Ok, vi ricordate il
risultato disastroso di quando sono entrata in libreria l'ultima volta? Disastroso per il mio portafoglio, eh, mica per me. Ebbene, questa volta ho fatto anche di peggio, come potete ammirare nella foto sottostante, ma c'è un barbatrucco: non ho comprato queste meraviglie in una botta sola, perché leggere mi piace, certo, ma anche mangiare. No, questi gioiellini li ho accumulati in mesi di
binge letterar compulsion episodi depress ponderati acquisti. E li amo. Dio, quanto li amo.
Belli, eh? Eh? Eh?
Dio santo, devo trovarmi un fidanzato.
Comunque, vi lascio qualche riga sulle varie trame, perché secondo me meritano. In particolare "Un uomo da marciapiede" di Herlihy, ma andiamo con ordine.
1) "L'ultima stagione" di Don Robertson (Nutrimenti)

Ci sono due cose che rimangono impresse nell'anima, quando toccate questo libro: la prima è la consistenza porosa della copertina (ah, Nutrimenti, quanto amo questa Casa Editrice), come se per le mani avessimo un manoscritto antico, caldo, polveroso, rinvenuto nella soffitta dei nonni; e poi, naturalmente, c'è la frase riportata sul retro:
"Il mondo reale può anche sfuggirci, ma il nostro mondo no."
Il nostro mondo. Non è strano? Anche io parlo spesso del mio mondo, quella particolare versione personale in cui apro le persiane, un bel mattino, e d'un tratto mi accorgo che era tutto un errore, solo un brutto sogno, perché il mio vero corpo era un altro, e la mia vera casa era sulla strada, e la strada conduce sempre verso ovest.
Proprio di questo parla "L'ultima stagione", la storia del "viaggio on the road di una coppia di anziani nel cuore dell'America, alla ricerca del significato di un'intera esistenza. La storia di un amore che ha attraversato i decenni, una straordinaria celebrazione del senso della vita". Inutile dire che mi ha subito colpita, anche perché Don Robertson è uno degli Autori più amati da Stephen King.
2) "Un uomo da marciapiede" di James Leo Herlihy (Beat)

Tutti conosciamo il film. Tutti abbiamo ben presente il volto di Dustin Hoffman, stanco, solitario,
Percorso creativo. Un viaggio chiamato scrittura" di Laura Scaramozzino. E per fortuna che l'ho letto, perché questo romanzo si presenta, sulla carta, come il potenziale mio nuovo libro preferito. Sì, è del filone del romanzo americano. Sì, sono fissata. Fatevene una ragione. Vi voglio bene.
mentre fuma una sigaretta nella grigia e crudele New York. O meglio, forse lo conoscete voi, perché io questo film non lo avevo mai sentito nominare, prima di leggere un gran bel manuale di scrittura creativa, "
"Il giovane texano Joe Buck, stanco della sua noiosa e insoddisfacente vita e del suo lavoro di lavapiatti in una tavola calda, decide di partire per New York. Nella Grande Mela, Joe, nelle vesti d'un cowboy da rodeo, spera di guadagnarsi da vivere facendo il gigolò in quanto, per sua stessa ammissione, l'unica cosa che gli riesce bene è fare l'amore. I primi tempi a New York si rivelano, fallimentari, crudeli, spietati. Solo l'incontro con il ladruncolo Rico, un italo-americano zoppo, figlio d'un lustrascarpe, che tira avanti riuscendo a malapena a non morire di fame e della malattia che lo sta consumando, permetterà a Joe di capire se stesso e riscoprire il valore dell'amicizia, di cercare di salvare l'altro nonostante la propria miseria."
Ho già detto che questo ha le potenzialità per diventare il mio nuovo libro preferito?
3) "L'ultimo serpente" di A. B. Guthrie (Mattioli 1885)

So che non è il suo romanzo più celebre - o meglio, il libro, dato che questa è una raccolta di racconti; ma mi hanno colpita, vuoi per lo stile, vuoi per l'ambientazione (qualcuno ha detto America?).
Sul retro della copertina leggiamo questo estratto:
"Non sono mai stata nell'ovest, prima", disse. "E'..." Fece un ampio gesto rassegnato mentre con la mano si sforzava inutilmente di trovare la parola giusta. "E' tutto così?" A est le colline nude, scure come la pelle di una pantera, risalivano fino a trasformarsi in lunghi altipiani che si perdevano a vista d'occhio. A ovest la catena principale delle Montagne Rocciose si stagliava in lontananza, blu e viola, e con le sue pietre e i pini sempreverdi."
Dai, non si può non comprare un libro scritto così. E poi, parla dell'Ovest, e di tutto ciò che riguarda la "condizione umana, il rapporto dell'uomo con la natura, la violenza e l'amore per il mondo, il senso dell'avventura e del tempo che passa e divora le forze degli uomini, il viaggio e la libertà." Tredici piccoli classici della letteratura americana mai tradotti prima, proprio come piace a me.
4) "Mi chiamo Lucy Barton" di Elizabeth Strout (Einaudi)
"In una stanza d'ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l'assordante rumore del non detto. In quella stanza d'ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa più antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi."

D'accordo, questo non è proprio il mio genere. A costo di venire linciata pubblicamente, qui lo dico e non lo nego: è molto raro che mi piaccia un libro scritto da una donna, o che abbia protagoniste femminili, per tutta una serie di motivi che non mi sento di dover spiegare in questa sede. Il fatto è, attenendoci all'aspetto letterario, che la stragrande maggioranza di Autrici ha il vizio di scrivere con uno stile femminile, che non coincide con il parlare d'amore, matrimoni o frivolezze, bensì proprio con una metrica in genere lenta, ponderata, con ritmi cantilenanti e frasi infarcite di dubbi, immagini, riflessioni. Sì, sono una donna anch'io, lo so, grazie per avermelo ricordato. Ma anche Suzanne Collins la è, eppure il suo stile di scrittura è secco, scattante, crudo, sanguinolento, urticante. Come il suo personaggio - donna, sì, ma donna aspra, amara, disposta a scuoiare vivo un animale se questo può dare da mangiare alla sua sorellina. Una donna d'azione.
C'è da dire che anche alcuni uomini hanno uno stile di scrittura femminile (proprio come la Collins ne ha uno maschile), quindi il genere dell'Autore non è detto che si rifletta su quello che traspare dallo stile, ma spesso capita che sia così.
E comunque, gusti a parte, ho deciso lo stesso di dare una possibilità alla Strout. Perché il suo modo di scrivere, per quanto trapunto di quella - scusatemi la franchezza - noiosità tipica dello stile femminile, contiene anche pennellate vivide e oggetti che restano impressi. E anche perché ne hanno parlato bene troppi lettori perché questo libro non contenga, almeno in parte, qualcosa che streghi anche me.
5) "Il messaggero" e "Il figlio" di Lois Lowry (Giunti)
Questi sono gli ultimi due capitoli della saga dedicata a "The giver", celeberrima serie distopica dalla quale è stato tratto - perlomeno, dal primo libro - l'omonimo film. Film che, nei primi dieci minuti, mi stava facendo montare il criste, come dicono a Torino, perché sembrava un minestrone di "Divergent" misto a "Ember - la città di luce". Poi, però, ha cambiato rotta e devo dire che, specialmente verso la fine, è stato davvero capace di emozionarmi. E non è facile riuscirci, ma la Lowry (sì, è una donna, e sì, ricordo perfettamente ciò che ho scritto poche righe fa) applica il suo essere donna non allo stile di scrittura, che resta molto fluido e scorrevole, bensì per rovesciare i classici canoni della donna puericultrice e dell'uomo rigido capo della famiglia.

Jonas, il protagonista di questi libri, ha un lato materno molto sviluppato, che lo porta a rischiare la propria vita pur di salvare un neonato innocente, Gabriel, e abbandonare il mondo che conosceva fin dall'infanzia. A proposito, due righe su "The giver": "Jonas ha dodici anni e vive in un mondo perfetto. Nella sua Comunità non esistono più guerre, differenze sociali o sofferenze. Tutto quello che può causare dolore o disturbo è stato abolito, compresi gli impulsi sessuali, le stagioni e i colori. Le regole da rispettare sono ferree ma tutti i membri della Comunità si adeguano al modello di controllo governativo che non lascia spazio a scelte o profondità emotive, ma neppure a incertezze o rischi. Ogni unità familiare è formata da un uomo e una donna a cui vengono assegnati un figlio maschio e una femmina. Ogni membro della Comunità svolge la professione che gli viene affidata dal Consiglio degli Anziani nella Cerimonia annuale di dicembre. E per Jonas quel momento sta arrivando...".
6) "L'ultimo spettacolo" di Larry McMurtry (Mattioli 1885)
Ok, questo Autore non lo avevo mai sentito nominare prima di scovarlo su uno scaffale piuttosto nascosto della libreria, ma una volta letta qualche riga non ho potuto fare a meno di stringere forte questo libro e portarlo al sicuro con me.
Vi riporto un estratto:
"A volte Sonny si sentiva l'unico essere umano in città. Non era una bella sensazione e in genere gli capitava al mattino presto, quando le strade erano completamente deserte, proprio come quel sabato di tardo novembre. La sera prima, Sonny aveva disputato l'ultima partita del campionato di football con la squadra della scuola superiore di Thalia, ma non era quello a farlo sentire così strano e solo. Era l'aspetto della città."

Ebbene, forse alcuni di voi ricorderanno questo romanzo dall'omonimo film di Peter Bogdanovich con i giovanissimi Jeff Bridges, Cybill Shepherd e Timothy Bottoms. La storia è ambientata in America (strano, nevvero?) e precisamente in Texas, negli anni '50: in una piccola città di provincia, tre adolescenti muovono i primi passi nel mondo adulto. Non che abbiano molto spazio in cui sgambare: gli echi del mondo arrivano attraverso la radio e il cinema è l'unico divertimento. E ciò è particolarmente pericoloso, perché, fra tre giovani allo sbando, il confine tra noi e dramma è pericolosamente labile.
Beh, che dire? Non vedo l'ora di iniziarlo, anche se credo che darò la precedenza ad altri.
7) "Nessuno scompare davvero" di Catherine Lacey (BigSur)
Altra scrittrice femminile, altro consiglio da parte di un'amica, altro rischio. Su questo romanzo posso dirvi due cose: la prima, che la copertina è veramente magnifica. E' come se fosse la pagina di un fumetto, in cui una donna, sdraiata sull'acqua, si immerge sempre di più fino a quando, al terzo fotogramma, non è completamente sommersa. Tentativo di suicidio? Simpatica burla?
Andiamo a scoprirlo.

"Elyria, ventotto anni, ha un lavoro stabile e un marito a New York: ma un giorno, senza dare spiegazioni, molla tutto e parte con un volo di sola andata per la Nuova Zelanda. Passerà mesi a vagare in autostop fra le campagne di quel paese sconosciuto, incrociando le vite di altre persone e tentando di dare un po' di pace alla sua. Scopriamo che Elyria ha un passato difficile (una madre alcolizzata, una sorella adottiva suicida, allieva del professore che è poi diventato suo marito), ma la fuga non è causata da crimini o violenze: nasce da un malessere esistenziale tanto profondo quanto difficile da definire; e il romanzo è, di fatto, un viaggio nella mente della narratrice, capace di osservazioni acutissime sul mondo, ma anche preda di improvvisi squilibri; dentro di lei, dice, si muove un bufalo riottoso che non riesce a placare."
Ora capite perché mi ha incuriosita? Il tema è uno di quelli a me più cari: la fuga, il viaggio verso l'ignoto, la riscoperta di sé, l'incisione di una ferita purulenta che, se non fossimo partiti, ci avrebbe infettati completamente, portandoci alla morte. E' uno dei temi che affronto anche nel romanzo che sto tentando di scrivere, un grandissimo bastardo che mi sta dando un mucchio di problemi e per il quale ho già buttato via qualcosa come 800 pagine. A oggi, dopo mesi, sono inchiodata come non mai, a fissare il muro e chiedermi se ne sono davvero capace. Dove sia finito l'estro del primo libro, o del secondo. Dove sia finita io.
Beh, sfogo a parte - scusate, ma ci sto dannatamente male -, il romanzo della Lacey mi incuriosisce non poco. Anche qui, lo stile di scrittura mi sembra godibile. Vi riporto un estratto:
"Il rumore sconosciuto non era altro che il fruscio delle pecore nell'erba, ma quelle scapparono via, e io non potevo certo biasimarle perché anch'io sarei fuggita se fossi stata una pecora invece che me stessa, e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre."
Bene, fantastico. Solo trascrivendo questa frase mi è uscita la lacrimuccia. Mi sa che questo romanzo lo leggerò prima di tutti gli altri.
Ordunque!
Che ne pensate di questa carrellata? Conoscete qualcuno di questi romanzi? Volete uccidermi per ciò che ho detto sulle scrittrici femminili? Sono qui a disposizione. Si accettano mutilazioni.
Anche perché - zan zan ZAAAN - ho ancora una cosa da dirvi. E, cioè, che io e la mia collega saremo un pochino meno attive, nei prossimi giorni, per via di qualche giorno di ferie che abbiamo deciso di prenderci. Quindi, potrete continuare a seguirci sia qui che sulla
pagina Facebook, noi ci siamo, solo che saremo un tantino più lente nel rispondere. Abbiamo bisogno di recuperare le forze, le idee e le energie non solo per il blog, ma anche per i nostri libri, al momento entrambi in marcia d'arresto, e per i corsi di scrittura creativa che stiamo imbastendo. A proposito, se qualcuno di voi è di La Spezia o territori limitrofi e desidera partecipare,
qui potete trovare qualche info e recensione sul corso dell'anno scorso, oltre a novità che piano piano riportiamo sui corsi (base e avanzato) che abbiamo in programma per questo autunno/inverno.
Buone ferie a tutti! :)
- Alice