martedì 17 luglio 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori americani (parte 3)

Eccoci giunti a una nuova puntata - la penultima - della rubrica "Nel salotto dello scrittore", dedicata agli Autori e ai luoghi in cui hanno vissuto. Ma non si tratta solo di questo: una casa, specialmente per uno scrittore, non è solo una casa. E' un luogo di strani sogni, di stanze che si moltiplicano all'infinito in cui personaggi, storie e idee si riflettono come in un palazzo di specchi, mostrando ora un sorriso, ora una lacrima, e subito dopo un sogghigno diabolico.
Venite, prendete la mia mano. Addentriamoci insieme nei macabri labirinti della fantasia...


Howard Phillips Lovecraft





Immortale scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, H. P. Lovecraft è forse il più importante precursore della fantascienza angloamericana. Non solo: a lui si deve anche l'invenzione del "Necronomicon", il famosissimo pseudolibro di magia nera che molti, ancora oggi, credono reale. In realtà, Lovecraft lo creò di suo pugno, sfruttandolo come espediente letterario per dare verosimiglianza ai propri racconti: egli, infatti, lo citò nelle sue opere come se fosse realmente esistito, dando vita a una vera e propria leggenda secondo la quale il "Necronomicon" (in arabo: Al Azif) sarebbe stato scritto dall'arabo pazzo Abdul Alhazred, vissuto nello Yemen nell'VIII secolo e morto a Damasco in circostanze misteriose. La finzione resse a lungo, tanto che parecchi Autori cominciarono a citare il "Necronomicon" nei loro racconti, contribuendo a legittimare la sua esistenza; alla fine, Lovecraft fu costretto a confessare la verità, poiché troppi suoi lettori lo avevano preso sul serio.
Riconosciuto oggi come uno tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme a Edgar Allan Poe, Lovecraft non godette di particolare successo in vita: le sue opere ("Dagon", "Il colore venuto dallo spazio", "Il richiamo di Cthulhu", "L'orrore di Dunwich", "Il caso di Charles Dexter Ward", "Le montagne della follia" e "La maschera di Innsmouth", per citarne alcune), una sorta di contaminazione straniante fra horror, fantascienza e dark fantasy con sfumature gotiche, weird ed esoteriche, non vennero apprezzate dai critici se non dopo la morte dell'Autore, avvenuta nel 1937 a causa di un cancro all'intestino tenue, all'età di soli 46 anni.
Dopo la morte, il corpo di Lovecraft venne sepolto assieme a quello dei genitori nel monumento funebre di famiglia dei Phillips, nel cimitero di Swan Point a Providence; nel 1977, però, un gruppo di fan particolarmente devoti guidati da Dirk Mosig raccolse i fondi per far realizzare una nuova lapide commemorativa, sulla quale vennero incisi il nome dello scrittore, le date di nascita e di morte e la frase "I AM PROVIDENCE" (io sono Providence), tratta da una delle sue lettere personali.
A Providence, lo scrittore si stabilì in parecchie case, molte delle quali gli ispirarono i suoi racconti dell'orrore. Dal 1904 al 1924 visse al 598 di Angell Street in una casa modesta e spoglia, piuttosto macabra, che egli sfruttò per il suo racconto "La casa misteriosa lassù nella nebbia". Un altro racconto, "La casa stregata", gli venne ispirato dal 135 di Benefit Street, luogo di reali sventure accadute ai vari proprietari della magione e dimora, secondo le voci, di un'entità vampirica sepolta sotto la casa.
Al 140 di Prospect Street si trova la "casa Ward", che diede l'idea a Lovecraft per il suo romanzo "Il caso di Charles Dexter Ward", un apprendista negromante, mentre al numero 65 della stessa via si trova l'ultima residenza dello scrittore: Samuel B. Mumford House. Grazie a questa casa Lovecraft diede vita alle descrizioni nel racconto "L'abitatore del buio", con il suo famoso protagonista Robert Blake (l'alter-ego dell'autore di "Psycho", amico di Lovecraft, Robert Bloch).

Curiosità: a oggi, la casa stregata al 135 di Benefit Street, alla quale Lovecraft si riferì nel suo celebre racconto "La casa sfuggita", è in vendita per poco più di 600.000 euro. Un piccolo prezzo, tutto sommato, per uno dei luoghi più emblematici di Providence e della letteratura... specialmente perché, compreso nel prezzo, c'è anche il vampiro che ne infesta le fondamenta.


Jack Kerouac 



Jack Kerouac, padre del movimento della Beat Generation, è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura americana del XX secolo: dalla sua penna sono usciti non solo il celeberrimo "Sulla strada", che racconta le vicende della beat generation e il viaggio interminabile da est a ovest lungo la Route 66, ma anche "I vagabondi del Dharma", "Big Sur", "Tristessa", "Il dottor Sax", "Mexico city blues" e tante altre opere immortali. I suoi scritti riflettono la volontà di liberarsi dalle soffocanti convenzioni sociali e dare un senso liberatorio alla propria esistenza; un approfondimento della coscienza cercato nelle droghe (come la benzedrina e la marijuana), nella caffeina, nella religione, cattolica e buddhista e che invece sfociò nell'alcolismo. Kerouac, nei suoi frenetici viaggi, sembrava essere alla ricerca di un luogo che gli desse stabilità interiore e riempisse quella deprimente sensazione di vuoto, simboleggiata dalla morte del fratello maggiore, Gerard, all'età di quattro anni e poi del padre, Leo, venti anni dopo, oltre che di una risposta al mistero della vita: affrontare l'enigmaticità dell'esistenza era considerata dallo scrittore, infatti, la sola attività importante a questo mondo.
A causa dei suoi eccessi con l'alcol, che lo portavano anche a brutali risse da bar, egli visse in solitudine i suoi ultimi anni in questa tranquilla casa immersa nel verde a St. Petersburg, Winter Park, in Florida. Il 20 ottobre 1969 si svegliò alle quattro del mattino in seguito all'ennesima sbornia. Verso mezzogiorno, mentre stava bevendo un liquore di malto e scarabocchiando appunti per un libro sul padre, accusò forti dolori addominali e vomitò sangue: il fegato aveva ceduto per la cirrosi epatica. Portato in ospedale, venne sottoposto a 26 trasfusioni e a un'operazione chirurgica nel tentativo di contenere l'emorragia dovuta alla rottura spontanea di varici esofagee. Alle cinque e mezzo del mattino del 21 ottobre, senza mai aver ripreso conoscenza dopo l'intervento chirurgico, Jack Kerouac morì a quarantasette anni.

Curiosità: quasi nulla è rimasto nella casa che appartenesse a Jack. Alcuni dei suoi effetti, come i suoi scritti e la sua macchina da scrivere, sono stati recentemente spostati nell'Università del Massachusetts. Ma qualcosa rimane, ed è lo spirito. Nessuno ha più vissuto in questa casetta dagli anni '70. Nulla è stato rimodernato. Visitarla significa prendersi un momento per sedersi fuori, la notte, insieme a Jack, a guardare le stelle e chiudere gli occhi come lui amava fare cinquant'anni fa, godendosi il fruscio del vento tra i pini. In verità, oggi un solo pino è sopravvissuto, ma questo contribuisce a creare il senso di abbandono e solitudine peculiari di questo Autore. Basti ricordare che, nel '69, Jack disse a un reporter del Times che si recò da lui: "Sono così felice di vederla. Mi sento tanto solo, qui."


Jack London




Si tratta di un ranch a Glen Ellen, California. Nel 1911, London, autore di alcuni dei più famosi libri della letteratura, quali "Zanna bianca", "Il richiamo della foresta", "La peste scarlatta", "Martin Eden" e "Il vagabondo delle stelle", comprò 1400 acri di terra vicino a Sonoma e vi costruì, oltre agli edifici residenziali, anche una fattoria sperimentale: piantò piante di cactus senza spine per foraggiare il bestiame e costruì perfino una porcilaia così gargantuesca che egli stesso la chiamò "pig palace".
A oggi, il parco comprende le rovine della Wolf House, che lo scrittore aveva costruito per sé e la moglie, il cottage dove London si rifugiava a scrivere, la sua tomba e la casa che la moglie costruì insieme alla sorellastra di London dopo la sua morte, la cosiddetta House of Happy Walls ("casa dei muri felici"), oggi adibita a museo. Qui è possibile venire a contatto con molti oggetti ed effetti personali dello scrittore, quali manoscritti e fotografie originali; alcuni reperti li raccolse lui stesso durante i suoi viaggi in giro per il mondo.
Molto dello spirito dell'Autore è rimasto tra questi muri: la Wolf House, ad esempio, deve il nome al soprannome con cui London veniva chiamato dall'amico George Sterling - "The Wolf", appunto, il lupo. Purtroppo, lui e la signora London non poterono mai abitarvi, poiché nell'agosto 1913, durante una rovente notte estiva, l'edificio prese fuoco per autocombustione. La coppia si accorse dell'incendio, ma non poté fare nulla per estinguerlo. London avrebbe voluto ricostruirla, ma morì prima di riuscire a portare a termine il progetto.
Nel 1916, infatti, l'Autore si spense dopo alcuni giorni di coma, all'età di soli 40 anni, a causa di un'uremia per insufficienza renale cronica.

Curiosità: è possibile visitare l'intera dimora, comprese le rovine della Wolf House. Le mura di pietra ci sono ancora, non lontane dalla tomba di London. Il suo corpo, difatti, venne cremato e le sue ceneri disposte sotto la grande roccia che si trova nella tenuta, esaudendo il suo desiderio che le sue ceneri fossero sparse vicino al luogo di sepoltura di David e Lillie Greenlaw, i figli di una coppia di immigrati irlandesi e scozzesi, morti nel 1876 e nel 1877 giovanissimi per cause sconosciute. Quando la moglie di London morì nel 1955, anche le sue ceneri furono collocate sotto la stessa roccia, vicino a quelle del marito.


John Steinbeck



Steinbeck nacque e crebbe con le sue tre sorelle in una casa vittoriana in stile Queen Anne a Salinas, California. Nonostante suo padre fosse un ricco tesoriere della contea di Monterey, oltre al direttore di uno stabilimento per la produzione di farina, e la madre fosse un'insegnante, il piccolo Steinbeck non fu mai un grande amante degli studi, tanto che decise di diventare scrittore a 14 anni e non prese nemmeno la laurea, contrariamente ai pareri dei suoi genitori, preferendo lavorare e stare a contatto con i braccianti. Proprio dalle loro speranze e condizioni di vita, trasse l'ispirazione per scrivere "La valle dell'Eden", "Furore", "Uomini e topi" e le sue altre celebri opere, che gli valsero il prestigioso Premio Pulitzer e il Nobel per la Letteratura (1962).
Le opere di Steinbeck odorano di polvere, fatica, sconfitta, ma anche di viaggio e fuga verso l'Ovest: in "Furore", il suo capolavoro, attraverso le vicende drammatiche e le lotte di Tom Joad e della sua famiglia, vengono raccontate l’America della Grande Depressione, la nascita dei sindacati e le disperate migrazioni di contadini verso ovest degli anni trenta, disposti a lavorare per una miseria e costretti ad abbandonare le loro amate case nel cuore e nella pancia degli Stati Uniti, in Oklahoma e in Arkansas. Destinazione: California, favoleggiata dalle masse di disperati che avevano perso tutto come una terra mitica e generosa, salvo poi ritrovarsi in un incubo di emarginazione, razzismo, carestia e sfruttamento.

Curiosità: oltre a visitare la casa, è possibile mangiare in un ristorante che oggi si trova in quello che, una volta, era il salotto dello scrittore. Il servizio è gestito da un'organizzazione no profit che serve pranzi genuini e nutrienti.


Pablo Neruda




Poeta e diplomatico cileno, Pablo Neruda è famoso per aver vinto il premio Nobel per letteratura nel 1971. Ma egli era molto più di un poeta talentuoso: il suo era un animo puro, fanciullesco, stravagante, che amava tutto ciò che era insolito. Avrebbe usato solo penne verdi per scrivere le sue poesie, e il nome che porta lo ha scelto egli stesso: i suoi genitori lo avevano chiamato Ricardo Eliezer Neftali Reyes y Basoalto, ma lui si ribattezzò Pablo Neruda già da adolescente.
Le sue case, tutte e tre cilene, sono piene di strane collezioni di conchiglie, coleotteri, vetro colorato, e ricordi di vita sul mare, le tre spettacolari dimore di Neruda – Isla Negra, La Sebastiana e La Chascona – sono veramente eccentriche, originali come i suoi versi.
Non solo le opere di Neruda hanno testimoniato le lotte politiche-storico-sociali della sinistra nell'America del sud; egli era anche un formidabile scrittore di poesie d'amore. Le "Venti Poesie d'amore" e la "Canzone di Despair" hanno venduto oltre un  milione copie in seguito alla prima pubblicazione. La casa sulle colline di Valparaíso - La Sebastiana - è quella in cui Neruda visse e scrisse di più, godendo di una meravigliosa vista della città e del porto. A oggi, la Fondazione Neruda permette ai visitatori di immergersi nelle stravaganze della casa, che è inclusa del "Neruda Tour".

Curiosità: le suppellettili presenti nella villa sono davvero singolari, simboli e ricordi di vita di mare. Davanti alla finestra a baywindow è possibile vedere, ad esempio, un lampadario con all'interno un uccello tropicale sul punto di spiccare il volo. E' anche presente una stanza denominata “bar del capitano”, dipinto di un rosa acceso, che, a quanto pare, solo Neruda poteva usare.



Finita. La tappa americana del nostro viaggio è terminata, e con essa richiude i suoi petali anche un pezzettino del mio cuore. Erano tanti gli scrittori che avremmo voluto trattare, ma per forza di cose era necessario operare una selezione. Una di quelle brutali, ma anche indispensabili. Oh, a proposito: mentre sceglievo di quali Autori parlare, mi sono imbattuta in una notizia brutta. Ma brutta brutta, che mi ha chiuso lo stomaco. Avete presente Ray Bradbury? Uno dei più grandi scrittori di fantascienza della storia della letteratura, autore di "Cronache marziane", "L'uomo illustrato", "Fahrenheit 451", "Il gioco dei pianeti", "Paese d'ottobre", e potrei continuare fino a stasera? Ebbene, io non vedevo l'ora di parlare della sua casa in California. Mi ero proprio pregustata il momento, lasciandomelo per ultimo, come si fa con il centro dei pasticcini. Purtroppo, però, ho scoperto che la sua dimora è stata recentemente rasa al suolo da un architetto per costruirci la propria "Kuzcotopia", diciamo così, oh yeah.
Sorte simile è capitata ad Asimov, la cui casa è oggetto di una petizione che trovate su Change.org affinché venga preservata e trasformata in una casa-museo o comunque un punto storico riconosciuto, cosa che attualmente non è. A quanto pare, non basta essere il padre della robotica in campo letterario, perché a qualcuno freghi qualcosa del posto in cui vivevi. Ma, ehi, la vita va così.
Per oggi chiudo qui e vi do appuntamento alla prossima settimana, in cui parleremo delle case degli scrittori più esotici e viaggeremo insieme dall'Africa, alla Nuova Zelanda, a...

- Alice

martedì 10 luglio 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori americani (parte 2)

Nella puntata di oggi della rubrica "Nel salotto dello scrittore", come promesso, visiteremo alcune delle dimore dei più grandi scrittori americani nativi o vissuti in Georgia, più altri "intrusi" che vedrete man mano che proseguirete nella lettura. Dalla Georgia al Maine, al Connecticut, a Philadelphia, scorrazzeremo in lungo e in largo su tutto il territorio americano, alla ricerca dei segreti, delle curiosità e... dei gatti di Autori di fama mondiale.
Pronti? 
Via!


Margaret Mitchell



Atlanta, Georgia: fu qui, al tavolo del salotto da pranzo che dà su Crescent Avenue, che la scrittrice, obbligata all'immobilità da una grave lesione alla caviglia, lavorò per dieci anni al suo romanzo epico "Via col vento", che rievoca la guerra di Secessione dal punto di vista dei sudisti. Pochissime persone sapevano, all'epoca, che la Mitchell stava scrivendo un libro, poiché ella la considerava un'attività personale. Finalmente, nel 1936, un Editore accettò di pubblicare l'opera, forzando l'Autrice a terminarla in tempo per la data d'uscita: fu, probabilmente, il più grande successo nella storia letteraria degli Stati Uniti. Dal romanzo fu tratto nel '39 il film con la regia di Victor Fleming, al quale furono assegnati nel 1940 ben otto premi Oscar.

Curiosità: la scrittrice chiamò il suo appartamento "la discarica". Visitando la casa, è possibile sedersi sulle sedie a dondolo antiche rivolte verso Peachtree Road, dove la Mitchell e il marito solevano trascorrere momenti di quiete.


Flannery O' Connor



Questa fattoria andalusa si trova a Milledgeville, in Georgia, ed era la dimora dei genitori dell'Autrice. Fin da piccola, la O' Connor dimostrò subito le sue peculiarità, tanto da sembrare un'adulta nel corpo di una bambina: chiamava i suoi per nome, preferiva andare a messa con gli adulti; era molto precoce intellettualmente e non apprezzava la compagnia dei bambini, ritenendoli infantili. La madre, preoccupata che la bambina non avesse amici, le organizzava dei "playing-dates", una sorta di appuntamenti per giocare con altri bimbi della sua età, costringendola a passare del tempo con loro.
In realtà, la scrittrice avrebbe voluto trasferirsi al Nord, ma quando le venne diagnosticato il lupus (anche suo padre lo aveva) decise di rimanere definitivamente nella fattoria, dove visse fino alla sua morte, avvenuta a 39 anni nel 1951. La malattia le rese molto difficoltoso salire le scale, pertanto dormiva in sala da pranzo, dove scriveva. Durante la sua battaglia contro il lupus, la O' Connor, fervente cattolica, produsse 32 racconti, 2 romanzi e oltre 100 recensioni di libri per due giornali locali, più alcune prose d'occasione. Le sue due opere maggiormente conosciute sono "La saggezza nel sangue" (1952) e "Il cielo è dei violenti" (1960).

Curiosità: è ancora possibile vedere la sua macchina da scrivere personale. Anche le sue stampelle sono ancora lì. Nei 544 acri di terreno intorno alla casa vivono molti pavoni.


Mark Twain



Lo scrittore, il cui vero nome era Samuel Clemens, ha vissuto i suoi anni più felici in questa dimora a Hartfort, in Connecticut, insieme alla moglie e alle tre figlie. Qui scrisse praticamente tutte le sue grandi opere, comprese "Le avventure di Tom Sawyer", "Il principe e il povero" e "Le avventure di Huckleberry Finn". La casa ricorda uno dei traghetti che all'epoca attraversavano il fiume Mississippi e costò una tale somma a Twain che le sue finanze ne vennero prosciugate. La famiglia si trasferì nel Regno Unito nella speranza di sanare le finanze dissestate, ma la figlia maggiore morì poco dopo, proprio in questa casa, durante una visita negli Stati Uniti. Così i Twain non tornarono a vivere più in questa bellissima dimora. L'edificio fu venduto nel 1903 a Richard Bissel e poi cambiò svariati proprietari fino al 1929, quando un gruppo di appassionati dello scrittore fondarono la Mark Twain Memorial and Library Commission e acquistarono la casa per restaurarla e adibirla a museo, prestando particolare cura alla sala del biliardo, al salotto e alla biblioteca. Riuscirono perfino a recuperare un prezioso letto a intarsi che lo scrittore aveva acquistato a Venezia.
L'interno, arredato e pensato da Louis Comfort Tiffany, contiene più di 10.000 oggetti provenienti dall'era vittoriana.

Curiosità: proprio accanto alla scrivania di Twain è presente un lunghissimo tavolo da biliardo, il gioco preferito dello scrittore. Egli lo amava così tanto che a stento riusciva a staccarsene per scrivere le sue opere.


Ernest Hemingway




Uno degli scrittori americani più amati del Novecento, visse qui, a Key West, Florida, prima di scappare a Cuba con la sua terza moglie e sceglierla come luogo in cui continuare a dedicarsi alla scrittura. Fu un periodo molto prolifico, in cui egli scrisse alcuni dei suoi capolavori, tra cui “Fiesta. Il sole sorge ancora”, ambientato in Spagna nei giorni della corrida di San Firmino di Pamplona e “Addio alle armi”. Da Key West, Hemingway si avventurò anche alla volta di Cuba con la sua Pilar, ed è in quest’isola che è ambientato il suo “Il vecchio e il mare”, romanzo che gli valse il Pulitzer e il Premio Nobel.
La casa è la tipica abitazione in stile coloniale, con imposte colorate, intonaco chiaro e un terrazzo al piano di sopra. In giardino, all'entrata, vi è una fontana a forma di nave da guerra. E' possibile accedere allo studio dell'Autore solo camminando attraverso un ponticello che si estende dalla camera da letto al piano di sopra: qui è custodita la macchina da scrivere originale di Hemingway, la sua mitica Underwood. In giardino vi è anche una gigantesca piscina, la cui storia è peculiare: non solo fu la prima costruita a Key West, ma fu anche talmente costosa che l'Autore vi spese quello che lui chiamò, simbolicamente ma anche materialmente, il suo "ultimo penny", che oggi è possibile vedere incastonato in una mattonella del pavimento.

Curiosità: Hemingway amava spassionatamente i gatti e pensava gli portassero fortuna. Ancora oggi nella sua dimora vivono circa 40 gatti, discendenti dei mici domestici originali dello scrittore. E non solo nel giardino. I mici si rotolano sul letto di Hemingway, dormono a pancia all'aria sui pavimenti e bighellonano dappertutto. Fuori vi è anche un piccolo cimitero dedicato solo a loro.


Edgar Allan Poe




Conosciuto soprattutto per i suoi poemi e brevi romanzi, Edgar Allan Poe, nato a Boston nel 1809, merita più elogi di qualunque altro scrittore per la trasformazione della breve storia da aneddoto in arte. Egli ha virtualmente creato la "detective story" e perfezionato il thriller psicologico. Inoltre ha prodotto alcune delle critiche letterarie più influenti del suo tempo e ha avuto un'influenza sulla letteratura di tutto il mondo.
Poe, amico di Charles Dickens, si trasferì in questa umile casa di mattoni rossi nella periferia di Philadelphia nel 1843 insieme alla sua adorata moglie, Virginia, e a sua suocera, Maria Clemm, per circa un anno prima di trasferirsi a New York. In questo periodo scrisse "Il gatto nero", nel quale descrive un sinistro seminterrato simile a quello presente in questa casa. Scrisse qui anche tre dei suoi capolavori: "Il cuore rivelatore", "La caduta della casa degli Usher" e "Lo scarabeo d’oro".
Purtroppo, l'Autore dovette affrontare devastanti lutti: la madre biologica morì quando lui aveva solo due anni, quella adottiva quando ne compì venti anni, la giovanissima moglie (cugina di primo grado) per una polmonite, il fratello per motivi legati all’alcolismo. Eventi che lo lacerarono e che in qualche modo influenzarono la sua sinistra produzione letteraria.
Nel periodo in cui  visse in questa casa, Poe divenne redattore del Graham’s Magazine, che nell’aprile del 1841 pubblicherà "Murders in the Rue Morgue", il primo racconto poliziesco della storia della letteratura. Nel giro di poco, il giornale aumentò gli abbonati da cinquemila a trentasettemila. Di lì a poco, il suo "Lo scarabeo d'oro" gli valse la vincita di un premio da ben cento dollari del Dollar Newspaper. Il successo fu tale che si rese necessario mandare in ristampa il giornale, e finalmente Poe ricevette attenzione a livello nazionale.

Curiosità: per la magione sono disseminati piccoli indizi delle opere di Poe. Fuori, un corvo nero si libra in volo da un piedistallo; nel seminterrato, invece, c'è il celebre gatto nero, con la schiena arcuata e le fauci digrignate in un soffio eterno.


Stephen King


Forse, non tutti sanno che Stephen Edwin King iniziò a scrivere da piccolissimo a causa di una malattia. Iscritto in prima elementare, infatti, egli passò i primi nove mesi malato: colpito prima dal morbillo, poi da problemi a gola e orecchie, fu costretto a ritirarsi dalla scuola per volere di sua madre e a passare diversi mesi in casa. È durante questo periodo che King iniziò a scrivere, copiando interamente fumetti ai quali aggiungeva descrizioni personali. Il suo primo racconto, completamente inventato da lui, trattava di quattro animali magici a bordo di una vecchia macchina, guidati da un enorme coniglio bianco, con il compito di aiutare i bambini.
Durante questo periodo iniziò anche a leggere e vedere tutto ciò che gli interessava: dapprima scoprì i film sugli extraterrestri, poi, a dodici anni, rinvenne nella soffitta della zia i libri del padre, appassionato di Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft e Richard Matheson, nonché scrittore.
King non fece successo facilmente: collezionò per anni centinaia di lettere di rifiuto da giornali ed Editori, tanto da arrivare ad appenderle con orgoglio in camera sua. Si ritrovò, nel 1973, a  lavorare prima in una lavanderia e poi come benzinaio; in seguito, a insegnare in un liceo di provincia e scrivere racconti per chiunque fosse disposto a pagarglieli qualche dollaro. Viveva con la moglie Tabitha in una roulotte, cercando invano un Editore per il suo primo romanzo, "Carrie", che aveva scritto su una macchina da scrivere che si era fatto prestare e che, in mancanza d'altro, poggiava sulle gambe. Dopo svariati tentativi a vuoto, e dato che nessuno sembrava interessato al manoscritto, King lo buttò addirittura nel bidone della spazzatura. Se Tabitha non l'avesse recuperato e salvato dalla distruzione, forse la vita di Stephen king sarebbe stata molto diversa; nel giro di poco un piccolo Editore, la Doubleday, acquistò i diritti di "Carrie" per 2500 dollari. Il libro non ebbe molto successo in edizione rilegata, ma vendette oltre un milione di copie in quella economica, consacrando King e permettendogli di scrivere a tempo pieno.
Oggi, King vive con la moglie e i tre figli a Bangor, nel Maine, in un'abitazione eccentrica e "creepy" in stile gotico, circondata da una recinzione in ferro battuto decorata con pipistrelli, creature rettili a tre teste e ragni. Al centro del cancello vi è un monogramma che porta incisa la lettera "K". Non è improbabile, data la vicinanza alla strada, incontrare il celebre scrittore di horror (e non solo).

Curiosità: in occasione dell'uscita del remake di "IT" nelle sale americane, a fine 2017, a una delle finestre è apparso un palloncino rosso.


Ed eccoci giunti al termine di questa nuova tranche di scrittori americani. La prossima volta proseguiremo il nostro tour, spostandoci nel Rhode Island a casa di H. P. Lovecraft, passando per la California e... e...
Beh, non posso dirvi di più. Per ora, spero che il viaggio oltreoceano vi stia appassionando quanto appassiona me. Alla prossima.


- Alice

venerdì 6 luglio 2018

Intervista a Giuseppe Chiodi

Uno dei motivi per cui mi piace leggere è perché, attraverso le righe di un romanzo, cerco sempre di respirare un po' dell'anima dello scrittore che l'ha creato. Lo cerco nelle gesta dei protagonisti, negli sbagli, nelle sorprese della trama. Mi piace scovare un pensiero di un personaggio e domandarmi se le stesse parole ronzino nella testa di colui/colei che le ha scritte. E forse è proprio per questa mia strana fissazione se ho deciso di scambiare quattro chiacchiere con Giuseppe Chiodi, autore del romanzo urban fantasy "Cuore di Tufo" (trovate la recensione qui).

Prima di lasciarvi all'intervista, ci tenevo a ringraziare Giuseppe a nome mio e di Alice. È stato un piacere leggere il tuo romanzo e conoscerti. Speriamo di poter leggere al più presto un'altra delle tue belle storie ;)



Ma ora veniamo alle domande, che poi sono quelle che vi interessano per davvero! Scopriamo insieme chi è Giuseppe Chiodi.



Ciao, Giuseppe.
Innanzitutto sappi che è un vero piacere avere l’occasione di conoscerti. Vuoi raccontarci qualcosa di te?

Ciao Alice e Francesca, grazie di cuore per l’opportunità!
Cosa dire… sono un ragazzo di (ormai) 26 anni appassionato di scrittura. Gestisco un blog letterario, Immersività, in cui parlo di costruzione delle storie, tecniche di scrittura creativa, recensioni e approfondimenti scrittevoli di varia natura. Sono un estimatore del genere fantastico e della narrativa speculativa in generale. Colleziono penne stilografiche e minerali. Amo guardare i film di yakuza, giocare ai videogiochi e ai giochi da tavolo, mangiare e (a volte) cucinare. Seguo la boxe, che praticavo prima di diventare uno smidollato. E tante altre cosette di scarsa importanza!

Cosa rappresenta per te la scrittura?

Il sangue. Senza scrittura sarei perduto. Scrivere mi fa sentire fiero, realizzato, ispirato. Mi dà uno scopo. È strano da dire, ma la vedo come una missione. Non mi reputo uno scrittore dall’incredibile talento; certo, come tutti, credo di essere bravino. Tuttavia, so per certo che, se non scrivessi le mie storie, nessuno le scriverebbe. E mi pare un peccato che nessuno racconti le (inusuali) idee che mi balzano alla mente. Non si tratta di immodestia, ma di realismo: nessuno abita nella mia testa, nessuno può cacciare fuori quello che c’è dentro se non sono io a farlo…

Veniamo a "Cuore di Tufo". Come saprai, è difficile trovare urban fantasy ambientati in Italia. Il tuo libro, invece, racconta Napoli nella sua interezza. Perché questa scelta? Perché proprio Napoli e non un’altra città, magari straniera?

Lo so, purtroppo, anche se le cose stanno cambiando. Sono stati proprio i fantasy italianeggianti a spingermi a scrivere "Cuore di Tufo" e ho notato che è una tendenza in netta crescita.
Per quanto riguarda il romanzo, esso riprende le leggende popolari napoletane. Pertanto, non poteva essere ambientato in nessun altro posto. Inoltre, io sono italiano e napoletano: perché avrei dovuto ambientare un mio romanzo in una città straniera? È una scelta che comprendo per esigenze di trama, certo, ma che trovo cliché quando si cerca di scimmiottare la narrativa estera (soprattutto di oltreoceano). Poi ci si lamenta che la produzione letteraria contemporanea, in Italia, non viene presa sul serio: non può essere altrimenti, se ci si limita a copiare (male) quello che fanno gli altri!

Cosa ti ha spinto a scrivere questa storia? C’è qualcosa in particolare che ti ha ispirato?

Come detto, ho sempre apprezzato i romanzi che fanno uso della cultura italiana. I fantasy, in particolare, hanno il pregio di renderla più accattivante e moderna. "Cuore di Tufo" è nato per questo: per valorizzare lo sterminato bagaglio culturale di un territorio, ma in modo diverso dal solito; e per raccontare di una condizione che mi premeva affrontare. Parlo del fatalismo, del senso di inadeguatezza, dell’incapacità di voltare pagina. Attributi propri del protagonista, Pietro Cimmino.

Avevi già chiaro il finale del romanzo, quando hai iniziato a scrivere?

Inizio a scrivere quando ho già sviluppato praticamente tutto. Durante la fase di “elaborazione”, però, non è stato facile arrivare a quel finale. Trovare la quadratura del cerchio è molto soddisfacente e, in questo caso, lo è stato particolarmente. Diciamo che mi ha colpito come un fulmine, quando mi è venuto in mente.

Pietro non è un eroe canonico: appartiene più alla categoria degli anti-eroi, o personaggi in grigio, sfaccettati, profondamente umani. Ti ci identifichi, o fra tutti i personaggi del tuo libro ce n’è un altro in cui ti ritrovi maggiormente?

Mi ci identifico un pochino. In realtà, tutti i personaggi hanno qualcosa di me. Non mi ritrovo in uno in particolare, però.
Per me l’eroe deve essere imperfetto. Altrimenti che gusto c’è a leggere? È il motivo per cui ho sempre preferito Paperino a Topolino. Direi, comunque, che si tratta dell’eroe meno anti-eroe di cui ho scritto. Di solito creo protagonisti ancor più negativi!


Anche tu apparecchi un posto vuoto, a tavola, per la Bella ‘Mbriana? 

No, non esageriamo! Tuttavia, capita che si saluti la Bella ‘Mbriana quando si rincasa. Mio nonno, invece, era più interessato alla figura del monacello. Quando succedeva qualcosa di inspiegabile dava sempre la colpa al povero pozzaro!


L’ambientazione è un punto a favore del tuo romanzo. Mentre descrivevi i cunicoli sotterranei di Napoli, hai ascoltato tracce audio particolari? C’è una canzone che abbineresti al tuo romanzo?

Ascolto di tutto mentre scrivo, purché non mi distragga troppo. Non ci sono tracce particolari, che io ricordi. I cunicoli, comunque, li ho visti e si possono visitare (almeno in parte).

Ora una domanda da addetti ai lavori: quanto tempo hai impiegato a scrivere "Cuore di Tufo"?

Dovevo metterci tre mesi ma ce ne ho messi quattro. Funziona sempre così: mi do un tempo e, puntualmente, sforo. Il romanzo, comunque, è breve e non mi è risultato particolarmente complicato. Capiti che m’invischi in alcuni problemi durante la stesura; non in questo caso, per fortuna.

C’è uno scrittore (o scrittrice) che consideri il tuo mentore?

Mentore? No. Ci sono scrittori che apprezzo e ciascuno di essi mi ha insegnato qualcosa. Nessuno, però, mi ha reso lo scrittore che sono. 

Il tuo libro preferito?

I miei libri preferiti sono, probabilmente: "Martin Eden" di Jack London; "Gilgamesh" di Robert Silverberg; "Pan" di Knut Hamsun. Li consiglio a chiunque voglia leggere dei… capolavori! Ma non incompresi o intellettualoidi, sia chiaro. Profondi, scorrevoli, eleganti, chiarissimi, sebbene in proporzioni differenti.

Al momento stai lavorando a un nuovo progetto? Se sì, puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori?

Lavoro a vari progetti contemporaneamente. Mi accingo a partecipare a un concorso di racconti con un’opera che mi ha fatto sudare sette camicie, ma di cui sono fierissimo. Ho già scritto e inviato un altro romanzo per la pubblicazione, che (spero) verrà pubblicato nel corso del prossimo anno. Si tratta di una storia di genere clockpunk che unisce l’alchimia e gli automi del ‘700. Infine, sto scrivendo il mio quinto romanzo, che si sta dimostrando davvero un osso duro. Ha ottime potenzialità, però. È una storia ucronica e tech-noir in cui unisco l’Italia e il Giappone nel segno della yakuza.

E ora, un’ultima domanda. A bruciapelo: come ti vedi tra dieci anni?

Ci sono alcune possibilità. Una è che sia sottoterra, per qualche motivo. Un’altra, la più improbabile, è che sia diventato uno scrittore ricco e famoso. La terza è che abbia rinunciato e sia passato ad altro. La quarta è la più probabile, a mio avviso: un Giuseppe ancora più brutto e flaccido che si barcamena tra quello che ama e quello che non ama, per una sopravvivenza spicciola. Spero di essere consolato dalla presenza di un Giuseppino, per allora.
Ciao e grazie ancora dell’opportunità!


Grazie a te, Giuseppe, e in bocca al lupo per i tuoi progetti.


- Francesca




martedì 3 luglio 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori americani (Massachussets + 1)

Allegria! Gioiagaudio et tripudio!
Ebbene sì, siamo finalmente giunti alla prima delle puntate della rubrica "Nel salotto dello scrittore" dedicate agli Autori americani. La carrellata è piuttosto lunga, quindi abbiamo deciso di suddividerli per gruppi, come se ci imbarcassimo insieme per un tour letterario zona per zona. Quest'oggi si parte con le dimore del Massachussets, più un intruso che starà a voi individuare.
Ready? Steady?
Go!


Herman Melville




Arrowhead (Pittsfield, Massachusetts) è stata la casa di Herman Melville dal 1850 al 1862. E' ad Arrowhead che Melville ha scritto la sua opera più famosa, "Moby-Dick", e altri tre romanzi: "Pierre", "The Confidence-Man" e "Israel Potter", più una raccolta di brevi storie intitolate "The Piazza Tales", tutti i racconti della sua rivista e alcune delle sue poesie. Tra l'altro, da quelle parti abitava anche Nathaniel Hawthorne, che aveva già pubblicato "La lettera scarlatta", con il quale Melville aveva un’intesa fuori dal comune.
Arrowhead ora è una casa-museo che racconta la vita della famiglia Melville nel Berkshires. Si dice che la vista del Monte Greylock dalla finestra del suo studio, panorama che lo ha condotto in questo luogo, sia stata la fonte della sua ispirazione per la balena bianca di "Moby-Dick". Si narra che Melville, appena sveglio, si dedicasse al lavoro agricolo nel grande campo sotto casa: dava da mangiare al cavallo e alla mucca, per la quale raccoglieva e spezzettava delle zucche raccolte nel campo, poi tagliava la legna. Tutti questi lavori erano fondamentali, in quanto la scrittura non gli diede mai da mangiare - non a sufficienza. Una volta terminati i lavori, tornava in casa e si chiudeva nel suo studio, coprendo la serratura della porta con un panno per non essere spiato mentre scriveva. Perfino il pranzo gli veniva lasciato davanti alla porta. Lui lo consumava da solo, su una piccola scrivania diversa da quella, intoccabile, su cui scriveva.

Curiosità: in Park square, accanto alla biblioteca, si trova un albero che, ai tempi dell'Autore, venne colpito da un fulmine. Melville attraversava regolarmente quella piazza, ed è così che scrisse della cicatrice che attraversa il volto di Achab: “Somigliava alla cicatrice perpendicolare prodotta a volte nel tronco alto e dritto di un grande albero, quando il fulmine vi guizza sopra lacerante, e senza svellere un solo rametto spella e scava la corteccia da cima a fondo prima di scaricarsi per terra, lasciandolo vivo e verde ma segnato”. Al posto di quell’albero, oggi, c’è una targa commemorativa.


Ralph Waldo Emerson


Sulle sponde del fiume Concord, Massachusetts, si trova la dimora di Emerson, in cui egli visse per 46 anni fino alla sua morte, avvenuta nel 1882. Emerson, nei suoi ultimi anni, a causa dell'età e delle numerose sfortune della sua vita, cominciò a perdere gradatamente la memoria. Non riuscì più a ricordare i nomi degli amici oppure dei libri. Nel 1875 smise di scrivere il suo diario benché ogni giorno sedesse nel suo studio. Poche stanze sono state così importanti nella storia americana come lo studio di Emerson: le sue carte erano raccolte in un portafogli di pelle, mentre il tavolo da lavoro, rotondo, si trovava in mezzo alla stanza e poteva ruotare per facilitare l’apertura dei cassetti. Emerson conservò 1200 libri, molti dei quali erano sparsi per la casa. Il 18 Aprile 1882 rientrò da una passeggiata completamente bagnato dalla pioggia. Il giorno successivo s’ammalò di polmonite. Dopo una settimana morì. La sua tomba è sul ciglio nel Cimitero di Sleepy Hollow a Concord, vicino agli amici Thoreau, Hawthorne e Alcott.

Curiosità: la dimora di Emerson era un luogo di passaggio di grandi artisti, come Henry David Thoreau, il quale era solito soggiornarvi e dormire nella stanza degli ospiti chiamata "La camera del pellegrino". 


Emily Dickinson



La sua casa si trova a Amherst, nel Massachusetts. Come molti sanno, la poetessa viveva da reclusa, in grande solitudine e malinconia, e in vita pubblicò solo sette poesie in forma anonima. Nessuno sapeva che scrivesse. Ne consegue che la gran parte della sua straordinaria e meravigliosa produzione letteraria venne scoperta solo dopo la sua morte: fu la sorella Lavinia che, per caso, trovò nella sua stanza centinaia di poesie dentro una scatola, scritte su foglietti ripiegati in tanti pacchetti cuciti con ago e filo. La Dickinson non usciva praticamente mai e, a volte, parlava con i visitatori da dietro una porta.

Curiosità: ancora oggi, non si conoscono le attività solite quotidiane della poetessa. In una lettera, fu proprio lei a scrivere: "l'abisso non ha biografi". E' però possibile, visitando il luogo, vedere la sua camera da letto, dove la Dickinson scrisse molte delle sue circa 1800 poesie. 


Edith Wharton


La sua meravigliosa tenuta si trova a Lenox, nel Massachusetts. In vita, la scrittrice era incredibilmente ricca: la dimora consta di 35 camere, quattro piani e acri su acri di giardini straordinari, per realizzare i quali la scrittrice si ispirò ai principi che lei stessa enunciò nel suo best seller "The Decoration of Houses". Spesso la scrittrice lavorava sdraiata a letto, nel relax.
Era molto amica dello scrittore Henry James, che spesso passava a trovarla.

Curiosità: sembra che la magione sia popolata da fantasmi. La Wharton ne era convinta e affermava di essere braccata dagli spiriti fin da bambina. La casa passò poi al collegio femminile Foxhollow nel 1942, ma le voci non cessarono. Le ragazze stesse riportarono diverse esperienze paranormali. Idem per la Shakespeare & Company, la società che, nel 1976, acquisì la struttura: anche loro segnalarono la presenza di pianti, voci e spiriti, in particolare quello di una donna in abito d'epoca.
Perfino la trasmissione televisiva Ghost Hunters (SyFy Channel) ha confermato la presenza di attività paranormale, riportando con i loro macchinari passi in stanze apparentemente vuote e voci incorporee. Ancora oggi è possibile visitare la casa attraverso i "ghost tour" organizzati dallo staff soprattutto in estate e autunno.


William Faulkner


Per più di trent'anni Rowan Oak (Oxford, Mississippi) fu la dimora dello scrittore, dove egli scrisse molti dei suoi capolavori. Quando egli comprò la casa, non c'erano né acqua corrente, né elettricità. Egli stesso gestì molti dei progetti di ristrutturazione e sviluppo della casa, costruendo la libreria e la terrazza in mattoni con le sue stesse mani. Fece anche creare una stanza apposita per la scrittura, dove egli produsse "Una favola", "Mentre morivo", "Luce d'agosto" e "Assalonne! Assalonne!". Il nome della dimora proviene dalla leggenda celtica, molto amata dallo scrittore, del "Rowan tree" (il sorbo) che vedeva l'albero in questione quale protettore contro gli spiriti maligni.
Una volta entrati, sulla destra vi è il salotto con tanto di pianoforte e sofà: questa è anche la camera che ha ospitato il funerale dello scrittore. 
L'atmosfera che l'ufficio di Faulkner rilascia è quella della sacralità che egli dava alla letteratura.

Curiosità: talvolta, Faulkner scriveva i canovacci delle sue trame complicate sui muri del suo studio; dopodiché, una volta terminato il libro, ripitturava il muro. Visitando la casa è ancora possibile leggere la trama del suo romanzo "Una favola", pubblicato nel 1954 e vincitore del Premio Pulitzer e del National Book Award.


Ed ecco terminata la prima tappa del nostro viaggio nella letteratura americana. La prossima volta ci sposteremo in un altro Stato, uno dove l'aria profuma di pino e di foresta, di montagne, di pollo fritto e di pesche.


- Alice

domenica 1 luglio 2018

Intervista all'Autore: Paolo Fumagalli

In genere, come scrittrice, attraverso sempre due fasi. La prima è quella della lucida follia visionaria, in cui vivo in una specie di "bolla" creativa che non permetto a nessuno, e a nulla, di maneggiare troppo, né di sottrarle tempo prezioso. In questa fase è difficile, se non impossibile, per me, occuparmi di qualsiasi altro progetto: dalla gestione del blog, alla lettura, al cucinarmi qualcosa di diverso da pile di toast carbonizzati per colazione. E per pranzo. E per cena.
La fase numero due, quella in cui mi trovo adesso, è quella che io chiamo "bagno di realtà". E che odio, se posso dirlo francamente, anche perché in genere dura mesi e mesi. Non riesco a scrivere, anzi, ho il terrore di scrivere, ma in compenso funziono piuttosto bene su progetti più concreti: scodello articoli per il blog, spadello anatre all'arancia - ma, soprattutto, leggo. Parecchio. Tipo, un libro al giorno.
E' grazie a ciò se, di recente, sono incappata in "Bucaneve nel Regno Sotterraneo", libro molto ma molto figo di cui ho chiacchierato qui, edito da Dark Zone e uscito dalla penna di uno degli Autori più talentuosi, umili e gentili che io abbia mai conosciuto: Paolo Fumagalli.
Non vi dico altro. Lascio che sia lui, con le sue parole, a presentarsi e raccontarvi qualcosa di sé, rispondendo alle mie strampalate domande.
Pronti? Via.


Una piccola presentazione: chi è Paolo Fumagalli?
Una persona tranquilla, che ha la testa nei libri e nei sogni a occhi aperti anche quando non sta scrivendo. Sono laureato in Lettere, la narrativa e le storie sono sempre state la mia più grande passione e credo che questo influenzi profondamente il mio modo di vedere il mondo. Amo molto anche il cinema, la musica, le passeggiate in mezzo alla natura… Sono tutte cose che mi rilassano, ma mi danno anche idee per i miei romanzi e racconti. 

Quand'è che ti sei detto "beh, potrei fare lo scrittore"? E cosa consiglieresti agli aspiranti scrittori che ci leggono?
Per prima cosa è arrivato il momento in cui mi sono detto “ho voglia di scrivere”, quando ormai avevo capito che non ero molto portato per le materie scientifiche e che invece ero più bravo in quelle umanistiche. Durante i primi anni degli studi universitari mi è venuta voglia di provare a scrivere seriamente racconti, una cosa che per semplice divertimento avevo già fatto quando ero un ragazzo e perfino un bambino. Dopo un po’ di tentativi ho iniziato a essere soddisfatto dei risultati e ho pensato che forse un giorno sarei riuscito a pubblicare. Da allora ho continuato a impegnarmi, ho iniziato a scrivere anche romanzi, ho cercato di scoprire il mondo editoriale… e non mi sono più fermato. 

Metti in atto dei rituali scaramantici, quando ti siedi a scrivere?
No, nessuno. In realtà per la stesura vera e propria non mi occorre molto: bastano un tavolo, una penna e un quaderno. L’unica cosa che cerco di fare prima di mettermi al lavoro è isolarmi, perché scrivo meglio quando sono circondato dal silenzio.

Ci sono mai stati momenti di sconforto o di blocco in cui hai creduto che la Musa ti avesse abbandonato? Se sì, come li hai superati?
È capitato qualche volta, ma ho risolto evitando di dare troppa importanza alla cosa. Non erano blocchi veri e propri, piuttosto momenti in cui ero un po’ stanco e sfiduciato e avevo solo bisogno di fare una pausa e di ritrovare l’entusiasmo. Oppure per un po’ non avevo voglia di occuparmi di un certo testo, allora interrompevo il lavoro su quello, mi dedicavo a un altro per qualche settimana, e poi tornavo a finire il primo.

Fiaba dark fantasy: un genere che in Italia fa fatica a sfondare. Secondo te quali sono le motivazioni? Vedi qualche spiraglio?
Forse in Italia tendiamo ad avere un po’ di pregiudizi verso la letteratura fantastica in generale e quindi non sappiamo bene che cosa aspettarci dai libri che mischiano generi diversi. È una cosa un po’ assurda, in realtà, perché le unioni di questo tipo aiutano proprio a essere originali e innovativi, quindi dovrebbero essere amate in una nazione che spesso guarda il fantastico dall’alto in basso e teme che sia piatto e ripetitivo. Penso che in particolare le fiabe dovrebbero piacere a tutti, anche a chi non ama il fantasy o l’horror. Non so, sarà perché io sono cresciuto leggendone molte, guardando film come “Labyrinth” o i classici della Disney, ma le sento dentro di me, non importa quanti anni passino. Gli spiragli li vedo quando mi accorgo che, comunque, ci sono anche qui molte persone davvero appassionate di narrativa fantastica, quando sento l’entusiasmo di tanti lettori per questo genere di storie.

Nella prefazione a "Bucaneve nel Regno Sotterraneo" racconti di averlo ideato come una rilettura in chiave dark/gotica dei romanzi di Lewis Carroll. Quanto tempo è passato dalla scintilla dell'ispirazione all'effettiva stesura del libro?
A dire il vero non riesco a misurarlo con precisione, ci sono state varie fasi. Dopo aver avuto l’idea iniziale, ho steso un elenco, usando gli spunti dati dai libri di Carroll e modificandoli profondamente per creare nuovi luoghi e personaggi. Era una semplice serie di appunti, in cui ad esempio ipotizzavo che il Cappellaio Matto potesse diventare un Becchino e poi assegnavo a questo mio personaggio un dato ruolo nella trama e un certo modo di comportarsi. Poi ho organizzato questa serie di ambientazioni e figure, le ho unite tutte a formare una storia, ho creato l’inizio e soprattutto la fine. A quel punto ho cominciato la stesura vera e propria, che si è svolta piuttosto in fretta e non è durata più di due mesi.

Si dice che tutte le storie si basino su tre pilastri: personaggi, trama e ambientazione. Per te qual è il più importante, come scrittore? E come lettore?
Spesso parto da un’idea che riguarda la trama e mi impegno molto per elaborare una bella storia durante la fase di progettazione del testo. Se mancasse questo elemento, credo che mi annoierei durante la scrittura, non avrei una molla che mi spinge a continuare. Anche come lettore è soprattutto una trama originale e accattivante che mi fa apprezzare un libro. Devo ammettere però che, scrivendo storie fantastiche, l’ambientazione e i personaggi sono comunque importantissimi, perché è fondamentale che il mondo alternativo che invento sembri vivo, sia a me che ai lettori.

I dialoghi del tuo libro ricalcano lo stile di Carroll, specialmente per il nonsense che, però, nasconde grandi insegnamenti. E' stata dura idearli? Hai dovuto strutturarli o li hai scritti di getto?
No, non è stata dura. Credo sia andata così perché sentivo dentro di me molti elementi dello stile di Carroll, mi veniva naturale scrivere il libro in quel modo per farlo risultare buffo e surreale come lo volevo. Non ho pianificato molto i dialoghi, infatti. Avevo deciso quali informazioni sul Regno Sotterraneo e sulla condizione di Bucaneve dovessero essere fornite da ogni personaggio, in modo da far procedere la storia, ma tutto il resto mi è venuto in mente mentre scrivevo, soprattutto le parti nonsense. Mi divertivo a creare quei ragionamenti che, a seconda del punto di vista, possono sembrare del tutto assurdi oppure causati da una logica troppo rigorosa e pedante. Era interessante usare i paradossi per riflettere su tante cose della vita e della morte.

Parliamo della tua eroina. Cosa farebbe Bucaneve che Alice non farebbe mai?
Alice riesce ad affrontare tante cose strane, dimostra coraggio e anche capacità di crescere, ma credo che Bucaneve sia più forte di lei come carattere, perché si ritrova in un mondo tenebroso, che potrebbe far davvero molta paura a una bambina. Inoltre deve combattere di più per tornare alla realtà. Quindi in definitiva penso che Bucaneve riuscirebbe a guardare più a fondo in se stessa, saprebbe fronteggiare aspetti più problematici della sua vita e della sua condizione.

E' stato difficile proporre un libro ispirato a un mostro sacro come l'eroina di Lewis Carroll, cercando di distinguerti? 
Direi di no, mi sentivo spinto da un entusiasmo che metteva in secondo piano i rischi e le difficoltà. Penso che per me sarebbe stato più difficile proporre un sequel dei suoi libri, ma visto che l’ambientazione è così diversa e che i personaggi e gli eventi narrati sono del tutto nuovi, non avevo troppo timore del confronto. Vedevo il mio libro come un omaggio a Carroll e al tempo stesso come un modo per esprimere i miei gusti e interessi, non come una competizione. Infatti “Bucaneve nel Regno Sotterraneo” può essere letto anche da chi non conosce i libri su Alice, è una storia a sé stante.

Il tuo libro è una fiaba dark, eppure le creature classiche – streghe, vampiri, scheletri – non sono mostri, come si legge in genere, bensì personaggi gradevoli, positivi. Era tua intenzione offrire questa doppia chiave di rilettura?
Quando ho deciso di usare personaggi e ambientazioni horror e di conservare al tempo stesso un’atmosfera fiabesca e uno spirito leggero e surreale, mi è diventato subito chiaro che il tono finale avrebbe ricordato certi film di Tim Burton, con quella strana unione di elementi macabri e divertenti. Mi piaceva l’idea di rendere le tenebre tenere, di trovare il lato buffo e amichevole di creature solitamente considerate paurose. In effetti nei miei libri mi capita spesso di schierarmi dalla parte dei solitari, degli irregolari, dei diversi, è una cosa evidentissima anche nel mio romanzo fantasy “Scaccianeve”, ad esempio.

Al momento stai scrivendo un nuovo libro? Se sì (ti prego ti prego ti prego) ci puoi anticipare qualcosa?
In questo periodo sono impegnato nella rilettura e correzione di due romanzi fantasy: uno è ambientato in Lombardia e basato su tradizioni dei luoghi in cui vivo, l’altro è il secondo volume della saga iniziata con il libro “La strada verso Bosco Autunno”. Nei miei cassetti ci sono poi diverse opere già concluse, che ho scritto nel corso degli anni, e se tutto procede bene in autunno uscirà un romanzo fantastico per ragazzi. Visto che lavorando con loro a “Bucaneve” mi sono trovato benissimo, ho anche proposto un altro libro alla casa editrice Dark Zone, un urban fantasy dalle sfumature dark, devo solo aspettare per scoprire se sarà accettato e se rientrerà nelle pubblicazioni dell’anno prossimo.

Lewis Carroll a parte, quali sono gli autori che ti hanno "formato" come scrittore?
Non è una domanda facile, diversi hanno avuto una forte influenza su di me. Limitandomi all’ambito fantastico, direi Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft per la forza dell’immaginazione e la capacità di creare atmosfere particolari, George MacDonald e Lord Dunsany per la fantasia rigogliosa e deliziosamente fuori moda, il Tolkien più leggero e Terry Pratchett per le sfumature divertenti, e poi tutta una serie di fiabe antiche e moderne, che oltre a Lewis Carroll comprende anche opere come "Peter Pan" o "Il Mago di Oz".

Ultima domanda, oscura e cupa come la tua fiaba. Avevi paura della morte quando hai iniziato a scriverla? Se sì, è per questo motivo – senza fare spoiler – che hai deciso di proporre questo tipo di finale?
La morte mi spaventa di più quando riguarda le persone care, quando diventa perdita. Per quanto mi riguarda, so che forse avrò paura quando arriverà il mio momento, ma per ora non è un timore che mi ossessiona, non ci penso. È vero però che con il libro volevo dare un messaggio di speranza. Dopo aver mostrato il lato buffo e surreale dell’immaginario dark, non avrei potuto scegliere un finale di chiusura e sconfitta, mi sarebbe sembrato inadatto. C’erano altre riflessioni che volevo portare avanti, altre simbologie che si legavano al carattere di Bucaneve, al suo percorso di crescita, perfino al suo nome.


Concludo ringraziando Paolo per la disponibilità e per aver risposto a ogni mia domanda con tanto entusiasmo. Gli faccio i miei migliori auguri per i suoi futuri progetti e, che diamine, corro subito a reperire "Scaccianeve"!


- Alice

venerdì 29 giugno 2018

Cuore di Tufo - Giuseppe Chiodi

A cosa pensate se dico Napoli?
Ok, quelli di voi che hanno pensato alla pizza riabbassino le mani, per favore. Oggi non parliamo di quella Napoli. Parliamo di una Napoli vera, fatta di persone e folclore. La Napoli di "Cuore di Tufo", scritto da Giuseppe Chiodi.





TitoloCuore di Tufo


AutoreGiuseppe Chiodi

Casa editriceDark Zone edizioni

GenereDark/Urban fantasy

Pagine: 113



Partiamo da una premessa: io non conosco Napoli. Ci sono stata una volta sola, per un colloquio di lavoro. Una toccata e fuga di un paio d’ore che mi ha vista tornare a casa assonnata e frastornata per il lungo viaggio senza essermi goduta niente (nemmeno un trancio di pizza!). Dunque, è chiaro: non conosco affatto questa città e probabilmente è per questo se, nell’avventurarmi tra le pagine di Giuseppe Chiodi, mi è sembrato di affacciarmi su un mondo completamente nuovo. Sì, perché "Cuore di Tufo" non racconta solo la storia di Pietro, e di come costui cerchi in ogni modo di salvare sua figlia dalle grinfie della Bella ‘Mbriana, ma racconta Napoli, trascinandovi dentro i suoi misteri e dentro le sue più profonde introspezioni.

Vi riassumo brevemente la trama. Pietro Cimmino, proprietario di un negozio di antiquariato, è un uomo superstizioso, caduto in un vortice di ossessione e magia nera. Ancora turbato dalla separazione recente con sua moglie, vive con la piccola Sonia, sua figlia, che per lui rappresenta l’universo intero. Nelle prime pagine del romanzo, però, Pietro incontra Dafne, una bella studentessa beneventana, che riaccende in lui una scintilla di speranza. Forse può di nuovo essere felice. Forse, può ancora amare. Sarà proprio questa scintilla, e la stessa Dafne, a scatenare le ire della Bella ‘Mbriana, lo spirito protettore della casa a cui Pietro è devoto, e a mettere in pericolo Sonia. Per salvarla, Pietro varca finalmente la linea che separa la realtà dall’immaginazione. Si avventura, così, nella Napoli del sottosuolo, alla ricerca dello spirito del monacello, l’unico in grado di aiutarlo a sconfiggere la Bella ‘Mbriana e a salvare sua figlia.

Insomma, una storia lineare, piacevole, però mai scontata. Un romanzo che, a mio avviso, non solo racconta l’amore disperato di un padre ma, come Pietro che si avventura nelle catacombe, scende a esplorare le sfaccettature più profonde della solitudine. Quella di un uomo devastato da un amore finito, disposto a credere agli spiriti — e ad apparecchiare per loro, come vuole la tradizione napoletana — pur di non sentirsi solo. Una storia il cui protagonista non è il classico eroe disposto a morire pur di salvare un amico, ma un uomo vero, uno per cui la propria sopravvivenza viene prima di quella altrui.



Un serpeverde, insomma! E qui devo fare una nota di merito a Giuseppe Chiodi: fantastici i richiami alla Rowling, da brava fanatica di Harry Potter, li ho apprezzati tantissimo!

Ottima la prosa. Pulita e mai troppo verbosa, spinge affinché il lettore proceda con la lettura senza mai annoiarsi. L’unico appunto che mi sento di fare, in merito, riguarda i dialoghi. Approvo la scelta stilistica di rendere i personaggi ancora più reali attraverso l’uso del dialetto napoletano, tuttavia una nota a fondo pagina, di traduzione, mi avrebbe fatto davvero comodo, specie sul finale - che, personalmente, avrei diluito e allungato ancora un po', data l'alta concentrazione di azione e combattimenti.

In conclusione, se amate l’urban fantasy, mi sento di consigliarvene la lettura, sia che siate napoletani doc, e cerchiate qualcosa di diverso, che parli proprio della vostra città, sia che non la conosciate affatto e vogliate tuffarvici dentro per la prima volta, come ho fatto io.

Ora, però, devo salutarvi. Sarà meglio che mi metta a fare le pulizie, se non voglio fare arrabbiare la ‘Mbriana ;)


- Francesca