suoi ultimi lavori, compreso "La Rabouilleuse", "Une Ténébreuse Affaire" così come "La Cousine Bette".

Curiosità: la Maison de Balzac conta cinque stanze, dove sono esposte la scrivania e la sedia dell'autore, ritratti, stampe di artisti del 19° secolo  e altri oggetti dello scrittore, come il bollitore e una caffettiera donatagli da Zulma Carraud nel 1832. Il quartiere, vicino al Bois du Bulogne, e il giardino in cui è immersa la magione sono entrambi incantevoli e fuori dal tempo.

Alexandre Dumas



Lo Chateau Monte-Cristo, a St-Germain-en-Laye, nella regione dell'Île-de-France, è l'austera dimora dello scrittore francese, autore di opere famosissime quali "La regina Margot", "Enrico III e la sua corte", "I tre moschettieri" e "Il conte di Monte Cristo". Dopo questi capolavori sentì l'esigenza di scappare da Parigi e trovare un luogo dove continuare a scrivere tranquillamente, e questo luogo lo trovò nell'Ile-de-France a Le Port Marly. La facciata del castello è interamente scolpita con motivi floreali, armi, angeli e strumenti musicali.
Sopra ogni finestra del piano terra vi sono medaglioni con scrittori drammatici di tutte le epoche. Su quello che sovrasta la porta d'entrata si trova quello di Dumas stesso. Sul frontone vi sono le insegne dei suoi avi e la scritta "Amo mi chi ama".
Le torrette sono decorate con le iniziali intrecciate di Dumas. L'interno del castello presenta ritratti, manoscritti, foto e ricordi dello scrittore, che qui amava portare le sue conquiste femminili.
Al primo piano si trova il Salone moresco. Nella residenza si svolgevano feste sontuose e pasti gourmet che preparava Dumas stesso, famoso per la sua generosità leggendaria; generosità che, purtroppo, portò l'autore ad accumulare debiti e creditori, fino al punto che fu costretto a svendere l'immobile con quello che conteneva e, nel 1851, ad esiliarsi in Belgio, per poi finire la sua vita nella casa di suo figlio a Dieppe, non lontano dal luogo dove venne al mondo, nel 1870.

Curiosità: il parco all'inglese è ricco di alberi come larici, abeti, querce, betulle e tigli, con cascate, rocce e grotte, e popolato da numerosi animali. Immerso in questo "piccolo Paradiso", come amava definirlo, Dumas si fece costruire uno studio in un piccolo castelletto neoclassico circondato dall'acqua chiamato "Chateau d'If".

Samuel Beckett



In realtà, il poeta, scrittore e drammaturgo irlandese, famoso per essere stato uno dei massimi e più peculiari esponenti del teatro dell'assurdo, non nacque in Francia, ma abbiamo deciso di includerlo in questa sezione poiché, nel 1953, si ritirò in questa casa di Ussy-sur-Marne, a una sessantina di chilometri da Parigi. Prima di abitare nel cottage che lo ospitò fino alla morte, Beckett visse in affitto in altre due abitazioni di Ussy-sur-Marne. In seguito, entrò in possesso della sua ultima dimora grazie alla somma lasciatagli in eredità da sua madre. La casa è molto semplice, in cemento. Beckett la ristrutturò grazie all’aiuto economico di suo fratello e cominciò a usarla a partire dal 1953. Qualche anno più tardi costruì anche un muro intorno alla proprietà per garantirsi maggiore tranquillità. Attualmente la proprietà, come da ultime volontà dello scrittore, appartiene alla famiglia della governante che un tempo si occupava della casa durante le assenze di Beckett.

Curiosità: a discapito della sua fama da solitario, Beckett era un buon bevitore e a casa sua c'era sempre un viavai di persone allegre. Gli abitanti suoi coetanei si ricordano che lo scrittore si riempiva sempre le tasche di caramelle, prima di uscire a passeggiare, e che ogni volta le regalava ai bambini. Nel giardino della casa è possibile vedere la sedia e il tavolo da giardino dove Beckett si sedeva a bere e pensare, circondato dalle piante che lui stesso coltivava, lottando strenuamente contro le talpe.

Jules Verne



La casa di questo celeberrimo scrittore francese, autore di opere immortali quali "Ventimila leghe sotto i mari", "Viaggio al centro della terra" e "Il giro del mondo in 80 giorni", si trova ad Amiens, capoluogo della Piccardia, nella Francia settentrionale. Tutti gli ambienti, attualmente visitabili, sono arredati con quadri, oggetti e foto della famiglia Verne. Da non perdere la biblioteca e lo studio con il famoso mappamondo. Al secondo piano vi è la ricostruzione dello studio del signor Hetzel, amico ed editore dello scrittore.

Curiosità: la casa è rimasta intatta e, in gran parte, anche gli ambienti sono rimasti immutati. Su uno dei pavimenti vi è riprodotta una grande mappa e i visitatori possono anche ammirare le riproduzioni dei modellini delle macchine fantastiche uscite dalla penna e dalla fantasia di Verne.


Jean Cocteau


Maison Jean Cocteau, Milly-la-Foret, Francia: questo il nome del rifugio per Cocteau, il quale lo acquistò nel 1947. Si tratta di una casa del sedicesimo secolo locata circa 50 km a sud di Parigi. Cocteau ci visse prima con Jean Marais, poi con il suo partner Edouard Dermit. Grazie al patrocinio e all'aiuto del filantropo Pierre Bergé, oggi la casa è esattamente come Cocteau la lasciò. 

Curiosità: i visitatori possono visitare anche la cappella che si trova nelle vicinanze, dove è possibile spendere un minuto di silenzio sulla tomba di Cocteau, che egli decorò personalmente con un'incisione rivolta a se stesso: "Io rimango con te".

Marcel Proust



La Maison de Tante Léonie è una casa trasformata in museo a ricordo dell'ambientazione del romanzo di Proust "Alla ricerca del tempo perduto". Nel 1954, la casa fu acquistata e trasformata in museo dalla cugina di Proust, Germaine Amiot, e allestita in Musée Marcel Proust da Philibert-Louis Larcher. Da allora diverse donazioni di mobilio, manufatti, fotografie, ritratti, dipinti, cimeli, lettere e documenti appartenenti allo scrittore hanno riempito la Maison e il suo incantevole giardino.

Curiosità: le stanze sono semplici, prive di suppellettili eccessive, proprio per far immergere gli appassionati nell'atmosfera della casa della zia Lèonie. Nel romanzo, Monsieur Swann entrava dalla porta che attualmente è l'entrata del museo; la stessa porta rappresenta anche l'uscita per andare "dalla parte di Swann", e cioè verso la parte di Méséglise. L'altra uscita, per andare verso "la parte di Guermantes", non c'è più a seguito dei cambiamenti fatti in occasione della creazione del Museo.

Charles Baudelaire



Il poeta, celebre soprattutto per l'opera "I fiori del male" e per il suo stile di vita bohémien estremamente dissoluto, che lo portò a contrarre varie malattie veneree e a dipendere da droghe e alcol, scrisse le sue poesie in varie camere d'albergo. Le due più famose, e che occupò per il più lungo lasso di tempo, furono quella all'Hotel de Dieppe (22 rue d'Amsterdam), in cui Baudelaire visse per cinque anni in una stanza al quinto piano con vista sulla città, e quella all'Hotel de Lauzun, al 17 quai d'Anjou, dove l'autore compose alcuni sonetti e in cui visse insieme al collega Théophile Gautier, fumando hashish e fondando poi con lui il Club des Hashischins, un circolo di letterati e intellettuali dediti all'esplorazione delle esperienze e delle allucinazioni prodotte dalle droghe; il gruppo comprendeva Jacques-Joseph Moreau, Gérard de Nerval, Honoré de Balzac, Eugène Delacroix e Alexandre Dumas padre.

Curiosità: c'è un'altra camera famosa in cui lo scrittore soggiornò dal 1842 al 1843, ossia quella all'Hotel Lefebvre de la Malmaison, fuori dalla quale è possibile contemplare anche una targa commemorativa.

E anche questa puntata è terminata. Il prossimo lunedì vi porteremo con noi su un nuovo sentiero, questa volta alla scoperta degli scrittori e poeti tedeschi, austriaci e... non vogliamo dirvi di più! ;)
Alla prossima!


- Alice