giovedì 31 marzo 2016

Per il ciclo recensioni librose: "Il mondo dell'altrove" di Sabrina Biancu

Oggi mi ritrovo a scrivere la recensione di un libro particolare, diverso dal solito, così come è particolare - in senso positivo - la persona che lo ha scritto. Libro e Autore vanno sempre di pari passo, certo; in questo caso, però, l'Autrice vive attraverso i suoi racconti, riga dopo riga possiamo sentirla respirare, ridere, fumare una sigaretta, camminare. Un passo leggero, piccoli piedi nel sottobosco del cuore.

Ma andiamo con ordine.
"Il mondo dell'altrove" (Marco del Bucchia Editore, 2015) di Sabrina Biancu, che potete acquistare e visualizzare qui, è una raccolta di cinque racconti racchiusi in una cornice composta da prologo ed epilogo, in cui un bambino, nella prima parte terrorizzato e in lacrime in una stanza buia, ascolta le storie narrate da una "voce" che cerca di calmarlo, sussurrandogli i misteri delle vite di Tea, Desideria, Ivan e dei tanti altri personaggi che popolano l'immaginazione dell'Autrice. 
Prima di addentrarmi nella recensione vera e propria, però, ci tengo a premettere un paio di cose.


1. A breve ho intenzione di promuovere, sul blog, possibilmente d'accordo con una casa editrice che ho intenzione di contattare a breve, una sezione che possa fare da "vetrina" per gli autori esordienti o semi-esordienti che, secondo me, hanno talento e, quindi, il diritto di venire pubblicizzati il più possibile. Naturalmente le mie opinioni non sono oro colato, ma credo di comportarmi in maniera corretta accettando di leggere opere di esordienti in maniera totalmente gratuita e senza nessun tipo di vincolo, in circa un mese (ma dipende dai miei impegni). Prima di scrivere la recensione sul blog (richiesta che soddisfo solo se la mia valutazione dell'opera è positiva: non mi piace parlare negativamente di un libro, piuttosto preferisco parlarne privatamente con l'Autore), ne parlo con l'Autore, per segnalare eventuali errori, difetti ma anche pregi dell'opera.

2. Sabrina, come altri prima di lei hanno fatto e come tanti - troppi - fanno ancora, è stata vittima, con il suo primo libro (non si tratta di quello che sto recensendo), di un errore involontario (aveva scambiato una Casa Editrice a pagamento, che è Il Male, con una di print on demand) che l'ha portata a pagare migliaia di euro per la gola, naturale per qualunque Autore, di vedere pubblicate le proprie opere a qualunque costo. Spesso pensiamo che le nostre opere cambieranno il mondo, che la gente ne abbia bisogno, che diamine, ma... non sempre è così. Forse non siamo così indispensabili, oppure abbiamo davvero un talento mostruoso, ma se è così, questo verrà notato, in un modo o nell'altro. E io posso dirvi che, a prescindere da qualche errore e difetto causati più che altro da un cattivo editing, Sabrina ha talento, specialmente come tessitrice di trame brevi.

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In tutti e cinque i racconti, infatti, si rintraccia un filo conduttore: quello della capacità di Sabrina di tenere il lettore per mano, facendosela stringere di rimando. Certo, si tratta di racconti fantastici - anzi, di fiabe - con una morale esplicita: i personaggi vogliono insegnare qualcosa al bambino del racconto-cornice e, per estensione, al lettore. Non tutti i lettori vogliono imparare qualcosa leggendo, questo è chiaro. Però, posso dirvi che, una volta iniziata la lettura di queste fiabe, non è facile distaccarsene. Non tanto per lo stile in cui sono state scritte, ma per il cuore con cui sono state scritte. Nulla è superfluo: pochi personaggi, tutti funzionali alla storia, poche situazioni che esauriscono perfettamente ogni fiaba, senza eccessi e senza pretese.
In un certo senso, secondo me questo libro è l'esatto contrario - e qui verrò lapidata pubblicamente, ma pazienza, la mia libertà di espressione mi farà da corazza - di opere famose come, ad esempio, quelle firmate Alessandro Baricco, spesso prive di una vera e propria trama ma rese appetibili (non per me) da un utilizzo pindarico di virtuosismi lessicali. Ma un paroliere non è uno scrittore, per quello che mi riguarda. Così come un potatore creativo di aiuole non è Madre Natura.

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In definitiva, ci sono errori di battitura, punteggiatura e lessicali, in questo testo? Sì. Non posso negarlo. Non sono molti, ma la punteggiatura presenta diverse carenze, soprattutto nel discorsi diretto. Di ciò è ben al corrente anche l'Autrice, che se ne dispiace; in fondo, però, non è tutta colpa sua. Non voglio parlare male di questa Casa Editrice, sia chiaro: non è nel mio interesse. Però, in maniera del tutto imparziale, posso dirvi che una Casa Editrice che operi in maniera seria e nell'interesse dell'Autore e dell'Opera farà sempre passare il libro sotto un'attenta sessione di editing. O due. O tre. O dieci, se necessario. Una casa si chiama "editrice" proprio perché edita i manoscritti, d'accordo con l'autore, per massimizzarne le potenzialità di pubblicazione e diffusione. A stampare un dattiloscritto ci vuole poco; anche una copisteria o tipografia può farlo (si chiama self-publishing) e non per questo si fa chiamare Casa Editrice, i cui compiti sono leggere il manoscritto, valutarlo, fare editing, pubblicare il libro concluso e revisionato, occuparsi della diffusione, distribuzione e promozione dell'Opera - sempre gratuitamente e sempre d'accordo con l'Autore. Poi, ci sono mille contratti con mille clausole e deroghe, ma firmarli e accettarli sta ai singoli Autori.

Per concludere: se state cercando un testo formalmente perfetto, privo di errori di battitura e/o punteggiatura, lasciate perdere.
Se invece cercate delle fiabe che racchiudono una morale, con tutti gli stilemi del genere; se desiderate sentirvi cambiati e migliorati dopo averle lette; se a voi non piace il foie gras ma vi sentite appagati da un franco e onesto brodo di pollo, allora leggetelo. Perché questo è un libro nutriente, caldo e semplice.
Perché Sabrina, con la sua umiltà e dolcezza, vi attenderà al varco del suo mondo - un mondo della porta accanto, popolato di fiori malvagi, stelle che sacrificano la propria vita per gli umani e fonti guaritrici.
Il mondo, appunto, dell'altrove.

mercoledì 30 marzo 2016

Gocce d'inchiostro #15: il mondo dell'altrove, fiabe e la magia del Plasil

Buondì!
Oggi vi scrivo da un pianeta molto speciale, dove tutto è morbido e coccoloso: chiamasi divano. Il motivo è semplice: non mi sento bene. Nausea forte. Mal di stomaco. Preferirei che mi amputassero un piede al virus intestinale, ma si vedrà come evolverà la cosa. Magari è solo mal di stomaco. E magari quello che sentivano i tizi sul Titanic dopo l'impatto con l'iceberg era davvero solo un rumorino.
Beh.
Comunque, qualche news:

1. Ho finito di leggere "Il mondo dell'altrove" di Sabrina Biancu, una fan, e a breve ne chiacchiererò sul blog. Trattasi di una raccolta di fiabe, più che di racconti, con protagonisti molto variegati: uomini e donne, stelle, fiori... tutti hanno diritto di parola nelle fiabe di Sabrina, nessuno escluso. E ciò mi piace molto.

2. Ieri nelle pause dal lavoro ho letto la raccolta di poesie "Basta così" di Wisława Szymborska, della collana Piccola Biblioteca Adelphi. Dire che l'ho adorato è dire poco: non solo per le poesie della Szymborska, che sono intense e intagliate a colpi di scalpello nella realtà, ma anche per la cura e la passione che la Adelphi mette da sempre nei libri che pubblica. In questo volume, in coda alle poesie, troviamo un elenco di pagine stampate dai manoscritto originali dell'Autrice, scomparsa nel 2012 prima di poter concludere la raccolta, con tanto di traduzioni, commento e note a margine. Un lavoro encomiabile che sottolinea il grande rispetto di Adelphi per i suoi Autori.

3. Mentre sto per finire "Benedizione" di Haruf (leggo 20 pagine a sera eppure non finisce mai. Perché? PERCHE'?), metto già in cantiere di iniziare "Delitti esemplari" di Max Aub e "Damnatio" di Luca Mastinu. Quest'ultimo mi è stato inviato dall'Autore, che ringrazio. Non vedo l'ora di iniziarlo! :)

Ora torno a chetarmi, nella speranza che la nausea mi passi... ma nel frattempo mi sparo un Plasil, che male non fa. Sigh.

domenica 27 marzo 2016

Due chiacchiere su Kent Haruf e la sua "Benedizione"

Buongiorno e Buona Pasqua!
Vado subito al sodo: vi dico subito che oggi voglio dire una cosa molto brutta.
Lo so.
Molti mi diranno: ma veramente? Stai scherzando? A me è piaciuto da morire! E poi è un successo internazionale! E questo! E quell'altro!
Sì, va bene, ma tanto io lo dico lo stesso.


"Benedizione" di Kent Haruf mi sta scocciando.

Sì. Avete sentito bene.
Bellissimo lo stile, d'accordo, che ricorda molto McCarthy. Tante principali, tono dimesso, una forza sotterranea che dipinge tanti episodi slegati ma in qualche modo connessi tra loro dalle deboli vene e arterie del tempo. Ok.
Per le prime cento pagine.
Centocinquanta.

Poi, anche basta. Perché io lo so che i manuali di scrittura creativa andrebbero lasciati sugli scaffali perché tarpano le ali e la mente, lo capisco, ma qualche minima regola voglio ancora pensare che ci sia: una Domanda Drammaturgica Principale (cioè la domanda che porta avanti la trama: per Romeo e Giulietta, ad esempio, "riusciranno 'sti due gonzi a stare insieme?", tanto per capirci), un climax o almeno qualche dubbio o segreto che porti avanti la trama, qualcosa che dia la spinta al lettore di voltare pagina per vedere come finisce la storia. Ma quale storia, in questo libro? Ci sono sei o sette personaggi, tutti fondamentalmente appiattiti dallo stesso stile e tono dimesso di scrittura, che quasi non si distinguono tra loro. Almeno, io non li distinguo. Posso distinguere meglio Dad, la moglie, Frank e Lorraine, che sono i componenti della famiglia protagonista di alcuni episodi del libro, ma solo perché in effetti un minimo di caratterizzazione diversa ce l'hanno. Frank, inutile dirlo, è il mio personaggio preferito, l'unico che abbia dei segreti o che comunque non sia appiattito come tutti gli altri. Per lui il tono dimesso di Haruf è perfetto, perché una vittima di bullismo può solo sussurrare.
Non c'è una vera trama, o un susseguirsi di eventi: c'è un tizio che sta morendo di cancro che si ricorda qualche episodio sconnesso della sua vita; due tizie, madre e figlia, che vanno a comprare dei vestiti con una bambina orfana che vive con la nonna; c'è un prete che guarda nelle finestre della gente; e qualcun altro che nemmeno mi ricordo cosa faccia. Boh. Come andrà a finire la storia? Se almeno ce ne fosse una, me lo chiederei.

La verità è che l'unica cosa che mi fa andare avanti nel libro, per ora, è sapere se ci sarà qualche altra pagina su Frank, vedere 'sto tizio malato morire e basta. Anzi, un'altra cosa c'è: lo stile di scrittura, che è veramente buono e che con orgoglio ammetto essere molto simile a quello che utilizzo io nel mio secondo romanzo ancora in cantiere. Ma non posso pensare di continuare a leggere un libro solo per lo stile di scrittura: sarebbe come continuare a mangiare un piatto insapore ma presentato benissimo. Per l'amor del cielo, finirò questo libro e senz'altro darò anche un'opportunità al secondo e anche al terzo della trilogia, ma c'è una grossa differenza fra Haruf e McCarthy: il secondo ha una storia, ha un uomo e un bambino, suo figlio, in un mondo postatomico, ha delle bande di cannibali che li braccano - ha, soprattutto, la capacità di utilizzare quello stile di scrittura così dimesso non come livella, ma come sorgente di una forza straordinaria per far emergere come schiuma sulle onde le emozioni e i legami tra i personaggi e l'ambiente che li circonda. "La strada" è un libro amaro, di lacrime e rabbiosa speranza; "Benedizione" è... non lo so. Non si capisce. O magari non lo capisco io.
Bene, che parta il lancio delle pietre. Vi attendo.

sabato 19 marzo 2016

Gocce d'inchiostro #14: la fiera più bella del mondo, omicidi e il ritorno del veliero bianco

Buondì!
Eccoci a una nuova puntata di "Gocce d'inchiostro", la mia rubrica dedicata agli scorci dei libri che leggo, che scorgo sullo scaffale e sfioro solo con la punta delle dita, o magari che decido di adottare sull'onda del sentimento. Con questi ultimi ho un rapporto materno, quasi morboso, e quando esco dalla libreria li stringo forte al petto, sentendoli caldi mentre tutto il resto è vento, mentre tutto il resto è gelo.


1. "Delitti esemplari" di Max Aub è uno di quei libricini che piacciono a me: sottili, così sottili che sembrano voler gridare al mondo di lasciarli in pace mentre loro s'impegnano a occupare il minor spazio possibile. Libri come me, come sono stata per lunghi anni scoloriti della mia vita. E anche come Max Aub, scrittore spagnolo morto nel '72 fra i meno conosciuti in Italia, ma che a me sta piacendo davvero molto. I suoi "delitti esemplari" sono quelli che si commettono quotidianamente, intenzionalmente o meno, descritti qui con picchi di colore e vene di genialità vivida e fantasiosa: poche righe sono sufficienti perché ogni assassino racconti il motivo per cui ha ucciso qualcun altro, le antipatie, le insofferenze verso gli incontri sgraditi di ogni giorno. E' come se la mente di tutti noi fosse tatuata sulla carta: l'odio per quel tizio con la pelle scura salito sull'autobus (non certo da parte mia, ma c'è anche chi ha voragini interiori e intellettuali così profonde da nutrire odio per gli altri solo in base al loro codice genetico), per la collega di lavoro antipatica, per quel dannato trivellatore che si è messo a lavorare alle sei del sabato mattina sotto la nostra finestra. Noi pensiamo di strangolare quella gente nella nostra mente, mentre nel libro gli omicidi sono fulminei, realizzati e pienamente soddisfacenti.

Vi faccio un esempio: "03) Era scemo. Gli spiegai e rispiegai tre volte la strada da fare, in modo chiarissimo. Era molto semplice, non aveva che da attraversare il Viale della Riforma all'altezza della quinta traversa. E tutte e tre le volte si confuse nel ripetere la spiegazione. Gli feci una piantina chiarissima. Restò là a guardarmi con aria interrogativa: E poi... Oddio, non ho capito. E si strinse nelle spalle. C'era da ammazzarlo. E lo feci. Se mi dispiace o no, è un'altra faccenda."
Io lo trovo geniale, tanto che penso che ora mi metterò alla ricerca dell'unico altro libro tradotto in italiano di Max Aub, "Jusep Torres Campalans", la biografia di un pittore. 

2. Un altro libro che ho adottato oggi è "Il mare in discesa" di Romano Battaglia. Curiosando online ho scoperto che la critica è divisa sulla trama, perciò non so ancora se la troverò brillante o di una noia mortale. Si vedrà. Per ora ve la ricopio qui: "La storia di Adelmo ha inizio sulla riva del mare dove l'intero paese attende suo ritorno a bordo del veliero bianco, che da tanto tempo vagava fra le onde. Attorniato dalla folla in festa, Adelmo racconta: la partenza a bordo del veliero per fuggire una realtà dolorosa, la lotta con il mare per la sopravvivenza, la ricerca dell'amore perduto in terre lontane... e alla fine la scoperta del proprio destino nell'Isola della luce.
Letto così, rischia di essere o un piccolo capolavoro sulla falsariga del "Manuale del guerriero della luce" o altri libri di Coelho, oppure un disastro letterario di banalità colossali. Se qualcuno lo ha già letto, si faccia avanti.

3. Ed ecco ciò che invece ho acquistato alla Fiera di San Giuseppe della mia città - La Spezia -, una feria che non manca mai di stupirmi e rendermi felice. Non perché la fiera cambi o s'ingrandisca man mano che passano gli anni; no, la vera forza della fiera sta proprio nel fatto che le emozioni e l'atmosfera di quando ero una ragazzina siano sempre le stesse: sempre la stessa astronave finta, mezza scassata, dove entrare per immaginare di trovarsi in una realtà virtuale mentre quella si scuote in ogni direzione come una dannata; gli stessi banchetti dei panini (unico ritocco, il prezzo, che ogni anno è un po' più alto); stesse salsicce, stessi crauti, stesse salse dai barattoloni giganti col rubinetto a spruzzo, stesse fatine di ceramica e bancarelle di cuoio serigrafato al momento e incensi e magliette di Bob Marley. La stessa vecchia, nuova fiera.

Ma, soprattutto, ciò che amo più di ogni altra cosa sono i banchetti dei libri a poco prezzo, che spesso non offrono molto, a parte libri per bambini e i classici in edizione economica, ma che qualche volta possono regalare emozioni. Quest'anno mi è andata bene, infatti ho trovato, in cima a una pila di libri per ragazzi, qualcosa che nemmeno sapevo esistere: "Le avventure del topino Despereaux", di cui avrei sempre voluto vedere il film senza mai riuscirlo a trovare in giro. Questa la trama: "Fin dal giorno in cui era venuto al mondo, Lester e Antoinette avevano capito subito che Despereaux, il loro figlio, era un topo diverso dagli altri: troppo piccolo per le sue enormi orecchie, troppo curioso per nascondersi, troppo coraggioso per scappare... Ora che è cresciuto, poi, le cose sono peggiorate: Despereaux rifiuta di comportarsi come gli altri topi e, invece di rosicchiare i libri, li legge e ne rimane affascinato. 
Ma Lester e Antoinette non sanno il peggio, e cioè che Despereaux ha infranto la regola più importante di tutte: ha parlato con un essere umano, una bella principessa, e se ne è perdutamente innamorato. La punizione prevista per questo genere di violazione è l'esilio nelle oscure segrete del castello, da cui nessuno ha mai fatto ritorno. 
E una volta che si ritrova laggiù, Despereaux comincia a dubitare che ogni storia abbia il suo lieto fine..."
Posso dirvi che già leggere le prime pagine è stato bellissimo, i personaggi sono interessanti (beh, voi direte, sono topi; vero, ma topi INTERESSANTI) e ben delineati, specialmente la madre del prode topino, la cui parola preferita è "disappunto", motivo per cui la ripete continuamente.
Sono veramente contenta di questo bottino e non vedo l'ora di scrivere la recensione di queste tre meraviglie :)

mercoledì 16 marzo 2016

Per il ciclo recensioni librose: "Wild" di Cheryl Strayed

Buonasera a tutti!
Questa è una di quelle recensioni che avrei voluto pubblicare subito dopo aver finito di leggere il libro, ma purtroppo i molti impegni me ne hanno tenuta lontana. Male, male.
Per fortuna, questo è un libro che perdona: sia me per aver tardato a recensirlo, sia Cheryl Strayed, autrice e protagonista di una delle storie che mi hanno più colpita nell'ultimo anno. Vera, per giunta.
Ma andiamo alla trama.

"Wild" (collana True, Piemme, 2012) parte con un'istantanea di Cheryl, una ragazza americana ventiseienne alle prese con tre problemi:

  • uno degli scarponi le è appena volato giù da una rupe
  • sta facendo trekking su un sentiero durissimo in un bosco sperduto nel cuore della Sierra
  • è completamente sola. 
Ecco, la prossima volta che credete di essere in una situazione escrementizia, pensate a lei e tiratevi su. Animo, miei prodi.

Da questa scena si torna a ritroso nel passato di Cheryl, con un'altra istantanea dei momenti più cupi della sua vita: il giorno in cui alla madre, vegetariana convinta ed entusiastica sostenitrice di tutto ciò che proviene dalla natura e assicura il benessere del corpo, viene diagnosticato un cancro inoperabile ai polmoni. Nel giro di pochi mesi, la madre che Cheryl aveva tanto amato e che fino all'ultimo ha tentato di proteggere scivola giù nel gorgo nero della malattia, fino all'inevitabile epilogo, e lei non riesce ad affrontarne la perdita. Prima manda a monte il suo matrimonio con Paul, poi inizia una spirale discendente in una vita sregolata, fatta di sesso occasionale con molti uomini e una relazione distruttiva con un tizio che la inizia alla dipendenza da eroina.
In un momento di lucidità, decide di riprendere in mano la sua vita e di intraprendere un viaggio incredibile: circa tre mesi di trekking in completa solitudine e senza una preparazione fisica adeguata sul PCT, o Pacific Crest Trail, il sentiero naturale che si snoda dal Messico al Canada attraverso l'imponente catena montuosa della Sierra Nevada, deserti, ghiacciai, boschi, sentieri paludosi e zone ricche di laghi. Nel giro di qualche mese acquista tutto ciò che potrebbe essere necessario (e anche di più) per affrontare il massacrante percorso che l'aspetta e un giorno, semplicemente, parte. E va avanti. Un passo dopo l'altro. Con pochissimi dollari a disposizione. Con un paio di scarponi troppo stretti e i piedi che perdono le unghie una dopo l'altra. Con i fantasmi del passato che la infestano e quello della madre che appare, di tanto in tanto, nei silenziosi e solenni animali che ogni tanto attraversano il sentiero: una volpe, un cervo. Due occhi dolci e muti che la fissano, Cheryl che sussurra: "Mamma..." e nulla più. 

Impossibile non pensare a vicende e libri simili, come il celebre "Nelle terre estreme" di John Krakauer, dal quale è stato tratto il film "Into the wild", il cui protagonista è un ragazzo (sempre realmente esistito), Christopher McCandless, che, a causa della falsa facciata borghese della sua famiglia, dei tradimenti coniugali del padre, delle sue letture e convinzioni politico-sociali e anche per via della sua indole di spirito libero, decide di bruciare e tagliare ogni carta di credito ed elemento della civiltà che lo identifica come persona e iniziare un percorso a piedi lungo tutta l'America fino al suo obiettivo finale, l'Alaska, dove progetta di vivere per qualche mese solo con ciò che offre la natura. Non posso dirvi di più senza spoilerarvi brutalmente il finale; mi basterà dire che le due storie divergono proprio sul finale, ma anche in quanto a intenti.

Se Chris intendeva il suo percorso come una direttrice di fuga dalla società e dai vincoli e obblighi che essa pretende, e anche come viaggio di purificazione, trasgressione e dichiarazione universale della sua identità e libertà, l'obiettivo di Cheryl è diverso: lei non abbandona la civiltà, non desidera la solitudine per dimostrare di sapersela cavare; a Cheryl non importa dipendere unicamente dalla natura né la sua è una figura che aspira a sublimare insegnamenti da indirizzare a un'umanità imprigionata in gabbie sociali che essa stessa sceglie di occupare.

Cheryl vuole solo ritrovare se stessa, non pretende né di dimostrare qualcosa, né di insegnare una qualche lezione. Lei vuole solo purificare la propria mente e ritrovare la vera dimensione del suo essere, nella speranza che il sentiero possa essere catartico a questo scopo. Anche questo differenzia Cheryl e Chris: per lei lo scopo è riuscire a ritrovare se stessa, mentre quello di Chris è orientato verso la propria famiglia e la società. Per entrambi la solitudine è un elemento importante, indispensabile alla riflessione e, nel caso prima di Cheryl, ma alla fine anche di Chris, all'autocritica. Terribile l'insegnamento che la solitudine avrà da impartire a Chris: "La felicità è reale solo quando è condivisa", come scriverà sulle pagine del suo diario. Molto più clemente il silenzio e la pace dei boschi per Cheryl, un'atmosfera intima e ovattata che le permette di solidificarsi come persona, di entrare in contatto con i suoi pensieri più profondi (specialmente quelli riguardo suo madre e il suo matrimonio andato in frantumi) e che, alla fine, le concede l'opportunità di applicare alla sua nuova vita quanto ha imparato sul sentiero.

Interessanti e ben descritti gli incontri lungo il percorso, bello il senso di cameratismo che nasce fra i vari utenti del trekking e, inutile dirlo, splendida la dote di Cheryl di saper raccontare e raccontarsi. La storia fila via liscia, senza intoppi, ed è difficile abbandonare il libro dopo poche pagine. Non c'è mai un punto morto, ogni svolta del sentiero nasconde un pensiero, un'emozione, un incontro inaspettato, o magari un panorama descritto magistralmente, come in fotografia.
Un romanzo che consiglio caldamente a chiunque, senza distinzioni. Finora è stato di sicuro il romanzo più bello che abbia letto quest'anno e a breve non vedo l'ora di vedere anche il film che ne è stato tratto. Vi farò sapere com'è! :)

domenica 13 marzo 2016

Cose belle, Trofeo RiLL e ulteriori cose belle

Questa, più che io da sola,
sono io calpestata
brutalmente da tutti gli impegni.
Buonasera!
Stranamente, aggiungo. Sì, perché in genere vi dico buonasera anche se ho avuto una giornata escrementizia, mentre questa sera è davvero una buona serata, la prosecuzione naturale di una buonissima giornata.
Perché? Percome?
Eh, ora ve lo dico.
Intanto, sono contenta di avere finalmente una mezz'ora da poter dedicare al blog, anche se in realtà la palpebra cala con prepotenza a ogni riga. Nell'ultimo periodo sono stata super impegnata e, purtroppo (o per fortuna?) la sarò ancora per qualche giorno. Diciamo settimana.
In compenso, ci sono diverse cose positive che mi stanno accadendo, in particolare una che è successa oggi e che ha a che vedere con:

  • una libreria indipendente che adoro
  • io che entro e provo, per un di più, a chiedere se hanno bisogno di una mano
  • una certa risposta
  • un certo sorriso stampato sulla mia faccia da quel momento in avanti in stile paresi.

Non voglio ancora trillare di gioia, tutto è da definire (a brevissimo), ma sono felice. Deh, quando sono triste lo dico, perciò quando sono felice devo ammetterlo. E la sono perché, per una volta, mi trovavo al posto giusto nel preciso momento della storia in cui la mia presenza era richiesta proprio lì e non altrove. Perché amo profondamente quella libreria e penso che da questa collaborazione possano nascere grandi cose - cose librose, di carta e polvere e dolce profumo d'inchiostro.

Oggi non ero quella del "sì, beh, le faremo sapere", né quella del "ah, ma quindi lei non ha 4904584938545 lauree e master?" e neppure quella del "ah, ma quindi lei non ha esperienza in qualcosa in cui è impossibile avere esperienza prima che qualcuno te la faccia fare?".
No.
Oggi ero utile. Richiesta. Non una fra le tante, ma io. Alice Bassi, e servivo a qualcosa.
E, anche se sarà una collaborazione di contingenza, o non pagata, o quello che sarà, per la prima volta da molto, molto tempo, mi sento in pace.

Un'altra bella notizia: l'altra sera ho presentato il mio quarto evento poetico, questa volta con protagonista una talentuosissima autrice del mio paese, Luciana Giannini. C'era un sacco di gente, il che è strano: al giorno d'oggi la poesia non è qualcosa che venga apprezzato più di tanto, né dalle persone, né dalle case editrici medio/grandi. E neanche da quelle piccole, tristemente, anche se con qualche eccezione. La casa editrice Sillabe di Sale è una di queste, ma ce ne sono altre, sempre free, come la Marco Saya Edizioni.
E comunque, nonostante "l'inverno dello spirito" paventato dalla Yourcenar sia drammaticamente vicino, e nonostante la società attuale, così "istericamente esibizionista", per dirla alla Montale, faccia di tutto per annientare ogni possibilità di solitudine e riflessione, l'altra sera gli interessati alle poesie di Luciana erano tanti. Qualcosa come trenta persone, il che non è poco, per un paesino arroccato su un monte. Paesino bellissimo e di grande cuore, ma pur sempre arroccato su un monte.
E' stato interessante scoprire che in molti volevano leggere le poesie del libro di Luciana. Era emozionante vederli lì, quegli uomini e quelle donne, con la sciarpa penzoloni al collo e gli occhiali sul naso, intenti a leggere e commuoversi per i versi che declamavano a voce alta come bambini la sera di Natale. Spettacolare, davvero.

Uh, p.s.: ho inviato uno dei miei racconti né horror, né fantascientifici, né thriller, ma diciamo un po' "ai confini della realtà" al Premio letterario "Trofeo RiLL", la cui premiazione avviene ogni anno durante il Lucca Comics. Magari arriverò seicentomilionesima, però io ci spero. Cioè, almeno ci ho provato. Oh. E comunque, esiste qualcosa di più mostruosamente figo di venire premiati per qualcosa che si è scritto e AL LUCCA COMICS? Forse solo passare un pomeriggio con J. K. Rowling e Stephen King, ma è una bella lotta.

Anyway, miei Fedeli Lettori, ora vi lascio e vi prometto che appena potrò vi rivelerò di più sul progetto librario di cui sopra :D
Ah, se domani riesco cerco anche di pubblicare la recensione di "Wild" di Cheryl Strayed, visto che è già qualche giorno che l'ho finito!
Ora vi saluto, prima che il sonno prenda il sopravv.... vent... rrronfff...

martedì 8 marzo 2016

Gocce d'inchiostro #13: un sentiero impervio, una benedizione e ciò che ho sempre detto che avrei fatto

Buonasera!
Vi intralcio la serata con qualche piccola news:

No, non ho postato la mia foto
per fare la figa,
è solo che non ne avevo altre
dove si vedesse
la copertina del libro.
Ebbene, è così.
1. Ho terminato già qualche giorno fa "Wild" di Cheryl Strayed e, se i cervicali non mi stessero facendo vedere le stelle, ne avrei già scritta la recensione. Rimedierò a breve, anche perché ho molto da dire su questo libro e sulla storia della vera Cheryl Strayed, una ragazza che, poco più che ventenne, decise di tentare di rimettere insieme i cocci infranti della sua vita e del suo matrimonio fallito intraprendendo un percorso massacrante sul PCT, o Pacific Crest Trail, ossia sul sentiero che si snoda dal Messico fino al Canada attraverso l'intera Sierra Nevada. Da sola. E senza nessun tipo di addestramento tranne la lettura di un libro sull'argomento.
Non vedo l'ora di parlarvene nel dettaglio!

2. Ho iniziato di conseguenza a leggere "Benedizione" di Kent Haruf, che ho notato andare molto "di moda" ultimamente nei vari blog di recensioni librose. Beh, devo dire che è molto ben scritto, scarno, levigato fino all'osso, ma mi piace e scorre giù che è un piacere. Ricorda molto lo stile di scrittura di McCarthy, con i dialoghi senza punteggiatura che danno un tono sommesso e in qualche modo umile all'intera trama. Uno stile che si avvicina anche a quello che ho maturato io per il mio secondo romanzo, invero. Forse varrò quanto un dito mignolo di Haruf, ma quant'è vero che il mio gatto odia l'intero creato, abbiamo avuto tutti e due la stessa idea.

3. Sto continuando a lavorare a un paio di progetti, due serate a tema letterario che dovrei presentare nel giro di qualche giorno nel caso della prima e settimana nel caso della seconda. Saprete presto di più, per ora vi dico soltanto che, anche se vorrei avere più coraggio e temere di meno di pasticciare qualcosa di irrimediabile se solo mi concedessi di lavorare di più al mio romanzo attuale, sento di non star sprecando del tutto la mia vita. Sto facendo ciò che ho sempre detto che avrei fatto, in fondo: scrivere e leggere, sangue e aria per la mia mente di nuvole.

lunedì 7 marzo 2016

Nuovi acquisti librosi, o di come mi persi tra i cesti della bancarella più bella del mondo

Buonasera! Buona vita!
Come va? Siete caldi? Siete pronti per una nuova carrellata di acquisti librosi? Mi auguro di sì, perché questa volta ne vedrete delle belle. Amanti degli Urania e della fantascienza, con questo post vedrete dissetata la vostra sete. Per tutti gli altri... beh, potete leggere anche voi. Primo, perché non ho comprato solo libri di fantascienza; secondo, perché questa storia che la fantascienza non piace secondo me deve finire. Lo so, parlo da amante viscerale del genere, ma molto spesso ho parlato con persone che, pur affermando di odiare la fantascienza, non sapevano argomentare poi il loro odio. Al massimo ho sentito dire: "eh, non mi piace quando ci sono i robot, le astronavi...", ma belin, come si dice dalle mie parti, dire che non ami la fantascienza perché non ti piacciono i robot o le astronavi è come dire che non ti piacciono le lasagne perché non digerisci il pesto. Cioè, sì, insomma, chissenefrega del pesto, ci sono il ragù, i funghi con la salsiccia, salsiccia e carciofi, gorgonzola e radicchio, salmone e gamberi e magari se mi fermo è meglio o mi mangio anche il PC come nella pubblicità dei TUC. Per dire. 

Comunque, come tutti questi condimenti servono a dare un sapore diverso e favoloso alle lasagne, così la fantascienza ha molto da offrire a tantissime persone diverse: ci sono libri sui robot, certo, e altri sulle astronavi; ci sono però anche libri di invasioni aliene (senza astronavi), oppure di vita su altri pianeti (sempre senza astronavi); ci sono libri di pandemie e supervirus, libri postapocalittici (come "La strada" di McCarthy), distopici (ossia che parlano di mondi paralleli al nostro, spesso futuri cinici e spietati con una rigida organizzazione sociale, come in "1984" di Orwell, "Farenheit 451" di Bradbury, "Il mondo nuovo" di Huxley, "Noi" di Zamjatin, "Blocchi" di Bordewijk, oppure i recenti "Battle Royale" di Takami, "Hunger games" di Collins, la saga di "Divergent" di Roth o "La quinta onda" di Yancey, ma gli esempi sono sterminati) e ucronici (in questo caso, le storie sono ambientate sul pianeta Terra in seguito a un evento storico andato al contrario di com'è avvenuto nella realtà; ne sono un esempio "22/11/'63" di King o "La notte della svastica" di Burdekin). In quest'ottica, moltissimi libri possono essere considerati fantascienza, perfino "Cecità" di Saramago, così come "Io sono leggenda" di Matheson, la saga de "La torre nera" di King, "L'isola del Dottor Moreau" e "La guerra dei mondi" di Wells, "Arancia meccanica" di Burgess... potrei continuare all'infinito.

Perciò, se non vi piacciono i robot, le astronavi, i virus, le superinfluenze, gli altri pianeti, i viaggi intergalattici, il vostro pianeta in un'ottica diversa, un pianeta della porta a fianco ma che potrebbe essere drammaticamente il vostro, i giochi crudeli, la terra dopo l'uomo... allora ok, non vi piace la fantascienza. Ma se avete un problema solo con i robottoni, allora sotterrate pure la vostra ascia di guerra per Jeeg Robot d'acciaio e godetevi una sana dose di Urania in indovena.

Tornando a me e alla bancarella: il paradiso.
Pile e pile di libri ovunque, scatoloni di prime edizioni, vecchie raccolte di racconti mai sentiti ma bellissimi, piccole perle sulle valve schiuse di Madama Letteratura.
Pensate che questa manifestazione di compravendita di antichità di ogni genere c'è ogni prima domenica del mese nella mia città da 3473847484 anni, eppure non c'ero mai andata. Perché? Percome? Non ne ho idea.
Poi, quasi per caso, l'altro giorno un'amica mi ha proposto di andarci insieme... ed è stata perdizione eterna.

Iniziamo con i titoli: il primo è "Spettri" di Andrew Klavan, autore attivo principalmente negli anni '90 di cui possiedo già un altro paio di titoli ma che non trovo mai in giro, solo nei mercatini dell'usato. Mi piace come scrive, con quella vena di sottile tensione sempre presente... così, ho adottato questo libro. Ovvio. Per pochi spiccioli, vogliamo lasciarlo lì da solo, al freddo, in piazza del mercato, col puzzo di pesce che ne appesta le pagine? Anche no.

Ecco a voi la trama: "Richard Storm è un produttore hollywoodiano che ha fatto fortuna con i film dell'orrore. Ma non è soddisfatto. Parte allora per l'Inghilterra, deciso a trovare una risposta alle domande che più lo assillano: che cosa c'è di vero nelle storie di fantasmi? Esiste realmente l'aldilà? Può lo spirito ritornare sulla terra? La sua ricerca lo metterà in contatto con una serie di personaggi perlomeno insoliti: un'affascinante ereditiera, una veggente in caccia di uno spietato serial-killer e soprattutto Iago, uno spettro che si aggira per la campagna inglese con l'unico scopo di punire chi è ancora in vita... Non ci vorrà molto a Richard per capire che l'orrore dei suoi film non è nulla rispetto a quello che dovrà affrontare nella realtà..."
Beh, a me sembra abbastanza interessante. In verità non ho letto molte recensioni online, e anche quelle poche sono spaccate a metà, ma in fondo sarò io a decidere se il libro per me varrà qualcosa. Giusto? Giusto.

Il secondo acquisto è stato questo gioiellino artico che mi intrigava da un po': "Scompartimento n. 6" di Rosa Liksom (2014), autrice a me sconosciuta la cui scrittura misurata mi ha però smosso qualcosa. Sarà anche la presenza del treno (amo i treni) in copertina, sarà la neve (amo la neve), sarà il formato sempre irresistibile dei libri Iperborea... ma con questo libro è valsa la regola del "visto, preso".
Ecco la trama: "Mosca, anni '80, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, due estranei si trovano a condividere lo scompartimento: una taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall'inesauribile sete di vodka. Nell'intimità forzata del piccolo spazio la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, avvezzo al carcere, ma con l'irriducibile passione per la vita. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l'hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande nella terra che l'ha sedotta. È l'anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo."

Due raccolte di racconti hanno rubato il mio cuore: "Cadrà dolce la pioggia e altri racconti" di Ray Bradbury, uno dei miei autori preferiti in assoluto, e "La coppa di cristallo e altri racconti" di Bram Stoker. E ora verrò crocifissa pubblicamente in sala mensa - anzi, impalata, ma devo dirlo. A me il suo libro più celebre, "Dracula", non è piaciuto molto. Ho adorato il film, ma detestando i romanzi epistolari ho avuto difficoltà a finirlo. Anzi, non l'ho proprio finito e confido di riprovarci, ma ricordo di averlo trovato verboso e a tratti pesante. Ahimé.
I racconti, in genere, hanno il dono di essere più digeribili e scorrevoli, quindi non vedo l'ora di addentare entrambi.
Stesso discorso per "Gotico americano" di Robert Bloch, romanzo che non ho mai trovato nemmeno online, mentre qui ce n'erano ben due copie. Naturalmente, sia io che la mia amica lo abbiamo comprato, perché... come? Non lo sapete? Robert Bloch è l'autore del celeberrimo romanzo "Psycho", quello che ispirò l'omonimo film di Hitchcock. Qui potete trovare la mia recensione del libro, che vi anticipo essere UNA FIGATA ASSURDA. Per dire.
Insomma, "Gotico americano" l'ho preso sulla scia della mia passione per Bloch e, anche se online ho trovato recensioni contrastanti, sono comunque contenta di averlo messo nel carrello.
Ecco la trama: "Dall'autore di "Psycho", un racconto gotico sospeso tra passato e presente. Chicago: un castello dalle pareti che nascondono passaggi segreti, stanze proibite e laboratori privati. Il castello è la dimora del dottor G. Gordon Gregg, un assassino farmacista. Le sue vittime sono donne giovani e belle. I suoi metodi sono scientifici e indolori, i suoi crimini perfetti... fino a quando una giornalista non si insospettisce. Ma durante le indagini Crystal, nonostante il pericolo, si innamora del carismatico dottore..."

Ultimi ma non ultimi, i miei amati Urania *________*
Ecco i titoli che mi sono accaparrata questa volta: "Hanno distrutto la Terra" di Poul Anderson, "Terra bruciata" del MITICISSIMO J. G. Ballard, "L'uomo che possedeva il mondo" di Charles E. Maine, "In una piccola città" di F. B. Long e "Ai due lati del muro" di Francesco Grasso, che peraltro, come avverte la copertina, ha vinto il premio Urania, informazione che mi ha fatto molto piacere apprendere, soprattutto considerando che Grasso è un italiano e in genere qui da noi la fantascienza non è un filone molto apprezzato. Bah. Mi cucio la bocca.

Ecco a voi le intrigantissime trame: in "Hanno distrutto la Terra" "molta brava gente non si stanca di chiedere la riduzione dei programmi spaziali (americani o russi che siano) in nome degli scopi umanitari - case, scuole, ospedali, eccetera - che si potrebbero realizzare con i soldi così risparmiati. Ma questa brava gente non considera che le case le scuole gli ospedali eccetera non servirebbero a molto nel caso non impossibile che qualcuno (o qualcosa) distruggesse di colpo la Terra. Mentre i soli a salvarsi sarebbero proprio gli astronauti, come dimostra questa odissea di trecento spaziali che tornando a casa da un lungo viaggio trovano il pianeta ridotto in cenere e vanno peregrinando per la Galassia in cerca dell'ignoto distruttore, profughi malvisti e turbolenti, soldati di ventura al soldo di altre razze, eppure disperatamente decisi a ricostruire un nucleo di umanità, e a ricominciare."

Questa, invece, la trama di "Terra bruciata". "Questa volta l'autore immagina una lunga e terribile siccità che sconvolge la vita degli uomini, e seguendolo in un mondo condannato inesorabilmente alla disgregazione fra sterminate dune di sale, cimiteri d'auto e di navi in secca, il lettore finisce per lasciarsi prendere dallo sconvolgente incubo di Ballard, e accettare i suoi ladri d'acqua, i suoi cannibali, i suoi degenerati, i suoi golli, miserabili superstiti che ancora si dibattono nella polvere che ricopre il pianeta".

La trama de "L'uomo che possedeva il mondo" è ancora più fyga: "Una cripta con un corpo esposto in una bara trasparente, e sopra la cripta la sagoma slanciata di un missile. E' il mausoleo Carson, eretto a Londra all'eroe morto nel tentativo di raggiungere la Luna. Intorno al mausoleo sorgono le rovine della città resa irriconoscibile dal tempo e dalle guerre atomiche, e fra le rovine vivono gli unici esseri che ancora popolino la superficie del pianeta: i mutanti. Sotto le rovine, a grande profondità, sorgono le nuove città dei terrestri normali, autentiche fortezze sotterranee impenetrabili alle radiazioni. Ma Robert Carson, l'uomo al quale il mondo ha costruito il monumento, è vivo. L'hanno riportato in vita gli scienziati di Marte. E un giorno Robert Carson arriva sulla Terra per prendere ufficialmente il posto che gli spetta. Ma il discorso che pronuncerà ai suoi sudditi non sarà quello che i marziani si aspettano."

Una trama piccina picciò è quella di "In una piccola città": "Bobby Jackson è apparentemente un ragazzo normale, e altrettanto normali sembrano i coniugi Martin, nuovi arrivati, in una piccola città americana come ce ne sono a migliaia: Lakeview. Ma non lontano da Lakeview c'è la caverna detta di Gover, e ciò che succede là dentro potrà coinvolgere nello stesso tremendo pericolo non solo un maestro di scuola, una bibliotecaria, una barista e altri tipici personaggi della provincia americana, ma... tutta la Terra."

E, ultimo ma non ultimo, il plot di "Ai due lati del muro": "Siete soli, disarmati, e vi hanno picchiato. Quando riprendete i sensi, vi trovate in una cella buia, umida, in compagnia di un vecchio che è in carcere da una vita. La prospettiva è: rassegnarsi a languire nella prigione più sicura che sia mai stata costruita al mondo o progettare l'evasione. Ma nessuno è mai fuggito da quel carcere speciale, nessuno sa cosa si nasconda dall'altra parte del muro. E tuttavia voi tentate, come chi non ha nulla da perdere e, forse, nulla da guadagnare. Ma vi aspettano grosse sorprese, sviluppi assolutamente imprevedibili: la realtà si fa agghiacciante... questo romanzo, vincitore del Premio Urania, fonde mirabilmente suspense e nuove frontiere della tecnologia, ricordandoci l'amara lezione americana del cyberpunk".

Non vedo l'ora di trangugiare tutto quanto *_* ah, ora posso rivelarvelo: grazie al fatto che si trattava di libri usati da bancarella, per tutto questo ben di Dio ho speso poco più di 15 euro ;) yeeeeh!

sabato 5 marzo 2016

Binario con scambio: letteratura e denuncia sociale

Buongiorno a tutti.
Con questo primo post vorrei inaugurare una nuova sezione del blog dedicata al legame fra la letteratura e varie tematiche che ispirano gli scrittori da secoli: il tema della denuncia sociale è solo il primo che voglio trattare, ma ne seguiranno altri. Quello del disturbo mentale, ad esempio, sarà l'argomento del prossimo post.
Non voglio ingannarvi: questa è una rubrica che crescerà lentamente, dato il tempo necessario a scrivere questi mini-saggi, ma mi piacerebbe curarla il più possibile affinché possa accogliere non solo deliri scrittevoli miei, ma anche di chi avrà il desiderio di vedere pubblicato in questo spazio il proprio pensiero. Questo è un luogo aperto a tutti, perciò sentitevi liberi di propormi le vostre riflessioni sulle connessioni tra letteratura e un tema a scelta che vi emoziona: ne parleremo insieme e, alla fine, potrei pubblicare il vostro "binario con scambio" in questa rubrica, arricchendo la poliedricità delle voci narranti e dei punti di vista.

Un'ultima regola: io non sono una professionista, una giornalista, un'opinionista e qualunque altra -ista che vi possa venire in mente. No, nemmeno camionista (per quanto non mi risparmi nelle imprecazioni se trovo una Smart parcheggiata proprio dove pensavo di aver individuato un parcheggio libero). Né anestesista.
Sono solo una scrittrice esordiente con qualche vittoria personale alle spalle (la sezione Biografia professionale è sempre consultabile), una massiccia dose di libri somministrati in indovena dall'età di 3 anni e tanta, tanta passione.

Perciò, venendo a noi: letteratura e denuncia sociale, due temi intrecciati strettamente in ambito letterario. Se la denuncia sociale e l'attualità non avessero alcun peso per la "vera letteratura", non esisterebbe non solo Saviano, che è lo scrittore emblematico e più recente che viene subito in mente, ma nemmeno John Steinbeck, Charles Dickens, Honoré de Balzac, Emile Zola, Harper Lee, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Paolo Volponi, Ignazio Silone, Mark Twain, Maksim Gor'kij e una serie sterminata di altri.

Pensate che esiste addirittura un filone della narrativa dedicata proprio a questo argomento: il romanzo sociale, di cui gli scrittori succitati sono un fervido esempio. E non è nemmeno un genere recente. Il romanzo a sfondo sociale nasce a metà dell'Ottocento e, per definizione, porta in scena la vita dei ceti sociali più deboli, denunciando spesso soprusi, ingiustizie o abusi ai danni di queste persone. Questi miserabili sono vittime della società in cui vivono e, in quest'ottica, i comportamenti umani sono in gran parte riconducibili al contesto sociale, che viene descritto con brutale realismo da parte dell'autore.
Dal punto di vista strutturale, le caratteristiche principali di questo tipo di romanzo sono un intreccio ricco, in cui accadono molte azioni, carico di tensione, in cui i personaggi vengono descritti da un punto di vista in terza persona, mantenuto da un narratore generalmente esterno. Al contempo, però, i personaggi utilizzano un gergo schietto, talvolta volgare o ricco di espressioni popolari, riconducibile allo spietato verismo dell'ambientazione e alla prosa asciutta, senza fronzoli, come la triste e dolorosa vita dei ceti sociali più umili.

Mi torna in mente l'epopea della famiglia Joad attraverso la Route 66, la grande direttrice di fuga che John Steinbeck fece passare alla storia come Mother Road, Strada Madre; ho pianto con Rosasharn quando ha dato alla luce quel feto rachitico e senza vita, ho morsicato il legno delle assi del camion perché non aveva altro da mangiare e con cui far crescere quella piccola speranza nel suo ventre; e ho raccolto cotone, ora dopo ora, filare dopo filare, insieme a loro, sudando e ringraziando il cielo per quell'umile, massacrante lavoro che permetteva ai Joad di pagarsi appena il cibo per non morire di fame. Forse io ho vissuto troppo quelle storie, storie di un bambino che, dopo essere stato estratto a sorte dai suoi compagni di orfanotrofio, trova il coraggio di chiedere all'istitutore più zuppa per cena e per questo viene espulso dall'ospizio e venduto al primo offerente; luoghi "senza fantasia" come la Coketown di Dickens, un vero e proprio "trionfo di fatti" dove i mattoni delle case "sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero permesso".
Ho amato ciascuna di quelle storie e nelle ingiustizie che i loro protagonisti hanno vissuto mi sono identificata: il mio furore è cresciuto quando le banche, entità fredde e distanti in città indifferenti sulla lontana East Coast, mi hanno strappato via la terra dove sono nata, dove ho lavorato tutta la vita e dove, talvolta, io e la mia gente abbiamo sepolto i nostri morti. Il mio furore è cresciuto quando gli strozzini si sono presi tutto ciò che avevo per gettarmi in mano, in cambio, solo pochi dollari; quando i miei figli sono morti di fame con lo stomaco gonfio, abbandonati come animali su una tavola di legno nell'angolo di una sporca tenda in una sporca baraccopoli che il giorno dopo i missionari del governo e della polizia avrebbero dato alle fiamme. Sono fatta così: quando leggo qualcosa, la vivo... e non la dimentico.

Qualche altra nozione in pillole: il romanzo a sfondo sociale fu fondato dalle opere di Honoré de BalzacCharles Dickens, considerato oggi il padre di questo genere letterario. Egli unì due correnti dell'epoca: quella picaresca di Defoe e Fielding e quella più romantica e sentimentale di autori come Sterne, un vero e proprio creativo che scardinò gli stilemi del romanzo realistico borghese.
Praticamente tutte le opere di Dickens sono da ascrivere a questo filone narrativo: da "Le avventure di Oliver Twist" a "Grandi Speranze", passando per "David Copperfield" e "Tempi difficili".
Un altro libro emblematico è "Germinal" di Zola, un vero e proprio romanzo manifesto della letteratura a sfondo sociale, attraverso il quale l'autore scaglia un'invettiva contro le ingiustizie e i pericoli mortali ai danni dei minatori dell'epoca.
E che dire di "I miserabili" di Victor Hugo, o del capolavoro "Fontamara" di Ignazio Silone, pubblicato nel '33 mentre l'autore si trovava esiliato in Svizzera a causa delle sue idee antifasciste?

Denuncia sociale, quindi, ma anche politica e morale, tre tematiche in stretta connessione che riguardano ciascuno di noi.
Ne ha parlato di recente anche Francesca Barra in occasione dell'uscita del suo romanzo a sfondo sociale "Tutta la vita in un giorno" (RCS, 2014): "Dire che è in calo il romanzo sociale o la narrativa sociale sarebbe un po' come dire che non c'è più coscienza civile, quindi io non posso affermare una cosa del genere; perché in fondo anche il mio romanzo è un romanzo sociale; perché penso che Gomorra sia stato un grandissimo romanzo sociale e il suo esperimento è stato un esperimento vincente, perché non tutti abbiamo il talento di Saviano di raccontare le storie arrivando così alla pancia e allo stomaco delle persone. E' una responsabilità [...] e dovremmo sempre cercare di raccontare le storie, però cercando di risollevare e riaccendere la coscienza civile.
Non cadiamo nell'errore di dire che sono fuori moda, cerchiamo anzi di mantenere sempre vivo l'interesse sui romanzi sociali e cerchiamo anche noi scrittori di non far diminuire l'interesse verso queste storie. Lo possiamo fare in un modo: il romanzo sociale presuppone un grandissimo sforzo di stile onesto, lo scrittore dovrebbe sempre fare dieci passi indietro rispetto alle storie che racconta per cercare di non prevaricare su queste."

Sono sempre di più, peraltro, le case editrici che si specializzano o aprono una finestra alla pubblicazione e distribuzione dei romanzi sociali contemporanei: al momento me ne sovvengono principalmente due, la Spartaco e la Chiarelettere, entrambe celeberrime. La seconda, che fino al 2014 si occupava principalmente di saggistica, in quell'anno (in occasione, io penso, dell'uscita del primo romanzo della collana, "I buoni" di Luca Rastello) ha creato una collana di narrativa che sul loro sito descrivono pregevolmente in questo modo: "Nel 2014 è stata avviata la collana Narrazioni che pubblica libri di letteratura e verità in cui la fiction diventa un mezzo per raccontare quanto non riesce il giornalismo, e che ha suscitato enorme interesse e pure aspre polemiche."

Pensate che tutto questo sia materia per i giornalisti?
Che solo Marco Travaglio e compagnia bella abbiano il diritto di parlare dei soprusi ai danni delle classi più povere e di affondare le mani nella realtà lorda di sangue della povertà estrema e del terrore che queste famiglie provano, e provavano nei secoli addietro, nel tentare disperatamente di non morire di fame? I vecchi e nuovi poveri sono persone come me, come voi, oppure non hanno diritto di sognare una vita migliore, una "terra del latte e del miele" come la California degli Okies di Steinbeck? E se anche quella California fosse solo un altro inferno, non avrebbero comunque il diritto di sognarla? E se io camminassi fra loro, se fossi una cameriera di una delle innumerevoli tavole calde lungo la strada - una con un nome come Sally Mae, con i boccoli biondi e la parlata sbrigativa di chi ne ha viste tante e non vuole perdere tempo - non potrei scrivere di loro? Prenderli come protagonisti di un mio romanzo e descriverne la vita quotidiana, una vita fatta di privazioni e dolore per gli adulti, ma vista con una sorta di selvatica semplicità dai bambini del gruppo, proprio come Ruth e Winfield?

Io dico di sì. Dico che sarei una buona scrittrice se decidessi di denunciare qualcosa di terribile che avviene in un certo luogo del mondo, cercando di aiutare chi soffre ogni giorno portando alla luce la verità.
Certo, dalle intenzioni alle capacità ce ne passa, ma credo che queste tematiche siano di costante interesse per tutti, italiani e non, e il perché è l'universalità espressa dalle parole che il giovane Tom Joad (J. Steinbeck, "Furore") rivolge alla sua Ma' poco prima di dover fuggire, che traduco dalla versione reinterpretata da Bruce Springsteen nella splendida canzone "The ghost of Tom Joad":

Ma'
"Ma', ogni volta che ci sarà un poliziotto che picchia un ragazzo
Ogni volta che un neonato affamato piangerà
Ovunque ci saranno lotte contro il sangue e odio nell'aria
Cercami, Ma', io sarò lì.
Ogni volta che qualcuno lotterà per un posto dove vivere
O per un lavoro decente, o per una mano protesa per aiutarlo
Ogni volta che qualcuno sarà in difficoltà lottando per essere libero
Guarda nei loro occhi, Ma', e mi vedrai."


E tutto questo, io penso, non ha e non deve avere né nazionalità, né colore.

martedì 1 marzo 2016

Gocce d'inchiostro #12: progetti, bambini selvatici e il camminatore per eccellenza

Buonasera a tutti :3
Mentre i giorni di questa settimana per molti corrono via, a me sembrano "colare e allungarsi come caramello caldo", per dirla alla Stephen King: brutte notizie seguite da notizie peggiori, problemi sul lavoro, progetti che vanno storti.
Ma non demordo e, anzi, ho in programma alcune cosucce di cui vorrei parlarvi:

1. Un post su una tematica a me cara, ossia il legame che sussiste fra letteratura e denuncia sociale, da De Balzàc a Pasolini passando da Steinbeck, Lee e molti altri scrittori, come Dickens e Twain, che hanno dipinto la cruda realtà delle classi sociali più povere attraverso i loro personaggi più riusciti: sto parlando dei bambini poveri, talvolta selvatici, spesso vittime delle ingiustizie più crudeli, i quali, lottando con l'amara realtà della loro estrazione sociale, riempiono pagine immortali sia con le loro avventure, sia con la ferocia critica al sistema politico e sociale dell'epoca;
2. L'altro post di cui vi parlo da un po', che tratterà della connessione tra disturbi mentali e creatività artistica, argomento che mi affascina e sul quale sto studiando un bel po'. E che mi ha anche dato un'ottima idea per un romanzo su un certo personaggio di cui si è parlato molto poco in letteratura, ma che non vi rivelerò. Non ancora.
A parte tutto ciò, e a parte il fatto che in questo periodo ho pochissimi ritagli di tempo in cui riesco a buttare giù qualche appunto, vi segnalo che fra oggi e domani dovrei finalmente riuscire a terminare la lettura di "Wild" di Cheryl Strayed, molto bello e ben scritto ma che mi lascia con una fame di sangue da far paura. King, Koontz, Matheson e compagnia bella, mi mancate da morire. Presto sarò di nuovo da voi.
Ah, domani dovrei riuscire a passare a ritirare "Camminare" di Thoreau dalla Giunti *.* non vedo l'ora!