
Di nuovo qui. PC, caffè bollente, Aidan che fa le fusa sulla scrivania.
Questi sono stati giorni saturi di impegni e scadenze, giornate scandite da una martellante sequenza di sveglia, macchina, il tappo del serbatoio che sfiata, il vento freddo che mi schiaffeggia mentre cerco di non ridurmi a un ghiacciolo mentre reggo il tubo che gorgoglia; e poi il rombo dell'auto, il profumo di vaniglia del mio arbre magique, lavoro, cuffie, buongiorno, come posso aiutarla?, mi fornisca il suo numero cliente, pausa pranzo a orari improponibili, la fila davanti al fornetto microonde, ancora lavoro, spesa, impegni vari, il Club del libro, il corso di tedesco, ja, ich habe meine Übungen gemacht, il borbottio della pentola mentre si cuoce la cena e, finalmente, la soffice consolazione del divano.
Ho avuto parecchie idee per la testa: tanti post per il blog, idee, un mucchio di libri che vorrei. Ma sono riuscita ad avere il tempo materiale per buttarle giù? Nein.
Idem per il nuovo romanzo: non ho scritto nemmeno una riga nell'ultima settimana, ma (per quanto la cosa abbia ancora il potere di terrorizzarmi) ho deciso che, invece di vivere la cosa come una condanna a me stessa di negligenza e/o come una perversa riprova che non sono una vera scrittrice (sì, perché diversamente da ciò che credono alcuni, io sono piena di dubbi su me stessa), voglio iniziare a essere più obiettiva. Il perché mi è chiaro nella mente, ma sarà materia per un nuovo post.
Per ora, quella che vi propongo è poco più di una riflessione. L'argomento? Vi sembrerà strano, ma non riesco a definirlo in poche parole. Meglio che parta con la foto che ho fatto in un certo bar della città. Tutto vi sarà più chiaro.
Attenzione: se vi sta girando la testa, se vi sentite strani, come se lo stomaco vi si fosse rigirato proprio lì, sotto il cuore, è tutto normale. Siete semplicemente come me, spettatori esterni (ma, drammaticamente, anche interni) del progressivo svuotamento di forma e contenuti della società contemporanea. La buona notizia è che queste confezioni sono in limited edition. Quella cattiva è che ho parecchio da dire sull'argomento.
Prima di tutto, le informazioni tecniche: queste confezioni sono state create in collaborazione con un g-g-giovane youtuber, che non citerò. Non lo conosco personalmente, ho solo letto qualcosa sulla sua pagina FB e visto qualche video proprio per in occasione della stesura di questo post. Posso dire che sulla sua pagina ho letto che ha sempre sognato di fare il videomaker: gli auguro che la sua passione possa diventare sempre più forte e portarlo a realizzare tutti i suoi sogni. L'ho trovato simpatico e bravo a montare i video; per il resto, non so che altro dire. Anche io, come lui, mi sveglio, vado un po' in giro, faccio colazione, vado in vacanza (anche se meno di lui) e vivo la mia vita.
Tornando al dolciume della discordia, il tema per ideare queste confezioni in edizione limitata era individuare un break ideale, un qualcosa che si fa quando si mette il cervello in pausa e ci si gode un dolcetto sfizioso. Non so quali passatempi avreste indicato voi, ma a me vengono in mente leggere, scrivere, giocare alla playstation, fare una passeggiata, fotografare qualcosa di interessante, suonare uno strumento, imparare lingue nuove, fare la settimana enigmistica, cucinare... non lo so, qualcosa. Le possibilità sono quasi infinite.
Dico quasi, perché quelle proposte da questo ragazzo non mi sarebbero mai venute in mente. Ripeto, non lo conosco, gli auguro ogni bene e magari KitKat (contro la quale non ho nulla e che anzi ringrazio per i generi di conforto che produce) ha in qualche modo imposto a questo ragazzo di promuovere le proprie idee, ma ho qualche dubbio. Mentre ci penso su, vi lascio l'elenco dei passatempi proposti, oltre a quelli visti in foto:
Farti i film
Fare like a caso
Divorare serie TV
Fotografare il cibo
Spegnere il cervello
Photobombing
Chattare non stop
Pettinare le bambole
Hashtaggare tutto
Musica in cuffia
Dio. Fortuna che è una limited edition.
E boh, davvero. Forse sarò esagerata, ma trovo che, a parte un paio di eccezioni, la lista qui sopra rappresenti non solo uno svuotamento in termini di forma, ma anche di contenuto dei passatempi, delle emozioni e dei sogni umani. Ho detto sogni? Intendevo dire anche quotidianità, un vivere di tutti i giorni fra casa, lavoro, famiglia, fare benzina, preparare la cena, sonnecchiare sul divano.
Lo confesso: anch'io ho caricato qualche mia foto su Facebook. Anch'io ho un blog, proprio quello che state leggendo. Uso la tecnologia e navigo in rete proprio come i soggetti oggetto delle mie critiche: è vero, Vostro Onore. Mea culpa.
Ma trovo che ci sia una differenza fra chi mantiene un blog o una pagina con lo scopo di diffondere e condividere la cultura e chi, invece, lo fa per mettersi in vetrina. Possiamo chiamarle CATEGORIA A e CATEGORIA B.

Per come la vedo io, quelli della CATEGORIA A sono come le cellule del sangue: ciascuna ha una funzione separata da ogni altra, ma è indispensabile. Se non ci fossero globuli bianchi, rossi, piastrine, noi non potremmo sopravvivere.
Allo stesso modo, chi diffonde la cultura lo fa in un ambito ben preciso. Lo scrittore, il lettore, il cantautore, lo scultore, il pittore, la make up artist, l'artigiano, sono tutti individui che abitano su isolotti diversi di un unico arcipelago: c'è l'isolotto dove il pittore parla di pittura, quello in cui la ragazza che cuce borse in feltro esce tutti i giorni sulla spiaggia a cucire, e così via. Piano piano, nuovi abitanti confluiscono in ciascuno degli isolotti, perché interessati da quello che vi si spiega e produce. Se guardiamo dall'alto questo schema, vediamo un tessuto vivo e reattivo, tante persone che, seppur animate da interessi diversi, intessono tutte insieme la trama della cultura.
Il mio blog, ad esempio, parla di libri, film, riflessioni personali. Ci sono altri blog che parlano degli stessi argomenti, e tutti condividiamo notizie simili: quella della creazione del colosso letterario Mondazzoli, quell'altra della vincitrice del Premio Nobel 2015 per la letteratura... per non parlare della recente nascita della nuova casa editrice La nave di Teseo, fondata da Elisabetta Sgarbi, ex Bompiani. Ciò che varia sono le nostre opinioni, i nostri approcci, la profondità delle nostre conoscenze, ma la cultura, quella che desideriamo rendere accessibile a tutti, è la stessa.

Non è così per la CATEGORIA B. Quelli degli
hashtag, dei troll, dei Capitan Ovvio, dei
photobomber, dei
selfie, non sono cellule del sangue che lavorano in armonia per concorrere a creare un unico organismo virtuoso.
Quelli di questa categoria, in genere, non offrono conoscenze specifiche su un certo argomento, un pezzetto di cultura che andrà a stimolare e arricchire nuove menti; questi individui hanno solo loro stessi e su questo fondano il loro culto. Gli altri g-g-giovani accorrono per diventare proseliti di quella dottrina e, da quel momento, non dovranno far altro che stare a guardare. Fra loro e il loro dio si sviluppa da subito una sorta di contratto di somministrazione unilaterale di informazioni: informazioni, appunto, non contenuti, perché queste "piccole divinità del web" offrono più che altro video sulla propria giornata, su come fanno colazione, su quanti escrementi galleggiano nel loro water dopo la suddetta colazione e altre stuzzicanti amenità. Chi li guarda può amarli o odiarli, può ridere e anche commentare; ma è appunto solo questo che può fare: lasciare un commento, un "mi piace" o un "non mi piace" su quello che ha visto, e basta. Cosa può chiedere al piccolo dio? Di cosa possono discutere insieme, se tutto ciò che fa il piccolo dio è semplicemente esistere? Si veste, porta a spasso il cane, mangia un muffin, va a dormire.
Mi direte che sono noiosa, che non si può sempre propinare cultura agli altri. Può essere vero. Lungi da me voler minimizzare le conquiste tecnologiche che hanno contribuito a distruggere le barriere di timidezza di molte persone, persone che hanno deciso di mettersi in discussione anche attraverso canali come quelli citati prima. Non tutti si filmano mentre fanno colazione solo per essere un manichino in vetrina; c'è chi, fra una tazza di caffellatte e un biscotto, chiacchiera di argomenti interessanti con i propri ascoltatori, o semplicemente parla di sé, della propria vita, delle difficoltà che deve affrontare giorno dopo giorno, ritrovando in questo flusso di parole un coraggio che non credevano di possedere, alla ricerca di un surrogato di abbraccio umano che può arrivare solo attraverso una spolliciata in su. Io stessa, prima di questo blog, gestivo una pagina dedicata al make up e, nonostante il mio intento fosse quello di condividere le mie conoscenze sull'argomento, che approfondivo giornalmente, e nonostante io abbia conosciuto persone fantastiche, mi sono anche ritrovata a parlare con i miei lettori dei miei fatti personali: cose che avrei, probabilmente, dovuto tenere per me. Ci sono battaglie che vanno condotte nella propria intimità, in privato, e questo non è un atto di timidezza, bensì di rispetto verso se stessi.

Quello che voglio dire è che non tutto deve finire sul web. Non tutto deve essere filmato, hashtaggato, mipiacciato, twittato. Non tutto è adatto a un
selfie e non tutti i
selfie devono essere photobombati. Quelle barriere di timidezza che il web ha contribuito a far crollare non sono le uniche a giacere in macerie al di là dello schermo: qua e là vedo mattoni di Riservatezza misti a Decoro, e laggiù, proprio accanto a quel mucchietto triste di Moralità, rotolano fascine spezzate di Dignità.
Perché le barriere, qualche volta, sono confini. E i confini sono lì anche per il nostro bene, per ricordarci cosa deve essere pubblico e cosa privato, cosa può finire in rete e cosa dovremmo, invece, coltivare nel nostro piccolo orto. Mi beccherò della moralista? Della vegliarda ultraottantenne? Pazienza. Questo è un blog della CATEGORIA A e voi siete liberi non solo di commentare, ma anche di intrattenere con me una accesa discussione culturale su questo argomento. Dopo potreste decidere di cambiare idea, o la cambierò io; oppure resteremo entrambi della nostra opinione, e anche questo va bene, perché ci saremo confrontati civilmente. La nostra conversazione rimarrà scolpita nei nostri ricordi... così come quelle confezioni di Kitkat sulle scansie dei supermercati di tutta Italia.
Stare sereno.
Trollare la gente.
Hashtaggare tutto.

Possibile che questo sia il lessico non solo del mondo giovanile di oggi, ma anche quello socialmente accettato, incoraggiato e addirittura usato dal Presidente del Consiglio di un grande Stato occidentale? Possibile che continui a diffondersi con tanta morbosa velocità, che si guardi a esso con simpatia e gigioneria, invece che con sospetto? Fino a pochi anni fa si parlava solo delle "
k" e dei "
xké" negli sms sui telefonini, al limite ogni tanto si assisteva impotenti al funerale di qualche congiuntivo; cos'è successo negli ultimi anni per assistere a una massificazione così globale del pensiero e del parlare comune?
Gli altri mass media lo hanno fatto prima dell'avvento dei social media, ma oggi sono questi ultimi a insegnarci non solo cosa è fico e cosa non lo è, cosa dovremmo fare per non sentirci diversi ed esclusi, cosa piace agli altri e cosa non gli piace, ma anche che quello che piace agli altri è più importante di ciò che piace a noi, che da un loro "mi piace" può dipendere la nostra popolarità e impopolarità. Figli di una società che spesso non sa né vuole valorizzare le identità e i talenti dei singoli individui, e nemmeno è interessata a coltivare in loro la passione per la cultura e il pensiero autonomo e critico, ci sono i piccoli dei, così disperatamente dipendenti dall'opinione altrui o da una promessa di popolarità a poco prezzo da mettere in vetrina, come un film infinito alla The Truman show, uno show su un palcoscenico sul quale la cinepresa non deve mai spegnersi. Io ci vedo un bisogno spaventoso di contatto, di approvazione altrui, oltre a un'eccessiva disponibilità ad adattare la propria identità a quello che gli altri ci dicono di fare, di pubblicare, di condividere. Ed è un appiattimento triste e pericoloso, perché getta la nostra tenera interiorità nelle mani di burattinai che, con il ritmo dei loro "like" o "dislike", possono farci ballare come vogliono.
Io non sono un'esperta, non ho studiato scienze della comunicazione e non sono una blogger navigata. Probabilmente avrò fatto un po' di confusione con alcuni concetti, ma sono i miei concetti e tutto ciò che volevo era metterli nero su bianco. O su rosa salmone, nel caso di questo blog, il che aggiunge una nota deliziosamente casereccia al tutto.
Sono consapevole che queste idee non sono quelle di maggioranza e che, forse, scateneranno un mezzo putiferio. Pazienza. Come scrisse Stephen King, "sono un niente nelle retrovie della civiltà", ma penso ancora che sia importante sapere a quale vergognosa vicenda politica si fa riferimento usando l'espressione "stare sereno". E no, non mi sento serena al pensiero che là fuori, oltre il vetro del mio PC, nel mondo virtuale della rete, un mostro cybernetico senza volto sta agitando i suoi tentacoli iniettando online i link che noi cuccioli umani condivideremo domani senza nemmeno aprirli pensando di aver esercitato un diritto, di esserci informati con coscienza e libertà.
Era il 1984 quando le sale cinematografiche di tutto il mondo si riempivano di eccitati spettatori di un nuovo film di James Cameron. 31 anni fa quegli spettatori hanno tremato e si sono interrogati sul potere del World Wide Web e della tecnologia, mentre un robot indistruttibile rincorreva una donna per ucciderla e Skynet prendeva autocoscienza, distruggendo l'umanità.
Naturalmente, il film era Terminator.

Oggi, Skynet, o Internet, non ha raggiunto l'autocoscienza. E forse Cameron esagerava pensando a un mondo postapocalittico popolato di robot micidiali che flagellavano i pochi esseri umani rimasti, agendo con la brutale metodicità di un'unica mente condivisa - la World Wide Mind, se così vogliamo definirla.
Tutto questo è lontano anni luce dalle foto alle lasagne della mamma, dagli hashtag e dalle barrette di Kitkat. Il mondo non finirà per un like in più e nemmeno per uno youtuber che si riprende mentre fa gli scherzi telefonici a dei poveri cristi che non sanno che pesci pigliare.
Non prevedo esplosioni, né robot o bombe atomiche. Il mostro cybernetico è intelligente e non cerca spettacolarità, solo nuovi adepti attraverso i quali riprodursi. Il mondo non finirà. Si limiterà a cambiare, sostituendo veleno al latte nel nostro biberon. Saremo noi a cambiare, trasformandoci in robot che non hanno bisogno di prese per la corrente per sopravvivere, ma di un "mi piace" in più. Solo uno. Ancora uno.
Uno al giorno.
All'ora.
Like-Li-Like-Li-Like.
Il nuovo ritmo del nostro cuore.
“Tra il desiderio e lo spasimo, fra la potenzialità e l’esistenza, fra l’essenza e la discesa, cade l’ombra. Questo è il modo in cui il mondo finisce.”
T.S. Eliot