Credo che sia quello che vi state chiedendo tutti. Beh, tutti; i tre o quattro lettori che per ora ho, per dirla alla Manzoni.
Probabilmente alcuni di voi già hanno letto sulla pagina Facebook di Neri Pozza la risposta alla domanda, ma per chi ancora non ne sapesse niente, beh, vi invito a leggere questo post. Vi accompagno io. Prendetemi per mano e proseguiamo insieme lungo il sentiero.

Premessa, per quei pochi che ancora non lo sapessero: a marzo avevo inviato il mio primo romanzo alla Neri Pozza in occasione del loro Premio Letterario Nazionale. Una follia: sono un'esordiente, non esiste nulla edito da me in commercio, neanche di autopubblicato; sono solo una qualunque che ha studiato tutta la vita eppure non è riuscita, per problemi economici, di salute e di altro genere a laurearsi; lavoro in un call center, insomma. Uno di quei mestieri che devi confessare a voce bassa, guardando da un'altra parte. Non mi fraintendete: sono incredibilmente grata per il fatto di avere un lavoro. Dico solo che non è il mestiere che qualcuno potrebbe sognare di fare - ma, perdio, in questo panorama lavorativo è una manna dal cielo.
Tornando a noi: invio il manoscritto. Attendo un mese. Due. Tre.
A giugno ricevo una telefonata: su 1293 testi pervenuti, sono fra i 12 finalisti. Non solo: su 255 testi pervenuti per la sezione Giovani Under 35, siamo rimaste solo in 2 e io sono una di quelle due.
Inutile descrivere la mia gioia. Qualcuno di voi ha visto Inside Out, l'ultimo film della Disney Pixar? Bene, io ho sofferto parecchio nella vita e non ho molto a cui aggrapparmi. Quei pochi, preziosi tesori - i miei genitori, i miei amici - hanno per me un valore immenso. Io, come Riley, so cosa significa essere ferita, pugnalata, conosco il sapore del sangue, della lenta agonia in una stanza fredda. Non ho molti ricordi della mia vita e, quei pochi che ho, sono perlopiù tristi. Sempre meglio dei pochi non tristi: quelli sono direttamente orribili.
Tutto questo per dirvi che so cosa significa non avere più ricordi base, vagare come urla in un mondo di nebbia, urla che sembrano provenire ora da est, ora da sud - nessuna origine, nessuna meta.
Quel momento - quello in cui Martina di Neri Pozza mi ha detto che ero fra i 12 e fra le due finaliste della sezione Giovani - è diventato il mio primo, nuovo ricordo base. Ed era giallo: pura felicità.

Sono seguite settimane di silenzio. In settembre si sarebbe saputo qualcosa sulla cinquina finalista della sezione maggiore e io ho atteso una telefonata che non è mai arrivata.
Va bene, non ero fra i 5. Ma ero ancora finalista della sezione Giovani e a quella possibilità mi sono aggrappata con tutta la disperazione e la speranza ammassate nei miei 28 anni di vita.
Sapevo che sarebbe stata dura: l'altra finalista era Francesca Diotallevi, una ragazza molto talentuosa poco più grande di me che ha già pubblicato non solo un libro con Mursia ("Le stanze buie"), ma che di recente ha anche lanciato con Mondadori una nuova collana scrivendone il primo volume: "Amedeo, je t'aime". Ho sfogliato quel libro e, anche se non è carino da dire, lì per lì mi sono sentita morire, perché lo stile era buono. Maledettamente buono. Aveva quella corposità e quella femminilità tipiche delle scrittrici che pubblicano con Neri Pozza.
Il mio stile, invece, ha poco a che vedere con la femminilità o la delicatezza. E' aggressivo, crudo, sfacciato. Da maschio.
I due romanzi in gara, quindi ("Il canto delle voci perdute" era il mio, "Dentro soffia il vento" quello della Diotallevi), sarebbero stati agli antipodi.
Il 5 ottobre salgo a Milano. Ci tengo a precisare che ringrazio infinitamente la Neri Pozza per l'incredibile accoglienza e la generosità che ha dimostrato nei confronti miei e di tutti i finalisti: l'intero soggiorno presso il prestigioso Hotel Manin in centro a Milano, i viaggi in treno, la cena con la Giuria e la Casa Editrice... tutto quanto. L'ho apprezzato veramente tanto.
La sera del 5 c'è la cena, si diceva. Ansia. Panico. Ma è andato tutto bene. Conosco i giurati, il direttore editoriale Giuseppe Russo, l'insegnante di scrittura creativa e direttrice del Circolo dei Lettori Laura Lepri e, per la prima volta da quando ho finito il mio amato liceo, mi sento a casa. Sandra Petrignani mi ha perfino fatto una carezzina sulla testa appena mi ha vista. Tutti gentili, dolci, garbati, come in una famiglia. Ancora adesso mi commuovo a pensarci.
Con noi ci sono anche gli altri finalisti: la Diotallevi, Piera Ventre (autrice di "PalazzoKimbo"), Massimo Paperini (autore di "Le cene inutili"), Raffaella Battaglini (autrice di "Solo per te, Euridice"), Roberto Plevano (autore di "Marca gioiosa") e Valeria Viganò (autrice di "L'ultimo blu a ovest"). Tutti carinissimi e simpatici, oltre che talentuosi. Scambio qualche parola con loro: chi lavora nel campo del giornalismo da decenni, chi ha vissuto per anni in Canada, chi è appena stato in Giappone, chi fa il professore di storia e filosofia, chi scrive da vent'anni nel campo del teatro, chi fa questo, chi fa quello... e tutti avevano già pubblicato qualcosa. Alcuni, come la Diotallevi e la Viganò, già scrittrice di Neri Pozza, molto più che qualcosa. Tutti erano estremamente talentuosi e piacevoli, delle persone che sono stata davvero felice d'incontrare.
Però, avete sempre presente le parole call center ed esordiente pura, vero?
Benissimo.
6 ottobre, mattina: conferenza stampa. Ansia. Panico. Ma ce la faccio. Brillantemente, a quanto dicono i miei colleghi, ma tutto quello che ricordo sono i tonfi del mio cuore.
Un po' più rilassata, mi avvio verso un pomeriggio alla Pinacoteca di Brera e al Museo del Novecento, e le ore passano fra le lacrime e la paura e la speranza che, come scriveva Emily Dickinson, "è un essere piumato che si posa sull'anima e canta melodie senza parole e non si ferma mai".

Arrivano i miei amici dalla Spezia. I miei pazzi, meravigliosi, insostituibili amici. Arrivano anche i miei genitori. Io mi guardo allo specchio: sembra che i pantaloni mi stiano bene. La maglia con il filo di strass è ben stirata e i gioielli luccicano. I miei amici rumoreggiano nella stanza accanto, si sfilano magliette, indossano camicie, vestiti, collant che scivolano fra dita tremanti. Anch'io sto tremando e mi guardo allo specchio senza riconoscermi. L'ombretto. Gli orecchini. Ho messo il profumo? E' tutto pronto. Io non so se la sono, dopo tutti gli anni in cui ho lottato e sperato che questo momento arrivasse; ma devo andare.
Arriviamo a Palazzo Cusani: uno spettacolo. Alcuni militari ci chiedono il nome, e va bene così. Va tutto bene questa sera, e l'aria è tiepida e fragrante, e lassù le stelle brillano - forse, per me.
Dentro, un fotografo mi scatta delle foto. Io sogno il momento in cui ne vedrò una sulla copertina del mio libro. Eh già, perché non l'ho ancora detto: il vincitore della sezione maggiore ottiene 25.000 euro e la pubblicazione del libro con Neri Pozza, quello della sezione giovani ottiene la pubblicazione. Al diavolo i soldi, anche se ne avrei bisogno: io voglio quel contratto.
Nel salone vengo divisa dalla mia famiglia e dai miei amici: i finalisti devono essere seduti in prima fila. Va bene, mi dico. Ce l'ho fatta da sola finora, ce la posso fare fino alla fine. Mi siedo accanto a Romana Petri, giurata e ottima scrittrice, che mi stringe forte la mano e mi sorride.
Coraggio, Alice. Vedrai. Vedrai.
E vedo, infatti: la giornalista Cristina Battocletti, bellissima nel sospirante abito da sera, inizia a presentare la serata. Giuseppe Russo è al suo fianco, i capelli grigi e il sorriso onesto, e parla. Non so cosa stia dicendo, il mio cuore è assordante. Continuo a cercare di concentrarmi sulle parole di Russo o sulla melodia di Luca Bacelli, il bravissimo violoncellista che accompagna la serata. Ha scelto le suonate per violoncello di Bach. Le esegue una dopo l'altra con rara maestria. Lo ascolto, rapita, terrorizzata. Mi sembra di impazzire.
Alla fine, due sono le parole che sovrastano le mille voci di ansia e supplica e paura che mi urlano in testa: Francesca Diotallevi.
Ed è silenzio, di colpo. Un sordo, cupo boato.

Lei è magnifica, sale sul palco con la sua acconciatura raccolta, perfetta. Il suo sorriso perfetto. E' davvero bellissima e, nonostante la delusione bruciante, dentro il mio cuore sono felice per lei. Purtroppo, a causa della mia giovane età e dell'inesperienza emotiva, me ne renderò conto solo con qualche mese di ritardo, quando la fiamma sarà sbollita. Romana Petri e Piera Ventre mi sussurrano qualcosa, mi sorridono, ma non capisco. La vincitrice è lì, dove avrei tanto voluto (e, nei miei sogni, dovuto) esserci io, dove ho fantasticato per mille notti di essere, sotto i faretti scintillanti, con una targa adagiata sul velluto tra le mani. Io che sorrido, dopo tanto tempo.
E invece no. Sento il rumore crudele delle sue scarpe mentre torna a posto. Mi dice qualcosa. Non è colpa sua, lo so. Ma non posso risponderle. Vorrei scappare
(oh lo sapevo sapevo che sarebbe successo Carrie al ballo Carrie che ha abbassato le difese per una volta Carrie in un lago di sangue)
ma non posso.
Scende il buio, quello soffuso dei teatri. Bacelli attacca col violoncello, ed è allora che mi sento morire: è la suite che ascolta il cattivo del mio romanzo a metà del libro. Proprio quella. E io sto morendo. E a nessuno importa.
Segue la premiazione della sezione maggiore: vince Plevano, un simpatico professore di storia e filosofia.
Mi ritrovo ad applaudire a fine serata, sorridendo. Mi sento quel sorriso appiccicato alla faccia come un pezzo di scotch.
Dopo, mi avvicino timidamente a Russo. Lo ringrazio. Lui ringrazia me per aver partecipato e ribadisce che il mio è davvero un bellissimo romanzo.
Grazie.
Prego, è la verità.
Secondo lei posso fare qualcosa per migliorarlo? So che non è perfetto, magari lei che ha esperienza e lo ha letto sa dirmi dove posso correggere qualche errore, anche per conto mio? Accetto volentieri qualunque suo consiglio.
Sta scherzando?
Mh?
Il suo è un gran bel romanzo, gliel'ho detto. Ci sono state accese discussioni per decretare il vincitore. Alla fine si è optato per l'altro, ma è stata davvero dura. Ne riparleremo dopo il Premio e le faremo sapere.
Oh, beh, va bene. Grazie.
Mi ritrovo a piangere da qualche altra parte della sala, felice per le parole estremamente positive e incoraggianti di una leggenda dell'editoria come Giuseppe Russo, ma troppo intristita per accorgermi del valore straordinario di ciò che mi è stato detto. I miei amici sono intorno a me, mi scaldano con le loro braccia. I miei genitori sorridono. Dicono che va tutto bene, che ho raggiunto un grande obiettivo. So che hanno ragione, e mi sento in colpa per le lacrime che mi scorrono sul viso, ma non ce la faccio proprio, a essere felice.
Un'ora più tardi, stiamo andando tutti a casa. Mi fanno male i piedi. Avrei dovuto mettere le ballerine. La Battocletti mi ferma e mi fa i complimenti per il mio "esordio pazzesco". Pazzesco, così dice. La ringrazio. Non capisco. Forse ha ragione: ho raggiunto un risultato insperato, sono un'esordiente eppure sono fra i primi 7 scrittori scelti dalla più raffinata Casa Editrice italiana, oltretutto indipendente. E hanno scelto me, scartando decine di scrittori, nonostante io abbia proposto un romanzo scritto con uno stile che non è vicino a quello che amano proporre ai loro lettori. Uno stile decisamente migliorabile, lacunoso, eppure lo hanno voluto premiare. Ancora oggi gliene sono infinitamente grata. Diamine, quanto vorrei, ora, aver avuto la lucidità e la maturità che ho adesso per evitare di piangere quella sera.
Di fronte all'ascensore, la Lepri mi ribadisce quanto il mio sia un gran bel romanzo. Mi dice anche che però, secondo lei, sono stata troppo ambiziosa e che il narratore era troppo forte sui personaggi. Penso che abbia ragione. Sono più che disposta a lavorare e far crescere il manoscritto, devo ancora crescere molto con la scrittura. E' solo tanto difficile, e non so se ne sarò capace, ma ci proverò con tutta me stessa.
Prima di salutarmi, la Lepri si gira un'ultima volta e mi dice una cosa incredibile: "credimi, Alice, io faccio questo lavoro da 1200 anni. E fidati di me se ti dico che tu hai un grande, grande, grande talento."
E se ne va.
Solo l'eco delle sue parole resta, come una cosa viva che sanguina in un angolo buio.

E' a quell'eco che mi aggrappo tornando all'hotel, svestendomi, appallottolando tutto nella valigia. Riassumo le mie normali sembianze: un felpa, una t-shirt di The big bang theory, scarpe da ginnastica un po' usurate. Sono di nuovo io, quella del call center. La luce in bagno è crudele, mi mostra in tutta la mia imperfezione. Pelle come albume crudo, cosce tremolanti, una piccola ruga fra le sopracciglia. La prima.
Ed ora... eccomi qui. Spero di avervi fatto vivere qualche mese in mia compagnia condensandoli in poche righe - fatti, emozioni, paure, tristezza. Non è andata come speravo, inutile dirlo. Mi sento come se mi avessero sparato con un bazooka. C'è un buco al centro del mio petto, dove fino a qualche ora fa pulsava all'impazzata il cuore. E mi sento incredibilmente in colpa per questo, e per le lacrime, e per tutto il resto.
Eppure, sento di non aver fallito. Ho ottenuto recensioni e pareri positivi, giudizi che non speravo nemmeno di ricevere. I giurati mi conoscono. Forse riparleremo del libro. Forse.
Perciò, per qualche settimana resterà tutto in sospeso. Come la stanza di qualcuno che muore, lascerò il letto sfatto e il suo mezzo vasetto di yogurt in frigo, in attesa che torni per finirlo.
E' stato un bel viaggio, duro ed emozionante. Sono un po' più forte e già ho un nuovo progetto: Annalisa Pellegrini, responsabile della Biblioteca del mio paese, mi ha contattata per tenere una conferenza su come si struttura un romanzo, da dove vengono le idee, i personaggi e via dicendo. Si va avanti così.
Spero che le cose possano ancora evolversi per il meglio e che il capitolo Neri Pozza non sia concluso, ma solo lasciato a metà.
Spero che mi facciano sapere se hanno intenzione di indirizzarmi e aiutarmi con il mio manoscritto, così da poter correggere tutto ciò che c'è da correggere, che non è poca cosa.
Spero che il telefono squilli. Allora una voce gentile mi sussurrerà un incantesimo all'orecchio e il mio cuore tornerà a battere.
Spero di ricominciare a sorridere.
Spero.
P.S.: La versione originale del mio scritto era leggermente diversa. Conteneva qualche errore dato dalla mia giovane età e dall'inesperienza, errori che mi hanno fatta riflettere e che faranno sempre parte di me. Se qualcuno dovesse essersi sentito offeso o semplicemente perplesso per qualche vecchia frase, spero di avervi posto rimedio. Se non siamo più in contatto, ma state comunque leggendo: mi dispiace. Ero troppo impulsiva e tutti quanti abbiamo bisogno di crescere. Spero solo che non mi portiate qualcosa di simile al rancore. Sappiate che sono grata a tutti. Vi sarò sempre, eternamente grata, e sono felice di aver fatto la vostra conoscenza. Grazie.