mercoledì 28 ottobre 2015

Viaggiatori e turisti, due mondi diversi


Sì. Ci sono ancora.
Sto continuando a leggere "Psycho" di Robert Bloch ed è sempre più bello, non riesco a smettere O.O ci sono alcune differenze rispetto al film, ma nulla che impedisca di apprezzare entrambi.

Nel frattempo, continuo ad andare avanti con "Guida alla Route 66" di Roberto Baggiani, uno dei più bei libri che io abbia mai letto pur non trattandosi di un romanzo. E' una via di mezzo fra un libro di aneddoti, un saggio (scritto con grande leggerezza) storico e una guida, ma non per turisti: è una guida per viaggiatori.
Siete d'accordo con me quando dico che un conto è essere un turista, uno un viaggiatore?
Il turista cerca di vedere tutti i posti "giusti", il viaggiatore vaga alla ricerca dell'insegna che cade a pezzi, della finestra sporca oltre la quale s'intravedono ancora i vecchi mobili della stanza di un motel caduto in rovina. Il turista controlla le recensioni su Tripadvisor per scegliere i ristoranti più alla moda (e qui qualche volta ho peccato anch'io, lo ammetto, vostro onore); il viaggiatore bighellona per la Main Street e sceglie un fast food storico, uno di quelli con l'insegna ancora dipinta a mano, dove una famiglia si tramanda da generazioni la segretissima ricetta della salsa per condire le costine di maiale.



Il turista dorme negli alberghi. Il viaggiatore, sotto le stelle. Il turista compra souvenir. Il viaggiatore porta via dai luoghi che visita solo l'aria, la terra, l'acqua e il profilo imponente di una montagna.

Per il turista, una svolta sbagliata è una scocciatura. Per il viaggiatore è un'opportunità.
La curiosità è la qualità principale del viaggiatore. Quella e una pura, onesta sete che nessun motel, nessuna insegna, nessuna montagna riesce mai a saziare del tutto.

giovedì 22 ottobre 2015

Leggendo, sognando, raccontando... "Get your kicks on Route 66!"

Buongiorno!

Sto continuando la lettura di "Psycho" di Robert Bloch, davvero molto bello. A ogni pagina trovo indizi sulla verità finale che già conosco per aver visto il film, pressoché impossibili da individuare per un occhio ignaro... geniale. Davvero geniale.


Nel frattempo sto portando avanti la lettura di "Guida alla Route 66" di Roberto Baggiani, senza alcun dubbio la miglior guida esistente sulla mitica Strada Madre di Steinbeck. Libro impossibile da trovare (è uscito dal catalogo qualcosa come 15 anni fa), ma un'amica è stata così gentile da prestarmelo e io me ne sono fatta delle fotocopie, così ora me lo sto gustando in santa pace senza temere:


A) bevande calde in tazze pericolanti
B) oggetti contundenti nella mia borsa
C) bottigliette d'acqua che potrebbero perdere (sempre nella mia borsa)
D) meteoriti
E) combustione spontanea

E si diceva: the Mother Road. Da Chicago a Los Angeles, 2448 miglia di pura, fresca, elettrizzante adrenalina attraverso i luoghi e le cittadine, le moms-'n'-pops e i fast food, le pompe di benzina, i villaggi di minatori che hanno rappresentato, segnato e scritto col sudore la storia dell'America. Quella vera, dai campi biondi di grano dell'Illinois alle lande sterminate e piatte del Missouri, impastate di nebbia fin dal mattino; dal radioso Kansas all'Oklahoma, terra di fattorie che discendono dai mezzadri che discendono dai conquistatori che strapparono queste terre agli indiani; e poi il Texas, grandioso e bruciante sotto un sole spietato; il New Mexico, con le trecce di peperoncini rossi e verdi a ogni porta; l'Arizona, l'ultimo desertico baluardo della disperazione prima delle montagne e della magnifica, rugiadosa vista della California dall'alto, con i suoi campi, i suoi frutteti, la sua civiltà. Una terra di latte e miele per tutti coloro che fuggono verso Ovest.

Potrei scrivere quintali di pagine sull'argomento, su come la vecchia Route sia stata dismessa da quarant'anni per far posto alle nuove Interstatali, delle cittadine che grazie a lei avevano conosciuto il turismo e la felicità e che dopo di lei si sono ritrovate popolate di fantasmi e miseria, solo per far guadagnare dieci minuti ai guidatori; ma terrò il resto per me, per il secondo romanzo che sto scrivendo. Non assomiglia a "Furore" di Steinbeck e nemmeno a "Sulla strada" di Kerouac; piuttosto, direi che somigli a "Ancora senza titolo" di Alice Bassi. Vi piacerà, vedrete. Se riuscirò a rendere i personaggi e gli elementi della storia come li ho in mente, vi piscerete nei pantaloni prima di riuscire ad ammettere che dovete andare al bagno, ma al diavolo, dovete leggere solo un'altra pagina, un'altra paginetta e poi ci andrete, sicuro.

E questo libro di Baggiani è magnifico, sul serio. Non solo contiene cartine e indicazioni precise su come percorrere la strada - almeno, su come percorrerla fino a qualche anno fa -, ma potrete anche gustarvi una robusta manciata di decine di pagine su tutto ciò che ha reso la Route un mito, poi una leggenda e infine un sogno a occhi aperti.

Non mi resta che una cosa da dire: Get your kicks on Route 66! ;)

mercoledì 21 ottobre 2015

Leggendo "Psycho" di Robert Bloch


Buondì! :3
Scusate per i giorni di assenza, torno in carreggiata parlandovi del libro che ho iniziato ieri sera: "Psycho" di Robert Bloch. Sì, è "quel" Psycho. Sì, è quel Norman Bates.


E mi piace da morire.

Non solo Bloch scrive divinamente; la cosa più interessante sta nella doppia chiave di lettura del libro, pre e post visione del film ormai celeberrimo per la magistrale regia di Alfred Hitchcock.

La copertina di "Psycho"
Se l'avete visto, sapete come va a finire. Conoscete la verità - che qui non riporterò per evitare spoiler - e tutti i risvolti psicologici che essa comporta. E, se la conoscete, vi è piaciuta da matti. Quindi, leggere il libro post visione del film significa andare a caccia di quegli indizi che, fin dall'inizio, vi avrebbero potuto mettere sulla giusta carreggiata.
E ci sono, ma sottili e quasi impossibili da individuare per un occhio che non conosce la realtà dei fatti. Qui sta la grandezza di Bloch, autore del quale, purtroppo, esistono ben pochi libri tradotti in italiano. La maggior parte sono in francese o inglese, ma date un'occhiata anche all'ebook "Dio senza volto": si tratta di un racconto dalle tinte lovecraftiane veramente, ma veramente figo.

E se il film non l'avete mai visto?

Beh, allora questo libro vi si schiuderà davanti agli occhi come un fiore. Un fiore nero e maledetto, coi petali pesanti e schiacciati dal sangue, ma pur sempre un fiore. Leggetelo e bruciate di curiosità pagina dopo pagina, fino all'epico, inaspettato finale. E, naturalmente, non perdetevi il film: è uno dei rari casi in cui cinema, regia e libro sono andati pressoché di pari passo in termini di qualità.

Sapevatelo e leggevatelo! XD

venerdì 16 ottobre 2015

Acquisti librosi!

Ah, gli acquisti librosi! Il momento più bello del mese!
Chi non li ama? Dopo aver risparmiato per qualche giorno/mese/secolo, ecco che finalmente potete permettervi un bell'ordine in libreria o su Amazon o dal pianeta dei librai felici. E allora spendete. E spendete. E a ogni spesa vi sentite più felici, mentre le vostre braccia si appesantiscono di libri e la pila di tomi sale fino a superarvi in altezza.
Magnificenza! Meraviglia! Giuoia et tripudio!

Per me è davvero questo il momento più bello del mese, quello in cui lo stipendio è abbastanza fresco e il senso di colpa abbastanza lontano da potermi permettere qualche piccola follia di carta. Passo le settimane cliccando allegramente qua e là su Amazon, sfogliando Il Libraio, confrontando prezzi e recensioni finché, alla fine, annoto sulla fedele Moleskine il nuovo titolo che si è guadagnato un posto nella mia lista della spesa. Molto spesso questa lista non si esaurisce mai, così alla fine dell'anno mi ritrovo con papiri in stile Babbo Natale che sventolo a destra e a manca supplicando il mondo di farmi un regalo, insomma, è quasi Natale e siamo tutti più buoni, che diavolo.
Ma qualche sfizio riesco comunque a togliermelo, motivo per cui vado a rivelarvi quali sono i nuovi bambini che ho deciso di adottare questo mese *_*



Black Beauty di Anna Sewell.
In realtà, questo è l'ultimo dei bimbi che ho deciso di adottare. Mi è capitato di incappare nella sua esistenza quasi per caso, leggendo su Facebook una lista dei 25 libri più venduti di tutti i tempi. In genere non mi piacciono queste liste, specialmente quando i lettori con la "l" minuscola (vi rimando al questo post per la differenza tra loro e i veri Lettori: Club dei lettori: sì o no?) le usano per poter strombazzare al mondo che loro hanno letto tutti i classici, i libri giusti, oh sì, quelli che tutti dovrebbero leggere. Stavolta, però, ho deciso di dare un'opportunità alla lista suddetta e devo dire che mi è piaciuto scoprire che molti dei libri più venduti di tutti i tempi io non li avevo mai sentiti. Black Beauty è uno di questi: unico libro della Sewell, racconta la vita dell'omonimo "Black Beauty, uno splendido cavallo nero con una stella bianca sulla fronte, racconta la sua storia: da giovane puledro nell'idilliaca campagna inglese a stanco e vecchio animale da tiro nella fumosa Londra ottocentesca. Dopo i primi anni in compagnia di Ginger, la puledra ribelle, e Merrylegs, il giovane pony, il suo destino gli farà conoscere molti padroni e la sua vita cambierà radicalmente...".
Ho iniziato a leggerne qualche pagina e devo dire che mi è molto piaciuto: semplice, lineare, ma ricco di sensibilità. Perfetto per i bambini e per insegnare loro i valori reali della vita, animale o umana che sia, ma personalmente lo trovo adatto a qualunque età e persona - tranne che per i lettori con la "l" minuscola, chiaramente.


Mary Poppins di P. L. Travers: in realtà era dall'uscita del film Saving Mr. Banks che m'incuriosiva, ma per qualche motivo non l'avevo mai calcolato. Forse perché avevo letto che, in realtà, nel testo originale non c'erano riferimenti a tutta questa importanza della figura paterna, Mr. Banks, appunto, e perciò l'idea mi aveva sfiorata senza mai attecchire dentro di me. Poi mi è capitato di leggerne qualche pagina su Kindle e, a quel punto, me ne sono innamorata. Tutti conosciamo la storia: "Non c'è bambino che, vedendo il film di Walt Disney del 1964, non abbia desiderato conoscere Mary Poppins, salire le scale scivolando sul corrimano, come lei; aprire un ombrellino e prendere il volo; pescare dalla sua grande borsa che contiene di tutto, persino una poltroncina. Mary Poppins compare un giorno portata dal vento in Viale dei Ciliegi 17, davanti alla casa più piccola della strada, e cambierà per sempre la vita dei bambini Banks."
Non vedo l'ora di iniziarlo *_*



Questi tre acquisti in realtà sono indissolubilmente legati alla stesura del mio secondo romanzo, per il quale mi sto preparando in molti campi diversi, uno dei quali è la psicanalisi. Dopo aver visto tutti e tre i film del maestro Alfred Hitchcock non ho potuto fare a meno di innamorarmene, specialmente di Psycho e di Io ti salverò: i protagonisti di tutti e tre i drammi sono persone che hanno subito traumi molto profondi nella loro infanzia e che, per questo, sono diventati adulti disturbati e con lacune talvolta gravi nella loro memoria o con scarsa coerenza nelle loro personalità, oltre che nelle loro azioni quotidiane.

Norman Bates è il lugubre tenutario del celebre Motel Bates, un individuo dissociato con due personalità alternative che lottano per la supremazia sulla sua mente - la sua e quella della madre defunta; Marnie è una ragazza lavoratrice, di bell'aspetto, ma con una inclinazione al furto che mal si concilia con la sua personalità e che sembra non avere alcun legame con lei. E come non citare il protagonista di Io ti salverò, colpito da amnesia e vittima di gravissime perdite di coscienza e malessere non appena vede una particolare trama - delle righe nere su sfondo bianco - su una tovaglia, nelle mattonelle e così via?


Tre casi sui quali Hitchcock ci ha fatti ragionare tramite il suo approccio esatto e intrigante alla psicanalisi. Tre casi sui quali il mondo, ancora oggi, continua a porsi quesiti, solleticando fantasie ed emozioni.
E' questi che cercherò di fare io leggendo i libri i cui diritti il maestro ha acquistato per produrre gli omonimi film e, credetemi, non vedo l'ora di grattarmi questo prurito di curiosità.



giovedì 15 ottobre 2015

Club dei lettori: sì o no?

Bonsoir!
L'altra sera mi sono lanciata in un nuovo progetto: il Club dei lettori del mio paese, che non avevo mai frequentato prima.
Come? Perché non l'avevo mai frequentato?

Motivi plurimi. Punto primo, non mi piace essere costretta a leggere qualcosa, specialmente se non è il genere di libro che m'interessa. Non per capriccio, ma troppo spesso mi sono accorta che, se sono impantanata nella lettura di un libro poco stimolante, anche ciò che scrivo è una ciofeca, quindi devo stare attenta a non indulgere in certi appetiti.
Secondo motivo: i lettori. Strano, no? Ma lasciate che vi spieghi: la mia allergia non è a tutti i lettori, ci mancherebbe altro. No, la mia è un'allergia selettiva, squisitamente mirata, che viene attivata da certe frasette.
"La fantascienza è orrenda e noiosa, con tutti quei robot!", è una di queste.
"Secondo me gli unici libri decenti sono scritti solo in prima persona!" è un'altra, e potrei aggiungerne a bizzeffe.
Ciò che non sopporto è la gente che crede di leggere (o persino insegna come si legge e/o scrive), mentre non è altro che un prigioniero della fredda gabbia d'acciaio che si è costruito. Le persone che leggono solo i libri nelle liste del tipo BBC, I CENTO LIBRI (perché proprio 100?) CHE NON POTETE NON LEGGERE (e chi lo dice?) NELLA VOSTRA VITA (vostra di chi?). Quelle che entrano in libreria chiedendo solo i libri finalisti del Premio Strega, che battono il piede per terra mentre il povero commesso di turno fa del suo meglio per impilare in una torre pericolante tutti i tomi con la fantomatica fascetta di carta (piccolo inciso: editori, la fascetta di carta nun se po' proprio vedè), di solito gialla o rossa, con le magiche parole: IL NUOVO STEPHEN KING! LEGGETE QUESTO CLASSICO, E' IL PREFERITO DI EDWARD CULLEN!
Lettori barbari. Mendicanti dell'anima travestiti da nobili borghesi.

Nei Club dei lettori è facile incappare in pericolosi personaggi di questo tipo, o almeno, così ho sempre creduto. Gente che legge solo Manfredi o Eco o Augias, perché fa tremendamente intellettuale.
Gente che disquisisce di paratassi e ipotassi mentre i Lettori, quelli veri, frugano dietro di loro tra i ripiani della biblioteca, le dita grigie di polvere, negli occhi una fiamma di curiosità. Sono quelli che amo io: seduti per terra senza curarsi dello sporco, un libro aperto sulle ginocchia e una matita dietro l'orecchio; a gambe incrociate su un banco scolastico nel silenzio degli scaffali, con i libri impilati sulla seggiolina che avrebbero dovuto usare per se stessi.
A ogni modo, mi è andata bene: nonostante il timore iniziale, mi sono presto resa conto che il Club dei lettori del mio paesino è in realtà il Club dei Lettori, gente che si rifugia nei libri, che divora i libri, che li annusa, ne strofina le pagine tra i polpastrelli, li mordicchia, ci si addormenta insieme. E mi è piaciuto, davvero; tanto che ho partecipato volentieri all'estrazione del primo autore da leggere entro il prossimo mese, decennio 1900-1910.
La cattiva notizia: non era Conrad.
La notizia peggiore: era Henry James.
Indovinate? Ritratto di signora. Seicento pagine di manierismo e perbenismo borghese d'inizio novecento. Ma proverò a leggerlo, lo prometto. :P
E voi? Partecipate mai a incontri letterari di questo genere? Quali percorsi di lettura state facendo col vostro gruppo?
Raccontate :D

domenica 11 ottobre 2015

Per il ciclo recensioni librose: "Memorie di un ratto" di A. Zaniewski


Recensione time.
Mentre le melanzane friggono e le lasagne della domenica ribollono in forno, eccomi qui a parlarvi di Memorie di un ratto, di A. Zaniewski, uno scrittore polacco che ha condotto studi sui ratti per anni prima di poter scrivere questo romanzo, inedito in Polonia ma uscito in Italia con Longanesi qualche anno fa.


Ci sono parecchi aspetti positivi in questo romanzo: bello stile, scattante e scorrevole, buona terminologia; si nota la mole di studio che c'è dietro alle singole scene e il lavoro incessante del narratore per cercare di nascondersi dentro la pelliccia ispida del ratto protagonista, senza nome ma animato da una sete di sangue e una fame indicibili dall'inizio alla fine del romanzo. Alcuni potranno storcere il naso, ma a me è piaciuta tanto la commistione fra i vari registri della narrazione: lo scrittore parla per la maggior parte del tempo in prima persona singolare e al presente, per poi passare senza nessun preavviso alla seconda persona singolare (tu scappi, ti stanno inseguendo ecc.), che personalmente trovo affascinantissima e molto coinvolgente; purtroppo è quasi sconosciuta nel panorama letterario moderno, il che è un peccato. Solo verso la fine, nelle ultime pagine, Zaniewski passa, ancora senza preavviso, alla terza persona oggettiva e al passato, solo per descrivere gli ultimi momenti della vita del ratto, gli attimi in cui cessa di esistere come organismo con istinti e desideri.
Interessantissimi i parallelismi, non esplicitati ma innegabili, fra la specie del ratto e quella umana: entrambe sono parassitarie, si muovono disordinatamente coprendo ora una femmina, ora l'altra, per assicurarsi la maggior prole e il maggior riconoscimento sociale possibile; entrambe scappano dai pericoli e sovrastano gli esseri più deboli. Entrambe sono in fuga, sempre: i ratti dagli umani e dagli altri ratti, gli umani dai ratti e dagli altri umani.

Quindi, ve lo consiglio?
Nì. Perché ci sono anche aspetti negativi.

Prima di tutto, non c'è una trama. In genere, ciò che manda avanti una narrazione è quella che, in gergo, si chiama Domanda Drammaturgica Principale. Vi faccio qualche esempio: mettiamo che la storia parli di un ragazzo e una ragazza che vogliono stare insieme ma le famiglie li dividono, chiamiamoli Ugo e Franca. La DDP potrebbe essere: ce la faranno Ugo e Franca a stare insieme, alla fine? Ovviamente questo è un esempio banale, ma è per farvi capire come funziona. Provate a porvi una DDP per ogni buon romanzo che avete letto: ne troverete sempre una. E' l'ossatura principale del romanzo, la sua spina dorsale, quella che vi tiene incollati alle pagine. Oppure, se non è un romanzo ben scritto, quella che vi porta a dire "va beh, devo resistere, voglio sapere come va a finire".
Qui non c'è nulla di tutto ciò. Il protagonista è un ratto e questa è la sua vita, punto. Giorno dopo giorno. Non c'è nulla che vi spingerà ad andare avanti, tranne la voglia di continuare a calarvi nei panni - ops, nella pelliccia - di questo antieroe, costantemente alle prese con gli orrori e le crudezze di una vita violenta, aggressiva e famelica. Inevitabilmente, questo potrebbe portarvi ad annoiarvi: belle le prime cinquanta pagine, le prime cento... poi, basta. Cioè, un po' va bene, ma se il libro avesse avuto 50-70 pagine in meno non se ne sarebbe sentita la mancanza, almeno secondo me.
A tratti, specialmente verso la fine, è fin troppo onirico, quasi incomprensibile. E' qui che, secondo me, la bravura di Zaniewski è venuta un po' meno, sfilacciandosi in un susseguirsi di immagini  e flash insensati che non riescono a coinvolgere un granché il lettore. Ma sono gusti personali.
A parte questo, il libro è sicuramente interessante, non per la trama quanto per lo studio che c'è dietro e per la curiosità di vivere qualche giorno come un ratto, oltre che per qualche scelta stilistica e di registro su cui riflettere.

Che altro dire? Auguro a questo autore di trovare quanto prima un editore anche in Polonia, secondo me con un po' di editing e tagliando qualche decina di pagine il libro potrebbe diventare davvero un best seller, o perlomeno un volume di riferimento nel suo particolarissimo, squittente genere.

venerdì 9 ottobre 2015

Premio Letterario Nazionale Neri Pozza: com'è andata?


Credo che sia quello che vi state chiedendo tutti. Beh, tutti; i tre o quattro lettori che per ora ho, per dirla alla Manzoni.
Probabilmente alcuni di voi già hanno letto sulla pagina Facebook di Neri Pozza la risposta alla domanda, ma per chi ancora non ne sapesse niente, beh, vi invito a leggere questo post. Vi accompagno io. Prendetemi per mano e proseguiamo insieme lungo il sentiero.



Premessa, per quei pochi che ancora non lo sapessero: a marzo avevo inviato il mio primo romanzo alla Neri Pozza in occasione del loro Premio Letterario Nazionale. Una follia: sono un'esordiente, non esiste nulla edito da me in commercio, neanche di autopubblicato; sono solo una qualunque che ha studiato tutta la vita eppure non è riuscita, per problemi economici, di salute e di altro genere a laurearsi; lavoro in un call center, insomma. Uno di quei mestieri che devi confessare a voce bassa, guardando da un'altra parte. Non mi fraintendete: sono incredibilmente grata per il fatto di avere un lavoro. Dico solo che non è il mestiere che qualcuno potrebbe sognare di fare - ma, perdio, in questo panorama lavorativo è una manna dal cielo.
Tornando a noi: invio il manoscritto. Attendo un mese. Due. Tre.
A giugno ricevo una telefonata: su 1293 testi pervenuti, sono fra i 12 finalisti. Non solo: su 255 testi pervenuti per la sezione Giovani Under 35, siamo rimaste solo in 2 e io sono una di quelle due.

Inutile descrivere la mia gioia. Qualcuno di voi ha visto Inside Out, l'ultimo film della Disney Pixar? Bene, io ho sofferto parecchio nella vita e non ho molto a cui aggrapparmi. Quei pochi, preziosi tesori - i miei genitori, i miei amici - hanno per me un valore immenso. Io, come Riley, so cosa significa essere ferita, pugnalata, conosco il sapore del sangue, della lenta agonia in una stanza fredda. Non ho molti ricordi della mia vita e, quei pochi che ho, sono perlopiù tristi. Sempre meglio dei pochi non tristi: quelli sono direttamente orribili.
Tutto questo per dirvi che so cosa significa non avere più ricordi base, vagare come urla in un mondo di nebbia, urla che sembrano provenire ora da est, ora da sud - nessuna origine, nessuna meta.
Quel momento - quello in cui Martina di Neri Pozza mi ha detto che ero fra i 12 e fra le due finaliste della sezione Giovani - è diventato il mio primo, nuovo ricordo base. Ed era giallo: pura felicità.

Sono seguite settimane di silenzio. In settembre si sarebbe saputo qualcosa sulla cinquina finalista della sezione maggiore e io ho atteso una telefonata che non è mai arrivata.
Va bene, non ero fra i 5. Ma ero ancora finalista della sezione Giovani e a quella possibilità mi sono aggrappata con tutta la disperazione e la speranza ammassate nei miei 28 anni di vita.
Sapevo che sarebbe stata dura: l'altra finalista era Francesca Diotallevi, una ragazza molto talentuosa poco più grande di me che ha già pubblicato non solo un libro con Mursia ("Le stanze buie"), ma che di recente ha anche lanciato con Mondadori una nuova collana scrivendone il primo volume: "Amedeo, je t'aime". Ho sfogliato quel libro e mi sono sentita morire, perché lo stile era buono. Maledettamente buono. Aveva quella corposità e quella femminilità tipiche delle scrittrici che pubblicano con Neri Pozza.
Il mio stile, invece, per quanto buono, ha poco a che vedere con la femminilità o la delicatezza. E' aggressivo, crudo, sfacciato. Da maschio.
I due romanzi in gara, quindi ("Il canto delle voci perdute" era il mio, "Dentro soffia il vento" quello della Diotallevi), sarebbero stati agli antipodi.

Il 5 ottobre salgo a Milano. Ci tengo a precisare che ringrazio infinitamente la Neri Pozza per l'incredibile accoglienza e la generosità che ha dimostrato nei confronti miei e di tutti i finalisti: l'intero soggiorno presso il prestigioso Hotel Manin in centro a Milano, i viaggi in treno, la cena con la Giuria e la Casa Editrice... tutto quanto. L'ho apprezzato veramente tanto.
La sera del 5 c'è la cena, si diceva. Ansia. Panico. Ma è andato tutto bene. Conosco i giurati, il direttore editoriale Giuseppe Russo, l'insegnante di scrittura creativa e direttrice del Circolo dei Lettori Laura Lepri e, per la prima volta da quando ho finito il mio amato liceo, mi sento a casa. Sandra Petrignani mi ha perfino fatto una carezzina sulla testa appena mi ha vista. Tutti gentili, dolci, garbati, come in una famiglia. Ancora adesso mi commuovo a pensarci.
Con noi ci sono anche gli altri finalisti: la Diotallevi, Piera Ventre (autrice di "PalazzoKimbo"), Massimo Paperini (autore di "Le cene inutili"), Raffaella Battaglini (autrice di "Solo per te, Euridice"), Roberto Plevano (autore di "Marca gioiosa") e Valeria Viganò (autrice di "L'ultimo blu a ovest"). Tutti carinissimi e simpatici, oltre che talentuosi. Scambio qualche parola con loro: chi lavora nel campo del giornalismo da decenni, chi ha vissuto per anni in Canada, chi è appena stato in Giappone in vacanza (proprio nel paesino che io sognavo di visitare e che ho descritto nel mio romanzo, ovviamente), chi fa il professore di storia e filosofia, chi scrive da vent'anni nel campo del teatro, chi fa questo, chi fa quello... e tutti avevano già pubblicato qualcosa. Alcuni, come la Diotallevi e la Viganò, già scrittrice di Neri Pozza, molto più che qualcosa. Tutti erano estremamente talentuosi e simpatici, delle persone che sono stata davvero felice d'incontrare.
Però, avete sempre presente le parole call center ed esordiente pura, vero?
Benissimo.

6 ottobre, mattina: conferenza stampa. Ansia. Panico. Ma ce la faccio. Brillantemente, a quanto dicono i miei colleghi: mi definiscono professionale, spigliata, coerente.
Felice e soddisfatta, mi avvio col cuore che batte forte verso un pomeriggio alla Pinacoteca di Brera e al Museo del Novecento, e le ore passano fra le lacrime e la paura e la speranza che, come scriveva Emily Dickinson, "è un essere piumato che si posa sull'anima e canta melodie senza parole e non si ferma mai".

Arrivano i miei amici dalla Spezia. I miei pazzi, meravigliosi, insostituibili amici. Arrivano anche i miei genitori. Io mi guardo allo specchio: sembra che i pantaloni mi stiano bene. La maglia con il filo di strass è ben stirata e i gioielli luccicano. I miei amici rumoreggiano nella stanza accanto, si sfilano magliette, indossano camicie, vestiti, collant che scivolano fra dita tremanti. Anch'io sto tremando e mi guardo allo specchio senza riconoscermi. L'ombretto. Gli orecchini. Ho messo il profumo? E' tutto pronto. Io non so se la sono, dopo tutti gli anni in cui ho lottato e sperato che questo momento arrivasse; ma devo andare.

Arriviamo a Palazzo Cusani: uno spettacolo. Alcuni militari ci chiedono il nome, e va bene così. Va tutto bene questa sera, e l'aria è tiepida e fragrante, e lassù le stelle brillano - forse, per me.
Dentro, un fotografo mi scatta delle foto. Io sogno il momento in cui ne vedrò una sulla copertina del mio libro. Eh già, perché non l'ho ancora detto: il vincitore della sezione maggiore ottiene 25.000 euro e la pubblicazione del libro con Neri Pozza, quello della sezione giovani ottiene la pubblicazione. Al diavolo i soldi, anche se ne avrei bisogno: io voglio quel contratto.
Nel salone vengo divisa dalla mia famiglia e dai miei amici: i finalisti devono essere seduti in prima fila. Va bene, mi dico. Ce l'ho fatta da sola finora, ce la posso fare fino alla fine. Mi siedo accanto a Romana Petri, giurata e ottima scrittrice, che mi stringe forte la mano e mi sorride.
Coraggio, Alice. Vedrai. Vedrai.

E vedo, infatti: la giornalista Cristina Battocletti, bellissima nel sospirante abito da sera, inizia a presentare la serata. Giuseppe Russo è al suo fianco, i capelli grigi e il sorriso onesto, e parla. Non so cosa stia dicendo, il mio cuore è assordante. Continuo a cercare di concentrarmi sulle parole di Russo o sulla melodia di Luca Bacelli, il bravissimo violoncellista che accompagna la serata. Ha scelto le suonate per violoncello di Bach. Le esegue una dopo l'altra con rara maestria. Lo ascolto, rapita, terrorizzata. Mi sembra di impazzire.
Alla fine, due sono le parole che sovrastano le mille voci di ansia e supplica e paura che mi urlano in testa: Francesca Diotallevi.


Ed è silenzio, di colpo. Un sordo, cupo boato.


Lei è magnifica, sale sul palco con la sua acconciatura raccolta, perfetta. Il suo sorriso perfetto. Il suo corpo perfetto. Il suo abitino è perfetto perché è magra, non come me. So che le dispiace per me, ma giustamente è troppo occupata a essere felice per se stessa. Ne ha tutti i diritti, e anch'io, dentro il mio cuore, sono felice per lei, ma purtroppo me ne renderò conto solo con qualche mese di ritardo, quando la fiamma sarà sbollita. Romana Petri e Piera Ventre mi sussurrano qualcosa, mi sorridono, ma non capisco. La vincitrice è lì, dove avrei dovuto esserci io, dove ho sognato per mille notti di essere, sotto i faretti scintillanti, con una targa adagiata sul velluto tra le mani. Io che sorrido, dopo tanto tempo.
E invece no. Sento il rumore crudele delle sue scarpe mentre torna a posto. Mi dice qualcosa. Non è colpa sua, lo so. Ma non posso risponderle. Vorrei scappare
(oh lo sapevo sapevo che sarebbe successo Carrie al ballo Carrie che ha abbassato le difese per una volta Carrie in un lago di sangue)
ma non posso.
Scende il buio, quello soffuso dei teatri. Bacelli attacca col violoncello, ed è allora che mi sento morire: è la suite che ascolta il cattivo del mio romanzo a metà del libro. Proprio quella. E io sto morendo. E a nessuno importa.

Segue la premiazione della sezione maggiore: vince Plevano, un simpatico professore di storia e filosofia.
Mi ritrovo ad applaudire a fine serata, sorridendo. Mi sento quel sorriso appiccicato alla faccia come un pezzo di scotch.
Dopo, mi avvicino timidamente a Russo. Lo ringrazio. Lui ringrazia me per aver partecipato e ribadisce che il mio è davvero un bellissimo romanzo. 
Grazie.
Prego, è la verità.
Secondo lei posso fare qualcosa per migliorarlo? So che non è perfetto, magari lei che ha esperienza e lo ha letto sa dirmi dove posso correggere qualche errore, anche per conto mio? Accetto volentieri qualunque suo consiglio.
Sta scherzando?
Mh?
Il suo è un gran bel romanzo, gliel'ho detto. Ci sono state accese discussioni per decretare il vincitore. Alla fine si è optato per l'altro, ma è stata davvero dura. Ne riparleremo dopo il Premio e le faremo sapere.
Oh, beh, va bene. Grazie.

Mi ritrovo a piangere da qualche altra parte della sala, felice per le parole estremamente positive e incoraggianti di una leggenda dell'editoria come Giuseppe Russo, ma troppo mortificata per accorgermi di ciò che mi è stato detto. I miei amici sono intorno a me, mi scaldano con le loro braccia. I miei genitori sorridono. Dicono che va tutto bene, che ho raggiunto un grande obiettivo.
Mi sento così stupida. Così... dannatamente... stupida.
Mi bussano alla spalla. Mi volto: c'è Laura Lepri. Anche lei mi rinnova i suoi complimenti per il "bellissimo romanzo" e mi dice che lo ha sostenuto convintamente, ma che ci sono stati accesi dibattiti e alla fine si è optato per l'altro.

Un'ora più tardi, stiamo andando tutti a casa. Mi fanno male i piedi. Avrei dovuto mettere le ballerine. La Battocletti mi ferma e mi fa i complimenti per il mio "esordio pazzesco". Pazzesco, così dice. La ringrazio. Non capisco. Forse ha ragione: ho raggiunto un risultato insperato, sono un'esordiente eppure sono fra i primi 7 scrittori scelti dalla più raffinata Casa Editrice italiana, oltretutto indipendente. E hanno scelto me, scartando decine di scrittori, nonostante io abbia proposto un romanzo scritto con uno stile che non è vicino a quello che amano proporre ai loro lettori. Uno stile migliorabile, eppure lo hanno voluto premiare. Ancora oggi gliene sono tanto, ma tanto grata.

Di fronte all'ascensore, la Lepri mi ribadisce quanto il mio sia un gran bel romanzo. Mi dice anche che però, secondo lei, sono stata troppo ambiziosa e che il narratore era troppo forte sui personaggi. Va bene, ben vengano le critiche costruttive. Queste sono cose che, con l'editing, si sistemano. Sono più che disposta a lavorare e far crescere il manoscritto, anche perché il secondo libro che sto scrivendo lo trovo più maturo di questo, perciò sì, dovrò ancora crescere molto con la scrittura.
Prima di salutarmi, si gira un'ultima volta e mi dice: "credimi, Alice, io faccio questo lavoro da 1200 anni. E fidati di me se ti dico che tu hai un grande, grande, grande talento."
E se ne va.
Solo l'eco delle sue parole resta, come una cosa viva che sanguina in un angolo buio.


E' a quell'eco che mi aggrappo tornando all'hotel, svestendomi, appallottolando tutto nella valigia. Riassumo le mie normali sembianze: un felpa, una t-shirt di The big bang theory, scarpe da ginnastica un po' usurate. Sono di nuovo io, quella del call center. La luce in bagno è crudele, mi mostra in tutta la mia imperfezione. Pelle come albume crudo, cosce tremolanti, una piccola ruga fra le sopracciglia. La prima.


Ed ora... eccomi qui. Spero di avervi fatto vivere qualche mese in mia compagnia condensandoli in poche righe - fatti, emozioni, paure, tristezza. Non è andata come speravo, inutile ribadirlo. Mi sento come se mi avessero sparato con un bazooka. C'è un buco al centro del mio petto, dove fino a qualche ora fa pulsava all'impazzata il cuore.
Eppure, non ho fallito. Ho ottenuto recensioni e pareri indicibilmente positivi, giudizi che non speravo nemmeno di ricevere. I giurati mi conoscono. Forse riparleremo del libro. Forse.
Perciò, per qualche settimana resterà tutto in sospeso. Come la stanza di qualcuno che muore, lascerò il letto sfatto e il suo mezzo vasetto di yogurt in frigo, in attesa che torni per finirlo.

E' stato un bel viaggio, duro ed emozionante. Sono più forte e già ho un nuovo progetto: Annalisa Pellegrini, responsabile della Biblioteca del mio paese, mi ha contattata per tenere una conferenza su come si struttura un romanzo, da dove vengono le idee, i personaggi e via dicendo. Si va avanti così. 
Spero che le cose possano ancora evolversi per il meglio e che il capitolo Neri Pozza non sia concluso, ma solo lasciato a metà.
Spero che mi facciano sapere se hanno intenzione di indirizzarmi e aiutarmi con il mio manoscritto, così da poter correggere ciò che c'è da correggere.
Spero che il telefono squilli. Allora una voce gentile mi sussurrerà un incantesimo all'orecchio e il mio cuore tornerà a battere.
Spero di ricominciare a sorridere.
Spero.




P.S.: La versione originale del mio scritto era leggermente diversa. Conteneva qualche errore dato dalla mia giovane età e dall'inesperienza, errori che mi hanno fatta riflettere e che faranno sempre parte di me. Se qualcuno dovesse essersi sentito offeso o semplicemente perplesso per qualche vecchia frase, spero di avervi posto rimedio. Se non siamo più in contatto, ma state comunque leggendo: mi dispiace. Ero troppo impulsiva e tutti quanti abbiamo bisogno di crescere. Spero solo che non mi portiate rancore. Sappiate che sono grata a tutti. A Laura, a Francesca, a Giuseppe, a tutti. Vi sarò sempre, eternamente grata, e sono felice di aver fatto la vostra conoscenza. Grazie.