venerdì 18 maggio 2018

The Junkie Quatrain (Gli infetti di Baugh) - Peter Clines



"Sei mesi prima il mondo era finito."

Questo libro, edito dalla Casa Editrice indipendente Dunwich, di cui non smetterò mai di parlarvi strabene, ha avuto una storia travagliata, in casa mia. Prima di tutto, perché non è iniziata a casa mia. Ma andiamo con ordine.

Tutto iniziò un paio di anni fa, quando andai a trovare un'amica (ti prego, fa' che non stia leggendo, così non sarò costretta a restituirle questa figata) a Torino. Questa ragazza, che peraltro è una blogger assai famosa (stima e adorazione), ascoltò con pazienza tutte le mie lagne sul fatto che dopo La strada di McCarthy non trovavo più niente che mi soddisfacesse, per poi frugare nella sua libreria e tirare fuori questo titolo.
Questo ti piacerà, Aly. Vedrai.
Tu dici?
Provalo. Male che vada, me lo restituisci.
Il fatto è che io non lo provai. Non subito, almeno. Come ho già detto in questo post, dove vi ho parlato di un altro libro che mi è piaciuto un sacco sempre edito da Dunwich, io non sono il tipo che va a letto con un libro al primo appuntamento. Prima ho bisogno di lasciarmene sedurre, annusare l'odore delle sue pagine, addormentarmi guardandolo sul comodino mentre il desiderio, notte dopo notte, brucia fino a divorarmi.
Con The Junkie Quatrain - Gli infetti di Baugh di Peter Clines, però, non c'è stata alcuna seduzione, perlomeno all'inizio. Il che è assurdo, se si pensa che parla esattamente della mia passione, e cioè mondi postapocalittici e distrutti a causa di un'epidemia planetaria. Eppure, la scintilla non è scattata. Nada. Zero. Tutto moscio e morto fino alle radici.

Poi, un paio di giorni fa, questo libro - che mi ero totalmente dimenticata di possedere - è saltato fuori dall'armadio e, non so perché, aveva una luce completamente diversa. Forse si era rifatto la copertina; forse, la costa. Non saprei. Fatto sta che, questa volta, il suo aspetto mi ha conquistata al primo sguardo. E così, quella sera, ho iniziato a leggerlo.

il libro parte con la frase che vi ho citato all'inizio: "Sei mesi prima il mondo era finito." Una volta letta quella, è chiaro, bisogna per forza andare alla seconda riga. E poi alla terza, alla quarta, alla quinta, perché Peter Clines, autore anche di altri grandi successi, come la saga Ex-heroes e il thriller/horror/mystery 14, vi renderà impossibile fermarvi, accompagnandovi pagina dopo pagina nel suo universo distopico, folle e popolato da esseri selvaggi: i sopravvissuti.
Sì, perché se gli infetti di Baugh sono effettivamente dei rabbiosi/zombie rivisti, un po' 28 giorni dopo, un po' The Walking Dead e giusto una spruzzata di Resident Evil, leggendo vi renderete conto che non sono loro i veri mostri che popolano la Terra dopo l'epidemia che sei mesi prima, dopo essere scoppiata in Cina per un caso - sembra - inspiegabile, è dilagata in India e poi in tutto il mondo, causando, solo negli Stati Uniti, qualcosa come novantadue milioni di morti.

Tutto ha inizio con il primo racconto della quartina (quatrain, appunto), in cui Holly, una donna magra, inselvatichita dalla solitudine e dall'aver perso tutti quelli che ama, si ritrova a fare i conti con branchi di tossici (junkies, in inglese; così sono stati definiti gli infetti, a causa del modo in cui biascicano e tremano, come se fossero in crisi di astinenza, per via degli effetti del virus) la conoscenza di Angie, anch'ella sopravvissuta all'epidemia. Ma ben presto Angie si rivela qualcosa di diverso da una ragazza dolce e dall'aspetto innocuo e burroso, così come Holly, la quale nasconde ben due segreti: uno, sotto le pieghe dei vestiti; l'altro, tra quelle del suo cuore.
Da qui, senza farvi troppi spoiler, la storia si interrompe per venire ripresa nel secondo e terzo racconto, in un modo che, da avida lettrice, ho trovato estremamente innovativo: nelle raccolte di racconti, infatti, in genere assistiamo o a tante storie separate che non dialogano tra loro ma condividono il genere letterario (tutti racconti horror, o fantascientifico, eccetera), oppure a delle storie che non si intrecciano, ma condividono il genere e l'ambientazione di fondo. E' il caso dei racconti di Asimov, ad esempio, come in Io, robot: l'ambientazione fantascientifica e la premessa (i robot e le tre leggi a cui devono obbedire) sono le stesse in tutti i racconti, che parlano però di personaggi diversi, che vivono in case differenti e hanno a che fare con robot ribelli che non si conoscono tra loro.

Qui, invece, assistiamo a una trama completamente diversa: il libro è trattato come se fosse un a raccolta di racconti, ma in realtà si tratta di un romanzo. Vi faccio un esempio per farvi capire meglio.
Nel primo racconto, le protagoniste sono Holly e Angie. Le due si ritrovano ad affrontare un branco di tossici, poi degli altri sopravvissuti, armati fino ai denti, che faranno loro determinate cose. Verso la fine, una delle due incontrerà un altro personaggio, di nome Sam, e il racconto si concluderà con un finale aperto. Fin qui, nulla di strano.

Ma il secondo racconto non proseguirà dal punto di vista di Sam, o di Holly, o di Angie, o di chiunque altro; ciò che avviene è un salto indietro nel tempo, un po' alla NCIS. Avete presente, quando gli sceneggiatori ci fanno vedere una scena futura con un brevissimo fotogramma in flash forward, e poi partono un po' più indietro nella storia fino ad arrivare al verificarsi di quella scena? Ecco, qui succede la stessa cosa.
Nel secondo racconto, i protagonisti sono gli altri sopravvissuti incontrati da Holly e Angie; per cui sì, vedremo il confronto fra loro e le due donne, ma la storia inizia un po' prima, quando il gruppo ancora non sapeva che avrebbe incontrato Holly e la sua compagna di viaggio lungo la strada. Non solo: il racconto prosegue dopo che il gruppo ha lasciato le due donne, raccontando il loro viaggio attraverso una Hollywood distrutta e il motivo per cui si stanno muovendo verso un certo edificio ai confini della città. Cosa succede in questo racconto? Beh, non ve lo dico, per evitarvi spoiler, ma una cosa posso spifferarvela: verso la fine, il gruppo viene aggredito da un altro personaggio ignoto, chiudendosi ancora con un finale aperto.
La terza storia farà la stessa cosa della seconda, ma da un punto di vista ancora più esterno: il protagonista sarà Sam, l'uomo incontrato da una delle due donne alla fine del primo racconto. Il suo plot inizia parecchie ore prima e, lasciate che ve lo dica, quello che gli succede è veramente, ma veramente fico. Perché qui si spiegano non solo i motivi che hanno scatenato l'epidemia, ma se ne conoscono anche i responsabili... fino a quando, dopo l'ennesimo finale aperto, non giungiamo al quarto racconto, dove il protagonista è, sempre partendo un po' indietro, l'aggressore del gruppo di sopravvissuti che abbiamo lasciato a Hollywood. Un altro assassino, come gli infetti. Un altro - e, forse, il peggiore - colpevole.

Spero che siate riusciti a seguirmi, perché, credetemi, questo libro è veramente una bomba. Di certo ci sono dei piccoli luoghi comuni, ma io sono dell'opinione che, nella letteratura di genere, degli elementi già visti - se ben trattati e descritti con un pizzico di originalità, che qui non manca - ci vogliano, per far sentire "a casa" il lettore e farlo calare nella storia con maggior comodità. Specialmente con una struttura così particolare, che però, ve lo posso assicurare, a leggerla non risulta affatto complessa, né fastidiosa o pesante. Anzi, i racconti filano che è un piacere, portandovi verso... un finale aperto? Un finale chiuso? Nessun finale?
Beh, non sarò certo io a dirvelo.
Ciò che posso fare è consigliarvi il libro a pieni voti. Per quanto riguarda me, ne sono rimasta così folgorata che, proprio ieri, ho acquistato anche 14,  al quale facevo la posta già da un po'. Dio, quanto non vedo l'ora di leggerlo.

Bene, e con questo, per oggi, è tutto. Fatemi sapere nei commenti se avete letto questo libro e se vi è piaciuto. Dal canto mio, ho già una mezza idea di rileggerlo. A pensarci bene, in fondo, forse la vera tossica - quella che trema e sbava già, in preda all'astinenza - sono io.


- Alice

martedì 15 maggio 2018

Salone del Libro 2018, pareri e acquisti

Toc toc e bentrovati, qui è Francesca che parla!

Innanzitutto scusateci per l’assenza degli ultimi giorni, ma Alice e io abbiamo fatto una toccata e fuga a Torino per cui ci è stato impossibile riuscire ad aggiornare il blog. Sappiate che questo post sarà un po’ diverso dal solito, perché verrà scritto a quattro mani ;)


Alice e io
Da dove partire?
Beh… una cosa è certa: il prossimo anno ho intenzione di fare le cose con moooolta più calma. Perché? Ve lo dico subito.
Praticamente, per esigenze famigliari sono stata costretta a raggiungere la mia socia solo venerdì sera, dopo quattro ore di viaggio in bus, senza mp3 né piccoli snack da sgranocchiare :’-( Quindi il nostro Salone del Libro, ahimè, si è ridotto essenzialmente a una sola mattina di visita e, se consideriamo l’apertura alle 10, la coda per il controllo zaini e il generale smarrimento all’interno degli stand, praticamente abbiamo avuto solo un’ora e mezza per gironzolare tra i vari espositori. 


Ma andiamo per gradi!

Una delle prime cose che abbiamo fatto, non appena entrate, è stato 
(andare in bagno)
correre come delle disperate per andare alla conferenza della Gainsworth publishing, “Mostri in ritardo”. In quel caso i mostri in ritardo eravamo noi, però siamo riuscite ad arrivare giusto in tempo per sentire almeno la metà della discussione. L'incontro, davvero stimolante, trattava la tematica dell'urban fantasy e dei motivi per cui in Italia, a differenza di altri paesi stranieri, questo genere sia pressoché sconosciuto. Sicuramente uno spunto interessante di riflessione su cui avremo comunque modo di discutere più avanti.

Mostri in ritardo, Gainsworth Publishing

(Giuro che la prossima volta pernotto a Lingotto per quattro giorni, così ci piazzo la tenda negli stand!)
Ehm, dicevo... sì, lì abbiamo incontrato la nostra amica, Erica, nonché La Leggivendola. Diciamo che senza di lei che ci guidava attraverso i padiglioni, probabilmente, ne avremmo visti la metà. Dunque, Eri, se sei in ascolto, grazie di cuore! È stato fantastico rivederti e sappi che ti stimo moltissimo per l'impegno e l'amore che metti nel tuo lavoro <3

Prima di parlare dei miei acquisti, e lasciare il post alla mia socia, volevo spendere giusto due parole a favore di due Case Editrici indipendenti che mi sono piaciute un sacco (dalle quali, fra l’altro, poi mi sono rifornita).

La prima è la DarkZone. Tratta essenzialmente urban fantasy, fantasy epico, thriller, horror e romance, quindi, essendo i generi che mi intrippano di più, è chiaro che non appena l’ho vista mi ci sono gettata sopra con la foga di una ragazza a dieta da ben tre ore che si vede servire una fetta di pizza farcita!
Il primo impatto è stato sicuramente positivo; bellissime copertine e un sacco di scrittori che si sbracciavano dallo stand per spiegare le trame dei loro libri agli acquirenti. Davvero adorabile!
A volte si pensa a una Casa Editrice come a un luogo oscuro, qualcosa di impalpabile che non si potrà mai conoscere per davvero – soprattutto per via del fatto che, talvolta, può essere difficile reperirle nelle librerie di catena. Bene, ragazzi, mi sono dovuta ricredere. L’entusiasmo degli scrittori e l’amore con cui mi hanno letteralmente sobbarcata di informazioni è stato qualcosa di avvolgente che sicuramente ricorderò. Sappiate che se avessi avuto a disposizione più liquidità (e meno senso di parsimonia) non mi sarei limitata ad acquistare solo due libri, ma vi avrei saccheggiati. Quindi bravi, bravi e bravi! Continuate a mettere questo entusiasmo nel vostro lavoro!

Un’altra Casa Editrice indipendente che avevo adocchiato già da tempo on line, è La Ruota Edizioni. Anche in questo caso sono rimasta piacevolmente colpita dall’estrema gentilezza degli Editori e dalla cura che mettono nei loro progetti. Spero di poterli ritrovare, il prossimo anno, e poter trascorrere più tempo al loro stand, spulciacchiando i vari titoli con più tranquillità.

Detto questo, veniamo ai fatti!
Voi ancora non mi conoscete, ma vedrete che con il tempo imparerete una cosa: sono tirchia. Ma tirchia male, eh. Quindi, se speravo di tornare a casa con lo zainetto pieno di libri, in realtà ho fatto ritorno solo con tre titoli ^__^’




Lacrime di cera”, di Liliana Marchesi. (DarkZone)

Distopia ambientata in Russia. Camille, una ragazza cresciuta all’interno di un palazzo, tra menzogne e inganni, scopre che al di là delle mura che la circondano esiste un mondo di cui tutti negano l’esistenza. Con l’aiuto di Lui, un ragazzo che, come lei, desidera andarsene dal palazzo e vendicarsi dei Sovrani che lo manovrano, riuscirà a fuggire, scoprendo la realtà che la circonda.
Un libro veloce da leggere, adatto a chi cerca una storia d’amore in un’ambientazione fantascientifica. Iniziato ieri e finito oggi.

Mai più senza”, di Giuseppe Calzi. (DarkZone)

Horror. Per ora non posso sbottonarmi, sono alle prime pagine. Tuttavia, lo stile mi piace. Sono certa che sarà una bella sorpresa!

Mabù che parla agli animali”, di Monica Giuffrida. (La Ruota Edizioni)




Racconti per l’infanzia. Mabù è un bimbo speciale che conosce la lingua degli animali, ma sogna di essere come tutti gli altri bambini. 

Vi dico solo che alla fine del libro sono comprese alcune pagine da colorare… una bel pensiero per i bambini! (Il mio le ha già colorate tutte XD)





Bene, con questo è tutto, passo la parola alla mia socia U__U


Sì. Eccomi. Prova, prova.
Ok, se mi sentite tutti, posso procedere. Diciamo che sottoscrivo tutto quello che ha detto Francesca: quest’anno il Salone è stato davvero una faticaccia, vissuto male e troppo di fretta, ma comunque interessante e ricco di lati positivi. Uno di questi è il fatto che, nonostante io sia riuscita a visitare solo pochi stand, questi fossero stracolmi di spunti di lettura. E, quando dico stracolmi, intendo straripanti di chicche letterarie che, da brava spendacciona quale sono (meno male che ci sei tu, Francesca, a compensarmi!), non potevo assolutamente lasciare lì. Si capisce. Quindi, ecco il disastro che ho combinato:





Male, eh? Malissimo. O benissimo, a seconda dei punti di vista. E sì, accanto ai libri c'è anche la bacchetta magica di Bellatrix Lestrange che cercavo da un sacco di tempo. Preferirei non parlarne.
In ogni caso, ecco, per i ciecati come me, l’elenco dei titoli che ho acquistato:

  • Stephen Chbosky, “Noi siamo infinito – Ragazzo da parete” (Pickwick)
  • Joe R. Lansdale, “La trilogia del drive-in” (Einaudi)
  • Liliana Colanzi, “Il nostro mondo morto” (Gran Via)
  • Lucia Guglielminetti, “Versus” (DarkZone)
  • Marika Vangone, “Valiance – la normalità è la nuova malattia” (DarkZone)
  • Daniel Gahnertz, “Empty title space”  (La Ruota Edizioni)

Bene. Tralasciando il fatto che ora dovrò mangiare patate e cipolle per un mese (sia mai che finalmente non riesca a buttare giù peso), volevo anche dirvi una cosa molto carina: allo stand Regione Umbria ho avuto modo di conoscere una delle Editrici della Casa Editrice indipendente Jo March! Una ragazza davvero dolcissima, con una grande passione per i libri che pubblica e un sincero amore per il suo progetto editoriale. Un incontro che mi ha fatto un sacco piacere *_*

Tornando a noi e al mio disastro finanziario, parto col dirvi qualcosa di più sui miei acquisti librosi. Vi premetto che dei seguenti titoli per ora ne ho letto solamente uno, ma andiamo con ordine.

Noi siamo infinito – Ragazzo da parete”, di Stephen Chbosky

Tutti quanti lo conosciamo. Cioè, tutti tranne me, dato che io, non so perché, non ho mai provato simpatia per questo titolo. Cioè, in realtà il motivo lo so, solo che mi vergogno a dirlo. E va bene, ve lo confesso. La verità è che, come sapete, da questo libro è stato tratto, qualche anno fa, un celeberrimo film. Tutti gli adolescenti lo hanno visto. Eccetto me. Il fatto è che, all’epoca, la saga di Harry Potter era appena finita e io avevo bisogno di tenere Hermione Granger ancora un po’stretta a me, alla mia adolescenza. Non potevo sopportare che Emma Watson impersonasse altri personaggi. Non ancora.
Poi, neanche un paio di mesi fa, mi è capitato di vedere qualche scena e ho capito che quel film faceva al caso mio. Da lì, ecco la necessità di procurarmi il libro.
La storia, per chi ancora non la conoscesse, è questa: l'ingresso nelle scuole superiori lancia un adolescente per nulla ordinario in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima rissa, il primo amore. Il primo bacio, e lei gli dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui, più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico, al quale racconta ciò che vive. Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non dimentica mai un compleanno, che non tradisce mai un segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia nascosto proprio dentro di lui.

 “La trilogia del drive-in”, di Joe R. Lansdale

Ok, questo titolo lo volevo tantissimo. Dovete sapere che, al momento, sto lavorando (leggi: sono bloccata MALISSIMO) al mio terzo romanzo, che è ambientato in America, lungo la Route 66.
La trama: immaginate il più grande drive-in mai esistito, l'Orbit. Siamo in Texas, è un venerdì sera e l'Orbit è stipato di gente che sgomita per popcorn e cola, pregustando la Grande Nottata Horror. Ma, sul più bello, il drive-in stesso si trasforma in un film dell'orrore: gli spettatori diventano gli involontari ed esterrefatti protagonisti di un incubo orchestrato dal mostruoso Re del Popcorn, sintesi delle peggiori conseguenze dell'ossessione al consumo. E se in "Drive-in 2" vediamo i personaggi sopravvissuti aggirarsi in un paesaggio irriconoscibile, "La notte del drive-in 3" ci catapulterà definitivamente in un microcosmo ancora più delirante, un mondo di misteriose e inclassificabili meraviglie, in cui ci si imbatte in inondazioni di proporzioni bibliche, in un pesce gatto che aspira a ingoiarsi la balena di Giona e in una schiera di creature oscure, di una malvagità paragonabile solo a quella dell'essere umano al suo peggio.
Ok, letto così sembra un trip sotto pasticche, ma ci scommetto il cappello che è una figata.

Il nostro mondo morto”, di Liliana Colanzi

Questo è stato il primo libro che ho comprato in fiera, su consiglio dell’Editore. Tra l’altro, mi vergogno un po’ ad ammettere che, prima del mio acquisto, avevo sentito parlare molto poco dell’Editore Gran Via. Un vero peccato, perché oltre a essere gentilissime le ragazze mi hanno anche illustrato il loro progetto editoriale, volto a scoprire, anno dopo anno, racconti e opere appartenenti ai paesi dell’America Latina. Alla fine ho optato per questa raccolta di racconti ricca di elementi disturbanti che, almeno sulla carta, dovrebbe piacermi un sacco. Presto vi dirò di più. Per ora, sappiate che l’autrice è boliviana e che ha vinto numerosi illustri premi sudamericani.

Versus” di Lucia Guglielminetti

Primo dei due libri editi da DarkZone che ho acquistato. Questa Casa Editrice mi ha conquistata, non mi sarei mai allontanata dal loro stand! La loro proposta editoriale mi intriga assai, specialmente la parte relativa all’horror, uno dei miei generi preferiti. “Versus”, in particolare, come mi ha spiegato l’autrice (io ho un autografo e voi no, gne gne), parla di una stalker con poteri paranormali che si mette in testa di perseguitare la sua stella del rock preferita, facendo di tutti per farlo credere pazzo. Già dalla copertina mi intriga e devo dire che non vedo veramente l’ora di immergermi in tutta questa deliziosa follia.

Valiance – la normalità è la nuova malattia” di Marika Vangone

Questo è il titolo, sempre edito da DarkZone, che, al momento, tra tutti i libri che ho preso al Salone, mi attira di più insieme ai primi due della lista. Purtroppo l’autrice non era presente allo stand, ma vi lascio comunque la trama: Aaliyah è una ragazza comune del ghetto C. Non può uscire mai di casa: ogni abitante del ghetto ha un difetto, una malattia invalidante; anche i suoi genitori sono deformi, ma non lei. Lei è normale! Diversa dal resto del suo mondo, Aaliyah cresce chiedendosi il perché di questa differenza, credendosi sbagliata. Non può parlare con nessuno perché nessuno deve vederla... non per intero, almeno. Quando i Valiance entrano nella sua vita tutto cambia. Ogni cosa assume un nuovo e inaspettato significato. Aaliyah dovrà prendere decisioni complicate e affronterà una realtà inimmaginabile.
Come mi gasa *_*

Empty title space”, di Daniel Dahnertz

Ultimo ma non ultimo, come si suol dire. In realtà, è davvero l’ultimo libro della lista, perché è stato il titolo che ho comprato praticamente lanciando i soldi al povero Editore mentre io scappavo via con la socia per non perdere il treno. Si tratta di una breve raccolta di haiku dalla metrica atipica. Devo dire che, pur avendo adorato questo Editore e la gentilezza della persona con cui ho parlato, il libro non mi è piaciuto particolarmente: letto in treno, mi sono presto resa conto che gli unici haiku degni di nota erano quelli che avevo letto di sfuggita in fiera. Quindi, se devo essere sincera, non vi consiglio l’acquisto di questo libricino, mentre non posso che parlare bene della Casa Editrice in sé, una piccola realtà in forte sviluppo alla quale auguro ogni fortuna.

Bene, con questa carrellata anche la mia parte di post è terminata. Spero che i nostri acquisti vi abbiano stuzzicati e che potranno ispirarvi a vostra volta in qualche futura scorpacciata in libreria.
E voi? Siete stati al Salone, avete comprato qualcosa?

Raccontatecelo nei commenti!

lunedì 14 maggio 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori italiani (parte 2)

Buonasera a tutti! :-)
Eccoci tornate con una nuova puntata della rubrica "Nel salotto dello scrittore", questa volta per raccontarvi un sacco di curiosità sulla seconda parte dei poeti italiani che, per ora, abbiamo deciso di prendere in esame. Dove sono vissuti scrittori del calibro di Leopardi e Pirandello? Cosa è rimasto degli oggetti che hanno usato in vita? Esiste ancora qualcosa che le loro mani hanno toccato?
Scopritelo andando avanti con la lettura!
Se vi siete persi la prima puntata, invece, cliccate qui.


Giacomo Leopardi


Ai tempi del poeta, Recanati era divisa fra tre castelli, uno dei quali era Montemorello, dove si trovava l’antica dimora dei Leopardi. L’attuale palazzo proviene dall’unione di vari edifici attuata verso la meta’ del ‘700. Il Palazzo Leopardi, oltre alla Biblioteca storica, ospita anche un giardino retrostante l'abitazione, gli antichi alloggi della servitù, la scuderia e mostre periodiche dedicate ad aspetti meno conosciuti della vita del Poeta, che qui ebbe i natali e qui passò gran parte della sua breve esistenza.

Curiosità: la casa di Teresa Fattorini, “Silvia” nel celebre canto, si trova al primo piano delle scuderie Leopardi. Leopardi cominciò a nutrire affetto per lei nel maggio del 1818, quando seppe che era condannata a una fine precoce. Durante le ore di studio, attratto dal canto della giovinetta occupata al telaio nella casupola di fronte alla Biblioteca, di tanto in tanto si affacciava alle finestre per ascoltarla e guardarla. Teresa morì il 30 settembre dello stesso anno e Giacomo la immortalò nella famosa poesia scritta a Pisa dieci anni dopo, facendo di lei uno dei più commoventi simboli delle illusioni e delle speranze giovanili.


Giosuè Carducci


Nonostante il poeta fosse toscano, nel 1904 andò ad insegnare all’Università di Bologna e in questa città restò per il resto della sua vita. La sua bella casa bolognese si trova al civico 5 di una piazza a lui intitolata, sulla circonvallazione delle mura, tra Porta Mazzini e Porta Santo Stefano e comprende un museo e un giardino nel quale si trova anche la statua di Carducci.

Curiosità: di come fosse in origine la casa esiste una descrizione della nipote di Carducci, Elvira Baldi, figlia di Beatrice Bevilacqua, nel libro di memorie "Carducci mio nonno", (1977):

«Sopra una gran terrazza profonda quanto la casa, dava la camera della nonna. Una scaletta interna portava dalla stanza di passaggio (dov'era anche il cala-pranzo) a un mezzanino: qui era l'anticucina, la cucina e altre stanze di servizio, un vero sbizzarrimento di scalette di legno, di "su e giù" e di corridoi, fino a finire in cantina. Per me quella casa fu una vera terra di esplorazione. Il Nonno, sono certa, non l'ebbe mai a vedere tutta: ci si sarebbe sperduto. Ma anche al primo piano c'erano gli angoli segreti, e stanzini, e passaggi, e ripostigli.»


Giovanni Boccaccio


Certaldo Alto sorge sulla strada che da Empoli porta a Siena. Al numero 13 di via Boccaccio c’è l’abitazione trecentesca dell’autore del Decameron. All’interno di questa Casa Museo troviamo il celebre affresco di Boccaccio realizzato da Pietro Benvenuti, una fornitissima biblioteca, la Stanza del Poeta, gli abiti delle dame ritratte nelle novelle, misteriose scarpette del XIV secolo e una fresca atmosfera letteraria. Qui si incontrarono anche Leopardi e Byron, oltre alla poetessa e amica di molti scrittori Carlotta Lenzoni de' Medici.

Curiosità: durante la seconda guerra mondiale la casa fu quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti aerei alleati; l'affresco fu l'unica cosa che si salvò, miracolosamente. La casa venne poi restaurata nel rispetto degli ambienti originali.


Luigi Pirandello


Vincitore del premio Nobel nel 1934, lo scrittore nacque in una costruzione rurale di fine Settecento, posta in una contrada di campagna. Le stanze ospitano una vasta collezione di fotografie, recensioni e onorificenze, prime edizioni di libri con dediche autografe, quadri d’autore dedicati a Luigi Pirandello, locandine delle sue opere più famose rappresentate nei teatri di tutto il mondo. 

Curiosità: percorrendo un viale attraverso la campagna nelle vicinanze della casa, si arriva a un pino pluricentenario. Sotto questo grande albero Pirandello amava soffermarsi a pensare, a dipingere, a riposarsi, a scrivere agli amici, ed è qui che ha voluto essere sepolto, secondo le sue ultime volontà.


Vincenzo Monti


All’interno della Casa Museo del più celebre scrittore neoclassico sono esposte pregevoli edizioni originali delle sue opere, scambi epistolari illustri e numerosi riconoscimenti conferiti al poeta dalle più grandi Accademie letterarie italiane.
La casa non fu sempre di proprietà della famiglia: nel 1822 venne venduta da Giovanni Monti alla famiglia Bagnara di Alfonsine, nonostante il parere contrario di Costanza Monti, figlia amatissima del poeta, che nel 1830 tentò invano di ricomprarla. I nuovi proprietari la abitarono per oltre un secolo, affittandola a loro volta a umili famiglie di contadini, che inconsapevoli del valore dispersero gran parte delle memorie in essa contenute.
Casa Monti venne miracolosamente salvata dalle distruzioni della seconda guerra mondiale, per poi essere adibita a rifugio per numerose famiglie. Solo nel 1951 il Comune di Alfonsine la ricevette in eredità.

Curiosità: vi sono quattro sale visitabili. La sala della culla, con mobili d'epoca, tra cui la culla settecentesca appartenuta alla famiglia del poeta; quella dei documenti, che conserva alcuni scambi epistolari (con Manzoni e Leopardi) e riconoscimenti conferiti al poeta, oltre alle edizioni originali delle sue opere, tra cui quella della tragedia Aristodemo, le Satire di Persio, Il Bardo della selva nera e la seconda edizione del Caio Gracco; la saletta montiana, che presenta fregi in stile liberty recanti i titoli delle opere montiane più significative, il busto in marmo del poeta e alcuni autografi di Monti e della figlia; e l'antica stalla, oggi adibito a punto vendita e ristoro.


Ed ecco che l'excursus sulle case dei poeti italiani, per ora, è terminato. La prossima volta ci sposteremo un po' più in là, esaminando le dimore dei più grandi scrittori europei degli ultimi due secoli, soprattutto inglesi. Restate sintonizzati ^_*

- Alice

lunedì 7 maggio 2018

Nel salotto dello scrittore: scrittori italiani (parte 1)

Come vi abbiamo anticipato oggi pomeriggio, eccoci alla prima puntata della nuova rubrica, "Nel salotto dello scrittore", in cui vi faremo passare un po' di tempo nelle case dei più celebri letterati. Molte delle dimore che vedrete (a proposito: i copyright delle foto restano interamente nelle mani dei rispettivi proprietari) sono realmente visitabili, quindi la rubrica sarà una via di mezzo tra un racconto di viaggio e una raccolta di curiosità sui vari scrittori e su quelli che, in vita, sono stati i luoghi in cui le loro menti si sono accese, dando vita a indimenticabili opere letterarie.

La nostra casa non è solo un luogo in cui mangiamo e dormiamo: è lo specchio della nostra anima, di ciò che ci piace ed emoziona. Un asciugamano particolare, un quadro, perfino il colore della pareti racconta qualcosa di noi, dei nostri sogni e, talvolta, dei nostri segreti. Conoscere il luogo in cui ha vissuto e lavorato uno scrittore ci aiuta a penetrare nella sua mente e a dare una lettura più profonda alle sue opere. 

Questa prima puntata è dedicata ad alcuni dei più famosi scrittori e poeti italiani (ci sarà anche una parte 2, la prossima settimana, sempre dedicata all'Italia). Si comincia! :)


Gabriele D'Annunzio


Il Vittoriale degli Italiani è, forse, la dimora letteraria più conosciuta in Italia. Estesa su nove ettari di terreno, la Cittadella monumentale, che venne costruita dall'architetto Giancarlo Moroni dal 1921 al 1938, non è soltanto una casa: si tratta di un vero e proprio insieme di edifici, vie, piazze, teatri, giardini, parchi, corsi d’acqua, e un mastodontico mausoleo che ospita il grande scrittore. La vita mondana e aristocratica di D'Annunzio si riflette non solo sullo stile della casa ma anche nel modo in cui egli scriveva: uno stile ricco, pieno di dettagli, descrizioni e opulenza. Tra quelle visitabili, ci sono: Stanza del Mascheraio, Stanza della Musica, Sala del Mappamondo, Prioria Zambracca, Stanza della Leda, Veranda dell'Apollino, Bagno Blu, Stanza del Lebbroso, Corridoio della Via Crucis, Sala delle Reliquie, Stanza del Giglio, Oratorio Dalmata, Scrittoio del Monco, Officina, Corridoio del Labirinto, Sala della Cheli.
Potete trovare la Cittadella a Gardone Riviera sul Garda.

Curiosità: nel 2010 è stato inaugurato il museo "D'Annunzio Segreto", che raccoglie quanto fino a quel momento era rimasto sconosciuto al grande pubblico perché chiuso negli armadi e nei cassetti della Prioria: i vestiti del Vate, le scarpe e gli stivali, la biancheria, le vesti appositamente fatte confezionare da d'Annunzio per le sue donne, i collari dei cani, gli oggetti da scrivania, il vasellame da tavola, i gioielli.


Dante Alighieri


La sua dimora si trova a Firenze, in Via Santa Margherita 1, vicina alla Torre della Castagna. La casa, trasformata in un museo, è stata ristrutturata agli inizi del Novecento sui resti dell'originale abitazione medievale. E' presente anche un bellissimo pozzo, anche se non dell'epoca, sulla piazzetta. 

Curiosità: su una lastra del pavimento della piazzetta antistante la casa, non lontano dal pozzo, si trova un curioso profilo di Dante sbozzato, del quale si ignorano le origini.


Alessandro Manzoni


La casa museo si trova in Via Morone 1 a Milano, nella quale lo scrittore visse con la sua famiglia dal 1814 ale 1873, anno della sua morte. Nel museo sono esposti documenti, foto e suoi effetti personali, ma non solo: è infatti possibile anche trovare antiche prime edizioni delle opere manzoniane, fra cui anche antiche illustrazioni didascaliche de "I Promessi Sposi".  Contrariamente a D'Annunzio, Manzoni era schivo, riservato e restio a mostrarsi in pubblico; questo stile di vita si ritrova in quello dell'abitazione, che è austera, sobria e signorile.

Curiosità: negli ultimi anni di vita dello scrittore, la casa ospitò Cavour, Garibaldi e Giuseppe Verdi, venuti a omaggiarlo.


Giovanni Pascoli


Una villa immersa nella campagna mediterranea, con la visione in lontananza dell'abbozzo labile e maestoso delle Alpi Apuane: ecco la residenza che Pascoli scelse come propria dimora nel 1895. La villa dei Cardosi-Carrara si trova ai Caproni di Castelvecchio ed è qui che lo scrittore ha composto le Myricae, i Primi Poemetti, i Canti di Castevecchio, i Poemi Conviviali. Tutto, nella casa, è rimasto intatto dal momento della morte di Pascoli, avvenuta a Bologna il 6 aprile 1912; nell'edificio si trova anche un enorme archivio contenente le circa 76.000 carte di Pascoli e una biblioteca con, circa 12.000 volumi. Gli ambienti riflettono l'anima del poeta, molto legata ai ricordi familiari e al focolare.

Curiosità: attigua alla casa vi è una cappella, sulla cui facciata una lapide riporta i versi tratti dalla poesia “Il sepolcro”: Lasciate quell'edera! Ha i campi fioriti. Fiorisce, fedele, / d'ottobre, e vi vengono l'api / per l'ultimo miele. La cappella è un raccolto e severo ambiente dove sono sepolti il poeta e la sorella Maria in un'arca in marmo; su di essa è inciso il dittico latino composto dallo stesso Pascoli per l'amata sorella: Quae nihil optasti nisi pacem pace fruaris / una cum maesto candida fratre soror (Tu che non desiderasti altro se non pace, pace tu possa godere insieme con il mesto fratello, candida sorella).


Francesco Petrarca


Arquà, dimora trecentesca ampliata a metà del XVI secolo, fu la casa del poeta che qui trascorse la vecchiaia e concretizzò il suo ideale di vita solitaria, tanto che, secondo molte fonti, fu il poeta stesso a seguirne i lavori in prima persona e decise personalmente come decorare gli ambienti e riorganizzare gli spazi. Petrarca si occupava personalmente anche dell'orto, che amava moltissimo e in cui trascorreva lunghe giornate di lavoro e ricerca dell'ispirazione.
Petrarca morì nel 1374 nel suo studio. Manomessa nel corso dei secoli, la casa è stata restaurata dal comune di Padova agli inizi del ‘900. All’interno stanze affrescate con scene ispirate alle sue opere e all’esterno il giardino interpretato dal poeta come paradiso della mente, luogo sacro alla poesia in cui raccogliersi in solitudine.

Curiosità: nello studiolo si trovano ancora la famosa sedia in stile moresco e la libreria personale del poeta.


La prima tappa è conclusa, ma lunedì prossimo torneremo con una nuova puntata: il viaggio è appena all'inizio! :-)

Continua...


- Alice

Gocce d'inchiostro #18: Salone del Libro, consigli librosi e novità per il blog

Buonaseeera :D
Come ve la passate? Sì, lo so, non è una grande domanda, dato che è lunedì, ma in fondo la giornata è quasi finita. Siamo di un giorno più vicini al weekend, senza contare il Salone del Libro. Sì, perché io ci sarò, e anche la mia socia. Non vediamo l'ora, perché quest'anno vorremmo... no, frena. Andiamo con ordine:

1. Torino! Gioiagaudio! Sì, anche stavolta riuscirò ad andare al mio famigerato "ritiro spirituale" annuale di un paio di giorni in quel di Torino. Quest'anno, Salone a parte e avendo già visitato quasi tutti i musei offerti dalla città, ho intenzione di dare un'occhiata anche a un paio di mostre: una, a tema fotografico, si trova alla Pinacoteca Albertina e tratta la vita e gli aspetti artistici di Frida Kahlo; la seconda è quella sui LEGO (non giudicatemi) che si trova alla Promotrice delle Belle Arti, proprio al centro del meraviglioso Parco del Valentino, dove in un'intera grossa stanza adibita per l'occasione io giocherò regredirò studierò il comportamento dei bambini che giocano con le migliaia di mattoncini della stanza. Sì. Ecco.
Poi pensavo di fare un salto anche alla Fondazione Accorsi-Ometto, che mi incuriosisce da un po', e al Museo dell'Automobile, su cui glisso da anni. In giro, però, continuo a leggere che anche per una non proprio appassionata di auto potrebbe essere molto figo... chissà se quest'anno sarà la volta buona.

2. E poi: SALONE DEL LIBRO! Doppia gioiagaudio! Ebbene sì, quest'anno ci saremo sia io che Francesca *_* D'accordo, non a qualche stand (magari!), ma ci saremo lo stesso, armate di zainetti e quaderni per gli appunti! Non vediamo l'ora di gironzolare tra fiumi di libri, guadarli, immergerci tra le pagine e annusare quel buon profumo di inchiostro, polvere e poesia. Parteciperemo anche a un paio di conferenze, in particolare a quella di sabato mattina, organizzata da Gainsworth Publishing, dal titolo “Mostri in ritardo. Perché in Italia l'urban-fantasy non arriva?”, condotta da Luca Tarenzi, Aislinn, Julia Senna e Helena Cornell.

3. Sì, compreremo anche dei libri. E' chiaro. Montagne di libri. Cioè, a dire il vero per ora nella mia lista ci sono solo Ragazzo da parete (Noi siamo infinito) di Stephen Chbosky (Frassinelli/Sperling) e Sempre meglio della realtà di Daniele Titta (CasaSirio), ma confido che al Salone mi lascerò tentare da parecchi altri titoli. Del resto, una delle mie attività preferite è proprio curiosare tra gli stand, in particolare tra quelli delle CE emergenti, piccole e medie, per scoprire chicche della letteratura che potrei avere difficoltà a reperire altrove. Avete qualche consiglio di lettura/acquisto per me? Diciamo che al momento mi interesserebbero soprattutto libri "on the road" oppure che ritraggano le difficoltà dei giovani americani allo sbando, sullo stile di Motel Life e Verso Nord di Willy Vlautin, uno dei miei autori preferiti.

4. Last but not least, come si suol dire: da questa settimana, e in particolare da stasera, per un po' di tempo ci sarà sul blog un appuntamento settimanale su un aspetto laterale ma molto affascinante della letteratura: le case degli scrittori! Quasi tutte saranno visitabili, perciò diciamo che si tratterà di una rubrica a metà fra il viaggio e la letteratura. Nei post troverete non solo fotografie, ma anche informazioni su Jane Austen, Edith Wharton, Oscar Wilde, Katherine Mansfield, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Stephen King, Ernest Hemingway (solo per citarne alcuni), dettagli di viaggio e succose curiosità che (forse) non avete mai sospettato.

Qui trovate anche la versione Facebook di queste gocce d'inchiostro.

A stasera con la prima parte delle case degli scrittori :)

- Alice

giovedì 3 maggio 2018

Letteratura, arte e malattia mentale


Follia. Bipolarismo. Depressione. Schizofrenia. Suicidio.
Solo leggere queste parole provoca qualcosa dentro di noi, una sorta di brivido. Come se il cuore perdesse un battito e, per un istante, come l'occhio fisso del protagonista de Il cuore rivelatore di E. A. Poe, fossimo stati agganciati da qualcosa di troppo magnetico per riuscire a distogliere lo sguardo. Continuiamo a fissare il baratro, sul fondo del quale ululano e ringhiano creature immerse nell'oscurità. Ma dobbiamo fare attenzione, perché non solo quei versi sono molto più umani di quanto ci piacerebbe ammettere; guardare nell'abisso è pericoloso perché, come diceva F. Nietzsche, "se tu scruterai a lungo nell'abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te".


Eppure c'è chi, in quell'abisso, ci è addirittura sceso, gradino dopo gradino. Scrittori, poeti, pittori, scultori; artisti di ogni età, sesso e secolo hanno dovuto fare i conti con disturbi psichici di varia natura. Ma si sono ammalati a causa della loro professione, oppure è stato il loro disturbo a spingerli a creare? La malattia mentale è una spinta propulsiva verso il genio letterario (e non solo), oppure ne è la conseguenza? In fondo, non era Platone che scriveva: «Chi è padrone di sé bussa invano alla porta della poesia»?

Beh, proviamo a rispondere insieme a questa domanda. Di sicuro, tra fragilità psichica e arte vi è una stretta correlazione. Nel 2011 il British Journal of Psychiatry ha dimostrato in una ricerca la correlazione fra la creatività e la sindrome bipolare. Cito da La Repubblica: "Un altro studio del Karolinska Institutet dichiara che gli scrittori hanno probabilità superiori alla media di essere ansiosi, bipolari, depressivi unipolari, schizofrenici, anoressici, vittime di droghe e alcol. Il tasso di suicidi sarebbe doppio del normale. Avventurarsi ai limiti dell’animo umano si paga caro e, in effetti, il Parnaso del disagio psichico è sterminato."

Ma perché?
A quanto pare, l'idea è che il cervello di artisti e scienziati non abbia un filtro efficiente che gli permetta di proteggersi da emozioni e stimoli del mondo esterno, che vengono tutti vissuti con uguale importanza: è questo li porta a generare connessioni sorprendenti e originali.

Vi faccio un esempio. Io sono una signora Nessuno, un'aspirante scrittrice con le pezze ai pantaloni e un frullo di sogno nel cuore, eppure anche a me capita qualcosa di simile con gli oggetti più comuni. So che mi prenderete per pazza, ma se io vedessi una borsetta di plastica appesa a un ramo, sbatacchiata dal vento, di sicuro non farei finta di niente. Penserei a come mi sento io quotidianamente, appesa al mio ramo mentre il vento della vita mi schiaffeggia, zavorrata in un luogo che non sento casa mia, impossibilitata a liberarmi e viaggiare; e, pertanto, aiuterei la borsa, liberandola dai rovi per permetterle di volare via, lontano, dove forse sogna da una vita di andare. E' così che io vedo il mondo, che l'ho sempre visto, fin da bambina. Fin da quando scrivo.


Sarebbe quasi da scriverlo, sopra i libri. Attenzione, aspiranti artisti: l'arte nuoce gravemente alla vostra salute mentale. Accendete la tele e sintonizzatevi su "La pupa e il secchione" finché siete in tempo. Ma non sarebbe giusto, perché, prendendo ad esempio il mondo della scienza e citando uno sketch di "The big bang theory", per un Tesla che asseriva di amare un piccione come un uomo ama una donna e che il piccione lo ricambiasse, c'era pur sempre un Edison che era solo un pallone gonfiato. Anche nel mondo della letteratura ci sono persone che non hanno avuto problemi, o che dai disagi psichici e dal loro passato traumatico hanno tratto la linfa vitale per produrre grandi opere e guarire. In fondo, non è un caso se l'arte, e la scrittura in particolare, viene proposta come terapia: tenere un diario, mettere per iscritto le proprie emozioni, può diventare uno strumento di cura straordinario alla portata di tutti. Bastano una penna, un foglio e il coraggio di lasciarsi andare.

Ma è davvero solo un fatto di coraggio riuscire ad accettare l'arte come terapia, o la terapia in generale, sia essa di tipo farmacologico o psicoterapeutico?
Io dico di no. Non basta il coraggio, né sapere che quella pastiglia o quella seduta ci faranno sentire meglio. Questo a causa del senso di colpa che la società pone sulla schiena di chi soffre dal punto di vista psichico. Vi faccio un paio di esempi. Fingiamo che voi siate piccoli scrittori che non possono campare con le poche decine di copie che riescono a vendere. F-f-fatto, alla Muciaccia? Benissimo. Ora immaginate di star partecipando a una cena di rimpatrio dei vostri compagni di scuola. Tutti vi ripresentate e dite che lavoro fate oggi. Qualcuno dice medico. Qualcun altro, cuoco, o commessa, o operatore ecologico, quello che vi pare. Quando arriva il vostro turno, nonostante un paio di vecchi compagni abbiano detto che sono, ahimè, disoccupati, non vi sentite in colpa a mormorare "scrittore"? Dai, un pochino sì. Immaginatevi il dialogo:

"Io, ehm, scrivo."
"Oh, davvero? Dai, cos'hai scritto, ché domani vado in libreria e lo compro?"
"Eeeh... no, ecco. In libreria non ci sono. Cioè, non ho venduto molto. Per ora. Puoi ordinare uno dei miei libri sul sito xxx, però."
"Ah."
"C-Cioè... non è proprio il libro vero. E' più un ebook. Sai, il mercato è in crisi. E poi, è un lavoro talmente duro. Mi spezzo la schiena e mi scervello tutto il giorno alla scrivania, ma..."

Sguardi d'intesa fra gli altri. Risatine di scherno, dopodiché vi lasciano lì, a farfugliare qualche alibi mentre loro si mettono a parlare delle loro professioni, che sono vere e retribuite. Voi passate il resto della serata mescendo debolmente il vostro bicchiere di vino, sospirando in un angolo, sentendovi in colpa per non essere un adulto funzionale e produttivo.
Ma non è finita qui. Pensate ora che voi, scrittore in erba, cominciate a sentirvi strani. Evanescenti. Non riuscite a scrivere perché vi sentite in colpa, perciò cominciate a non uscire più, perché, sperando di ritrovare la Musa, voi continuate a restare in casa ogni fine settimana. I giorni vi sembrano grigi e duri come roccia. Poi iniziano a sgretolarsi, come sabbia. E anche quella è grigia, fredda, e morta. Ne sentite il sapore in bocca, un misto di cenere e sogni infranti che vi fa prosciugare l'anima. Alla fine, non vedete più niente. Incolori voi, incolore l'esterno. Tutto è grigio, i fogli restano vuoti e così vi sentite anche voi: vuoti. Involucri con un buco al posto del cuore, e niente con cui riempirlo.

Bene, ora che siete depressi, immaginate di andare da uno psicologo, che vi consiglia di farvi prescrivere dei farmaci da uno psichiatra. E così fate, perché non avete scelta. In farmacia vi danno una scatolina: Prozac, c'è scritto. Dio santo, quanto avete preso per il culo il vostro professore di filosofia del liceo, quando tirava fuori la sua scatoletta di pasticche dalla borsa di cuoio e ne buttava giù una con l'espressione colpevole di un cane sorpreso a fare la cacca in salotto.
Ma vi fate forza, e salite sul bus per tornare a casa. Appena seduti, tirate fuori la medicina, e...
Ferma tutto. Fermatevi un momento e riflettete. Siete lì, sul bus, di fronte a un sacco di persone che vi fissano. La vostra reputazione è già ai minimi storici. Rischiereste davvero di rivelare a tutti il vostro orribile segreto? Che non siete giù di morale per qualche disgrazia ma "solo" perché siete depressi? Che siete un debole, un codardo che non ce la fa da solo a risolvere i suoi problemi? Io penso proprio di no. Perché voi non volete che gli altri pensino che siate pazzi. Non volete che ridano di voi come voi ridevate del professore. Però, se il motivo del vostro malessere non fosse un disagio psichico, bensì una banale gastrite (che è vera e reale), non avreste problemi a tirare fuori un Buscopan dalla borsa e a inghiottire quello. Dico bene?

Ed è qui che vi volevo. Al senso di colpa, alla vergogna. Al dolore che la società aggiunge ad altro dolore nel demonizzare chi soffre di un disturbo mentale. Pensateci: voi parlereste così volentieri di malattie mentali? O vi sentireste a disagio e preferireste cambiare argomento? Se ci ragionate su, è assurdo: pensate che, per fare un esempio, ci sono paesi in cui, al mondo, non esiste una parola per definire la depressione e, di conseguenza, il tasso di suicidio è altissimo.
Questo significa che basterebbe parlarne per aiutare le persone. Non farle sentire in colpa. Ascoltare. Dare loro la libertà di curarsi senza pregiudizi e il terrore di perdere il posto di lavoro, o essere marchiati come la "Mia Martini" o il "Marco Masini" di turno. Basterebbe questo, talvolta, per salvare una vita.

Bene. Detto questo, che è il mio personale parere, vorrei lasciarvi un elenco degli artisti e scrittori più celebri che hanno dovuto affrontare, alcuni vincendo, altri soccombendo, i loro demoni interiori. Virginia, mi dispiace tanto. Vincent. Dio mio, nemmeno ti immagini quanto mi manchi. 

Charles Baudelaire: poeta maledetto, consumava alcool, assenzio, droghe. Visse in alloggi precari, pieno di debiti, con instabilità mentale e tentativi di suicidio. Morì a 46 anni.

Dino Campana: autore de I canti orfici. Venne spesso internato in manicomio. Da ragazzo fuggì più volte di casa per andare in paesi stranieri, ma a ogni viaggio poi corrispondeva un ricovero in manicomio. La madre era certa fosse l'anticristo.

Alda Merini: poetessa milanese, combatte con la depressione e viene internata in manicomio. Vive la disperazione dei ricoveri fra Villa Turro e il Paolo Pini e la violenza di quarantasei elettrochoc.

Edgar Allan Poe: debiti di gioco, alcool, diceva di se stesso che era un folle. Divenne davvero folle dopo la morte della moglie e varie delusioni amorose. Pochi giorni prima di morire venne raccolto in stato delirante dalle strade di Baltimora. I giornali riportarono come causa della morte CONGESTIONE DEL CERVELLO.

Francis Bacon: nel 1971 il suo compagno, George Dyer, si suicidò in un hotel di Parigi; avvenne il giorno stesso in cui si aprì un'importante esposizione pittorica di Bacon al Grand Palais. Questo gli generò senso di colpa, anche perché la sua relazione con Dyer era caratterizzata da masochismo e crudeltà. Anche la sua arte cambia e Dyer diventa il suo soggetto preferito.

John Nash: matematico vincitore del Nobel, spesso ricoverato e internato. Schizofrenico. E' stato convinto di essere l'imperatore di Antartide e il piede sinistro di Dio. Sottoposto frequentemente a elettroshock e legato con camicie di forza.

Chaim Soutine: pittore russo spesso insoddisfatto e depresso. Distrusse molte delle sue opere. Dipinse soggetti come carcasse di animali squartati.

Virginia Woolf: forse affetta da disturbo bipolare, fu vittima di crisi depressive e profondi esaurimenti nervosi. Tentò molte volte il suicidio e ci riuscì il 28 marzo 1941, annegandosi nel fiume Ouse. Sentiva gli uccelli cantare in greco.

Camille Claudel: scultrice con burrascoso rapporto amoroso che instaurò col suo maestro, il grande scultore Auguste Rodin. Nelle sue opere si nota il disagio che lei provava nel dover condividere il suo amore con la moglie di lui. Aveva anche un brutto rapporto con la famiglia. Dopo che Rodin si rifiuta di sposarla si ritrova sola, non capita né apprezzata. Poverissima, si chiuse nel suo atelier dove visse tra gatti, ragnatele e marmi. Completò le sue opere e le distrusse a colpi di martello, le definì vere e proprie esecuzioni. Esaurimento nervoso. Venne internata per 30 anni fino al giorno della sua morte. Qualcuno però dice che in realtà lei non stava così male e che fu la sua famiglia a volerla tenere in manicomio. Nessuno partecipò al suo funerale.

Francisco Goya: encefalopatia dovuta a intossicazione da piombo allora presente nei pigmenti. Ne conseguirono sordità e alterazione della personalità, depressione, mostri nei suoi quadri.

Michelangelo: depresso e vittima di complessi nei confronti di Raffaello, non voleva essere superato.

Richard Dadd: pittore inglese dell'Ottocento, trascorse molti anni in manicomio per aver ucciso il padre con un coltello a serramanico durante una normale passeggiata in campagna, perché lo aveva scambiato per un principe delle tenebre nemico della sua divinità, il grande Osiris, alla quale aveva eretto come santuario la sua camera d'affitto a Londra. Pensava che il compito di difendere Osiris gli fosse stato assegnato dalla Sfinge. Disegnava fatine, folletti, gnomi, piccole creature. In Egitto, durante un viaggio, diede i primi segni di malattia mentale. Prima di uccidere il padre assaltò varie persone, con intenti omicidi, che secondo lui complottavano contro Osiris. Passò in manicomio 42 anni e dipinse sempre.

Edvard Munch: si ritiene fosse affetto da sindrome schizoide. Pittore norvegese. Scrisse, per descrivere Il grido:

"Una sera passeggiavo per un sentiero,
da una parte stava la città e sotto di me il fiordo.
Ero stanco e malato.
Mi fermai e guardai al di là del fiordo
- il sole stava tramontando -
le nuvole erano tinte di un rosso sangue.
Sentii un urlo attraversare la natura:
mi sembrò quasi di udirlo.
Dipinsi questo quadro.
dipinsi le nuvole come sangue vero.
I colori stavano urlando."

Vincent Van Gogh: malattia mentale manifestata prima dei 30 anni. Allucinazioni, attacchi di tipo epilettico. Cadeva in depressione, ansia, confusione mentale. Come molti altri artisti faceva uso di una bevanda alcolica molto tossica, l'assenzio. Un anno prima della morte, dopo una violenta discussione con il pittore amico Gauguin, si recise l'orecchio sinistro per poi regalarlo a una prostituta. Le condizioni di salute del pittore peggiorarono. A proposito di "Campo di grano con volo di corvi" scrisse: "Ho dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la tristezza, l´estrema solitudine ". In uno di questi campi, di lì a pochi giorni, si sparerà, e morirà due giorni dopo.
Era anche disperato per amore, rifiutato dalla cugina Kate rimasta vedova si brucia una mano con la fiamma di una lampada. Viene ricoverato varie volte nel suo ultimo anno di vita con allucinazioni schizoidi.

Ligabue: pittore con disturbo dissociativo dell'identità, di frequente si abbandonava a danze, mimando gli animali ed emettendo versi e urla, imbrattandosi dei colori con i quali lavorava.

Jackson Pollock: autodistruzione per tutta la vita, una parabola di eccessi, alcool e psicofarmaci, un terribile incidente d'auto a 44 anni l'11 agosto 1956. Internamento in un ospedale psichiatrico dopo che per una notte intera non aveva fatto altro che colpire ripetutamente il tavolo con un coltello.

Louis Wain: pittore. A 57 anni, nel 1917, convinto che la luce tremolante dello schermo del cinematografo rubasse energia al suo cervello, si isola e si chiude nella sua stanza. Aggressivo e violento. Nel 1924 venne ricoverato in un ospedale per indigenti.

Jean Michel Basquiat: tossicodipendenza, morto a 28 anni, autodistruttivo, disturbi psichici. Problemi d'identità di un ragazzo alle prese con i fantasmi della sua origine afroamericana e con l'ombra della sua amicizia con Andy Warhol.

Mark Rothko: fortemente depresso.

Sergej Esenin: depresso, si suicida per impiccagione nel 1925 in un albergo di Leningrado: «Arrivederci, amico mio, arrivederci, tu mi sei nel cuore», scrive con il sangue nei suoi versi di commiato. Il suo gesto otterrà la riprovazione pubblica dell’amico e collega Vladimir Majakovskij, che cinque anni dopo si ucciderà a sua volta, sconvolto dalla deriva stalinista dei Soviet.

Theodore Roethke: poeta statunitense, viene ricoverato in ospedale per esaurimento nervoso.

Jack Kerouac: padre della beat generation, viene riformato dalla Us Navy durante la seconda guerra mondiale per schizofrenia e morirà giovane a causa dell'alcolismo.

Ernest Hemingway: depresso e alcolista, violento, si tira una fucilata nel 1961, morendo suicida.

Hunter J. Thompson: inventore del “gonzo journalism” impersonato al cinema da Johnny Depp (Paura e delirio a Las Vegas, 1998), si suicida nel 2005.

David Foster Wallace: suicida nel 2008.

Emily Dickinson: isolata, depressa, malinconica («mi parve che la mente mi si dividesse/che il cervello in due si spaccasse»).

Dalì: esibizionista, istrionico, egocentrico, paranoico e suo padre, quando era ancora solo un ragazzo, diceva che non era in grado di fare nulla, non sapeva nemmeno attraversare la strada da solo.

Anne Sexton: poetessa, si suicida.

Sylvia Plath: poetessa, si suicida con la testa nel forno a gas a trent’anni, nel 1963, dopo vari ricoveri, terapia elettrica, psicofarmaci e violenze dal marito Ted Hughes, anch’egli poeta.

Mariella Mehr:  nata nel 1947, viene tolta ai genitori di etnia nomade Jenisch e sottoposta a trattamento psichiatrico secondo il programma eugenetico del dopoguerra.

E la carrellata finale.
Depressi: Monet, De Chirico.
Alcolismo e/o abuso di sostanze: Modigliani, Hemingway, Kerouac, King.
Masochismo: Rousseau.
Tendenze pedofile: Schiele.
Schizofrenia: Rilke, Blake, Yeats, Rumi.

In definitiva, cerchiamo di rispondere alla domanda da cui eravamo partiti: è l'arte a causare i disturbi psichiatrici, oppure sono quei disturbi a generare una propensione per la genialità e l'arte?
Che la risposta ce l'abbia data lo stesso Aristotele, millenni fa, il quale, rispondendo al suo stesso quesito, affermava che "i melanconici sono persone eccezionali, non per malattia ma per natura"? Non è la malattia che li fa grandi, dunque, ma è la loro grandezza che è tale da superare la malattia?

Secondo me, la verità, come sempre, sta nel mezzo. Non si possono negare gli influssi positivi di alcune psicosi per l'arte: la mania, che porta a una accelerazione nei processi mentali; la schizofrenia, che genera connessioni e immagini originali; perfino le droghe e l'alcol, a causa della perdita di freni inibitori, potrebbero aver favorito l'inizio di alcune opere che, altrimenti, nessuno "sano di mente" avrebbe mai pensato di creare, data la loro folle complessità.
Ma poi ripenso a Emily Dickinson, che in vita ha venduto solo sette poesie, e al mio amato Vincent Van Gogh, che, nonostante fosse partito con una grande stima nelle proprie capacità ("Non posso cambiare il fatto che i miei quadri non vendono. Ma verrà il giorno in cui la gente riconoscerà che valgono più del valore dei colori usati nel quadro."), in vita riuscì a piazzare solo due dipinti, e mi dico che è vero anche il contrario. Che è la professione creativa, così poco riconosciuta dalla società, che ci espone più facilmente all'insuccesso e alle difficoltà economiche, portandoci, di conseguenza, a sviluppare depressione e altri disturbi. Forse, le cose cambierebbero, se la società modificasse la sua opinione nei confronti degli artisti e delle malattie mentali. Forse possiamo cambiare le cose noi stessi, partendo da una semplice pacca sulla spalla di chi finge di stare bene per non farci stare in pensiero. Perché, per quanto sia sbagliato ricoprire di una patina romantica i disturbi mentali e atti estremi come l'autolesionismo e il suicidio, ricordate che è solo parlandone, riconoscendoli e sollevando il peso del senso di colpa dalla vittima che ella potrà trovare una cura, il sorriso e, in ultimo, la pace.


- Alice